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UN, DUE, TRE GIOVALLI - L’EX ENFANT PRODIGE DELLA TV COMMERCIALE: “Mi sono ritirato nel mondo dei Puffi” – “BERLUSCONI ha il marketing nello stomaco: non sa dirti qual è la cosa più bella, ma indovina quella che piace a più persone” - “MAI IN RAI perché NON c’è UN CAPO”…

Questa intervista è stata raccolta qualche giorno prima che Roberto Giovalli fosse aggredito da quattro energumeni nella sua villa di Formentera, nelle isole Baleari. Le condizioni del ferito, ricoverato il 12 giugno in un ospedale di Ibiza con alcune fratture alle costole e una lesione a un polmone che ha richiesto un intervento chirurgico, sono migliorate nei giorni successivi, tanto da convincerci a pubblicare inalterato, con il suo consenso, il testo della conversazione. First augura a Giovalli una pronta guarigione.

GIOVALLI E FABIO VOLO PRENDONO IL SOLE NUDIGIOVALLI E FABIO VOLO PRENDONO IL SOLE NUDI

Di Stefano Lorenzetto per "Panorama First", in edicola domani

Il principale impegno della giornata è una telefonata che raggiunge Roberto Giovalli alle 12.40, dopo un'ora e 57 minuti d'intervista: «Questa è la Cristina Parodi che vuol sapere se per Formentera è meglio noleggiare la Suzuky Vitara o la Jimny...». La conduttrice del Tg5 sarà da lui a giugno col marito Giorgio Gori, che è stato per anni il vice di Giovalli. «Pronto Cristina. Ciapa la Panda. La Suzuky è una roba da fighetti, costa quattro volte e non serve a niente. La Panda è la meglio che c'è. Quattro porte. Panda, t'è capì? Ok. Ciao».

GIOVALLI CON LITTZZETTO, FAZIO E LERNER A LA7GIOVALLI CON LITTZZETTO, FAZIO E LERNER A LA7

Se non gli avessimo rotto le scatole la Parodi e io, oggi le incombenze dell'ex enfant prodige della tv commerciale, ormai divenuto un homme di 52 anni, sarebbero state le seguenti. Levata alle 10, o alle 11, «o a mezzogiorno, l'una, dipende da che ora mi sveglio». Cappuccino e brioche, cioè colazione e pranzo insieme, al Cigno, il bar di Milano 2 più vicino alla Residenza Seminario, dove Giovalli abita solo tre mesi l'anno espiando nell'ubicazione il suo acceso anticlericalismo.

Un po' di musica: Dire Straits, Genesis, Pink Floyd. Una partita a scacchi online con qualche sconosciuto all'altro capo del pianeta («mai navigato in Internet, vado solo sul sito scacchisti.it»). Un film a scelta dalla sua collezione di oltre duemila dvd. Dieci chilometri di corsa. Libro. Cena fuori con gli amici. Tre pacchetti di Camel. «Lo so, è una vita da bestie, per questo appena posso scappo da Milano».

GIOVALLI A FORMENTERAGIOVALLI A FORMENTERA

Non che a Formentera, l'isola delle Baleari dove villeggia da giugno a settembre, la vita sia poi tanto diversa, «a parte il pesce e le verdure»: pochi amici fidati, come Rosita Celentano; cruciverba di Domenica quiz («La Settimana Enigmistica è troppo intellettuale»);

mai un tuffo in piscina; otto ore steso sul pareo (fu paparazzato mentre prendeva la tintarella integrale in compagnia di Fabio Volo) per meglio fissare il color mogano della pelle, unica divisa che non gli è ancora venuta in uggia. Non che nelle Grandi Antille, sull'isola Hispaniola dove sverna da ottobre ad aprile, il ritmo cambi di molto: ha scelto di abitare a Casa de Campo solo per poter aggiungere all'inoperosità qualche interminabile partita a golf.

Lontani i tempi in cui Giovalli sgobbava 12 ore al giorno e poi si trasferiva ad Arcore, a casa del suo datore di lavoro Silvio Berlusconi, per mangiare qualcosa e intanto vedere la tv, capire la tv, immaginare la tv, dissezionare la tv, cioè per lavorare altre quattro ore, fino a notte inoltrata.

Loro tre da soli, il Cavaliere, l'enfant prodige e la televisione, sette giorni su sette, «perché la tv non ti concede pause, anzi durante il week-end devi guardare Fantastico, confrontare Buona domenica con Domenica in, tenere d'occhio i programmi sportivi: insomma, non smetti mai».

SILVIO BERLUSCONI - copyright PizziSILVIO BERLUSCONI - copyright Pizzi

Nella tv commerciale ha fatto tutto il fattibile: dal 1983 al 1990 responsabile dei palinsesti di tutte e tre le reti Fininvest, oggi Mediaset; dal 1991 al 1994 direttore dei programmi e vicedirettore generale di Telepiù; dal 1999 al 2000 direttore di Italia 1; un rapido passaggio con lo stesso incarico a Telemontecarlo, poi divenuta La7. In mezzo, sei anni sabbatici, giusto per non smentire il titolo di "stakanovista ozioso" conferitogli all'epoca dal mensile specializzato Prima Comunicazione.

Da otto anni Giovalli ha smesso di lavorare. Gli basta e avanza ciò che ha accumulato. Dice di non essersi dimesso dalla tv, bensì dalla vita, secondo una divertita intuizione dello scrittore francese Jean Pierre Enjalbert, che nel conoscerlo esclamò: «Ullallà! Un déserteur de la réalité!». Non la sopporta, la realtà: «Così com'è. La cattiveria. La faciloneria. L'acriticità. La confessionalità. Mi sono ritirato nel mondo dei Puffi».

Tiene ancora nel salotto di casa il tagliando della lotteria che gli valse tanta fortuna e tanto disgusto. Sul recto si legge «Pizzeria trattoria X», il massimo dell'indeterminatezza, se non fosse per l'aggiunta di quel «forno a legna, via Reggio 19, Torino». Sul verso del biglietto da visita, un timbro e un'annotazione a penna biro: «Buono per 1 pizza. Giulia Sella». Era la segretaria di Tele Torino International, l'emittente