ANDREA ORCEL E CARLO MESSINA, I GEMELLI DIVERSI DEL RISIKO BANCARIO – ENTRAMBI ROMANI, QUASI COETANEI, SONO L’ALFA E L’OMEGA DELLA FINANZA TRICOLORE – LA ROMA DI MESSINA È QUELLA CATTOLICA E NELL’INSIEME PICCOLO BORGHESE. LA ROMA DI ORCEL È QUELLA DELLO CHATEAUBRIAND, IL LICEO FRANCESE FREQUENTATO DAI FIGLI DELL’ALTA BORGHESIA (MA ANDREA È IN PARTE FRANCESE) – SPORTIVO, PALESTRATO, FANFARONE UNO, DIMESSO, PRETESCO, SILENZIOSO L’ALTRO. UNO È ARIETE, L’ALTRO TORO: COSA SUCCEDERÀ QUANDO SI SCONTRERANNO?
Estratto dell’articolo di Stefano Cingolani per “il Foglio”
Due banchieri che più diversi non si può, due romani figli di due città così lontane, persino contrapposte. Un banchiere di sistema e uno antisistema o meglio di un altro sistema. L’ultima puntata del risiko è arrivata al nocciolo duro del potere politico-finanziario e i maggiori protagonisti non potevano restarne fuori.
Nell’arena adesso sono scesi i duellanti che da tempo si sfidano, s’inseguono, si stuzzicano, si punzecchiano finché non è arrivato il momento della stoccata, “alla fin della licenza” come Cyrano de Bergerac. Praticamente coetanei, da una parte c’è Carlo Messina (nato il 2 aprile 1962 segno zodiacale Ariete), dall’altra Andrea Orcel (14 maggio 1963, Toro).
Una carriera, quella di Messina, che si compie sotto l’occhio vigile del professor Giovanni Bazoli, figlio della Brescia cattolica, artefice della prima banca italiana Intesa Sanpaolo e paladino del “capitalismo di relazione”.
Una scalata dopo l’altra per Orcel, come s’addice a un banchiere d’affari, si direbbe all’americana se il suo mentore e modello non fosse un grande banchiere spagnolo, Emilio Botín che ha portato il Banco di Santander dalla Cantabria (sì, quella rinomata per le sardine) in cima all’Europa, all’America del sud, fin nel cuore degli Stati Uniti.
La posta per entrambi si chiama Assicurazioni Generali e passa attraverso la Mediobanca a scapito del Monte dei Paschi di Siena, banca che suscita in Orcel ricordi non lieti quando lavorava in tandem proprio con il Santander.
Chissà cosa accade quando si scontrano un Ariete e un Toro, si chiedono gli aruspici. E Roma e la diversa romanità? Per capirlo dobbiamo passare le biografie degli sfidanti.
La Roma di Messina è quella cattolica e nell’insieme piccolo borghese. Padre siciliano e madre pugliese (e la Puglia sarà sempre nel suo cuore) si laurea alla Luiss e muove i suoi primi passi alla Bnl. Poi passa sotto le ali di Nani, come chiamavano Bazoli gli amici che si riunivano nel cenacolo del cardinal Martini intitolato “Cultura, etica e finanza” (c’era anche Angelo Caloia gran capo dello Ior, l’Istituto opere religiose, la banca del Vaticano dal 1989 al 2009 per fare un po’ d’ordine dopo il ciclone Marcinkus).
Dal Nuovo banco ambrosiano, che il professore fa rinascere dalle ceneri di Roberto Calvi, Messina costruisce la sua carriera a partire dal 1996. Dieci anni dopo è ai vertici di Banca Intesa, che nel 2007 si fonde con il torinese Banco di Sanpaolo. Nel 2018 Bazoli lascia ogni carica operativa e Messina è il successore indiscusso sulla poltrona di amministratore delegato. Uno dei suoi primi colpi è l’acquisizione delle due banche venete fallite (la Popolare di Vicenza e Veneto Banca) per una cifra simbolica di un euro.
Nel 2020 lancia un’offerta pubblica di scambio per la Ubi Banca e ha successo. Viene invece stoppato dalla Mediobanca guidata da Alberto Nagel quando cerca di entrare nelle Generali. E’ una ritirata strategica, non un abbandono, perché il suo progetto è sempre quello: portare equilibrio e stabilità nel “portafoglio degli italiani”.
Paradossale che oggi abbia al suo fianco la Unipol di Carlo Cimbri, già alleata di ferro della Mediobanca di Alberto Nagel che ha aiutato a salvare. Per la banca nata con le cooperative rosse che più volte il centrodestra ha voluto bloccare, è una sorta di rivincita e ci riporta indietro al 2005, l’estate dei furbetti durante la quale l’Unipol cercò di conquistare la Bnl. Da allora la compagnia di assicurazioni ha assunto il controllo della Bper, l’ex popolare dell’Emilia Romagna oggi protagonista del progetto di spartizione del Montepaschi insieme a Intesa.
[…] Certo, un ruolo chiave di Messina nell’azionariato delle Generali è ben visto da Giorgia Meloni, che appena nominata capo del governo gli aveva offerto un posto da ministro, uno a lui e uno a Fabio Panetta, poi diventato governatore della Banca d’Italia, anch’egli esponente di spicco della filiera romana.
Si alza un coro: il risparmio italiano va protetto, lo dice Carlo Cimbri, ma è il gran capo della Unipol. Lo scrive sul Sole 24 Ore il direttore Fabio Tamburini. E mette in guardia dal rischio per le banche tricolore, che hanno un capitale troppo aperto al mercato internazionale (soprattutto ai grandi fondi di investimento). Insomma, non è più tempo di public company, occorre un azionariato stabile e nazionale (il che apre la porta a un “presidio” pubblico e nazionale).
E’ cominciata una campagna interventista ed è singolare che la conduca il giornale della Confindustria, la cui simpatia va chiaramente alla “operazione di sistema”. Bazoli era stato facile profeta quando la settimana scorsa aveva detto che la partita più grande era ancora tutta da giocare.
La Roma di Orcel è quella dello Chateaubriand, il liceo francese frequentato dai figli dell’alta borghesia. Ma Andrea ha una ragione in più: è in parte francese. Il padre è un siciliano che si occupava di leasing, figlio a sua volta di Giuseppe Orcel, primo direttore generale della Cassa del Mezzogiorno, la madre invece è toscano-francese.
Laureatosi in Economia e Commercio con lode alla Sapienza con una tesi sulle acquisizioni ostili (un destino o forse una sorta di passione) va alla business school Insead a Fontainebleau, in Francia, e poi a Londra dove trova la sua lussuosa casa a Kensington. Si sposa solo nel 2009, dopo 16 anni di fidanzamento, con l’interior designer ed ex dipendente di British Airways, la portoghese Clara Batalim dalla quale ha avuto una figlia di nome Allegra.
Orcel parla correntemente cinque lingue (italiano, francese, inglese, tedesco e spagnolo). Suo fratello minore, Riccardo, ha lavorato come banchiere di investimento con Orcel presso Merrill Lynch & Co.
E’ stato nominato viceamministratore delegato della banca russa Vtb Bank nel luglio 2013 e ha occasionalmente operato con Andrea su accordi reciproci. […] Come si vede, la vita privata di Orcel è stata a lungo sotto i riflettori, a differenza di quella di Messina che non rivela in pubblico il nome della moglie, nonostante venga fotografata al suo fianco a ogni evento ufficiale (chiamarli mondani sarebbe inappropriato vista l’estrema riservatezza privata).
Sportivo, palestrato, il “Cristiano Ronaldo dei banchieri d’affari” è anche fisicamente lontano dal rivale. Il patron di Unicredit ha costruito tutta la sua carriera all’estero fin da quando è arrivato nel 1988 alla Goldman Sachs di Londra, per trasferirsi poi a Parigi come consulente senior di Boston Consulting Group dal 1989 al 1992 e tornare poi nella capitale britannica all’interno della banca americana Merril Lynch, acquistata nel 2009 da Bank of America, che l’ha salvata così dal fallimento toccato invece l’anno prima alla concorrente Lehman Brothers.
carlo messina conferenza stampa di presentazione dell opas di intesa sanpaolo su mps foto lapresse 2
E’ nei vent’anni londinesi che Orcel ha realizzato le sue grandi operazioni come banchiere d’affari, che gli hanno permesso di incassare bonus milionari: agendo sempre e solo come “consulente” di chi voleva comprare o vendere altre banche.
Nel 1998 ha orchestrato la fusione da 25 miliardi di euro del Credito italiano che ha dato vita all’Unicredit, la quale nel 2007, sempre con la sua consulenza, ha acquistato Capitalia.
Con il Montepaschi, Orcel ha una storia non proprio felice. Proprio Orcel, allora alla Merrill Lynch, nel 2007 consigliò a Giuseppe Mussari presidente di Mps di acquisire l’Antonveneta per 9 miliardi di euro (più 7 miliardi di debiti) che come consulente del Santander aveva fatto comprare dal Santander per 6,6 miliardi.
Lo stretto rapporto con Botín lo aveva fatto illudere che sarebbe diventato amministratore delegato della banca spagnola, dopo l’addio del fondatore, ma la figlia Ana Patricia Botín-Sanz de Sautuola O’Shea si mise di traverso.
Orcel ha chiesto un risarcimento di ben 100 milioni di euro. Più volte il banchiere cosmopolita ha cercato di rientrare in patria (un cervello di ritorno) nel 2011 alla Ubs allora guidata da Sergio Ermotti (anche lui ex Merrill Lynch), un anno prima era stato candidato all’Unicredit da azionsti di riguardo come le fondazioni delle Casse di risparmio di Verona e Torino, oltre che da Leonardo Del Vecchio, cliente rilevante della banca milanese.
Nel 2020 arriva nel grattacielo di Piazza Gae Aulenti al posto del francese Jean Pierre Mustier e impone una notevole accelerazione; anche se, come il suo predecessore, non ha mai gestito uno sportello, le male lingue hanno dovuto ricredersi.
Nel 2021 rifiuta il Montepaschi che gli era stato offerto niente meno che da Mario Draghi, allora presidente del Consiglio, poi rimescola l’organizzazione interna e si lancia alla conquista della Commerzbank. Bloccato da ben due cancellieri tedeschi, […] Orcel va per la sua strada e offre un esempio della propria abilità nel gestire il mercato: grazie anche all’utilizzo di contratti derivati, la sua offerta pubblica supera il 50 per cento della Commerzbank e ora vorrebbe arrivare a due terzi superando così qualsiasi opposizione germanica.
Ma Orcel non è profeta in patria: per fermare la sua offerta per il Banco Bpm il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, impone il Golden power. La Lega tuona che Unicredit è una banca straniera, visto che i fondi d’investimento detengono la maggior parte del capitale. Lo stesso è vero per Intesa, Generali, Mps e Bpm (anche se in quest’ultima è cresciuta la quota della francese Crédit Agricole arrivata al 22 per cento). Nel frattempo l’amministratore delegato ha fatto crescere il bilancio dell’Unicredit e il suo valore di Borsa che ha superato i 100 miliardi di euro (108, 51 ieri, 13,46 per cento in più in un anno segnato da grandi turbolenze geopolitiche). Intesa è rimasta leggermente indietro (97,27 miliardi, più 0,57 per cento).
Sembrano cifre da capogiro, ma su scala mondiale sono molto lontane dal vertice. Le prime quattro banche sono cinesi, tutte controllate dallo stato (la Ibc, numero uno, possiede attivi per 7.300 miliardi di dollari), poi arrivano i colossi americani: JPMorgan con 4.400 miliardi seguita da Bank of America e Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley, tutte con oltre mille miliardi.
Da sola, JPMorgan sorpassa le prime dieci europee. Non è solo questione di taglia, tuttavia la dimensione oggi conta. Per questo la concentrazione (o il consolidamento come si preferisce chiamarlo) è tutt’altro che finita. E per questo il bersaglio vero è il più grosso di tutti, il Leone di Trieste che gestisce un patrimonio stimato in 900 miliardi di euro.
Con Intesa primo azionista, Caltagirone, Delfin e Unicredit, anche senza patti di sindacato, una scalata ostile sarebbe quasi impossibile. Ma se si trattasse della francese Axa o della tedesca Allianz, sarebbe comunque ostile e straniera? Allora hanno ragione i tedeschi a difendere la Commerzbank e torto Mario Draghi o la Bce che vorrebbero campioni europei? […]












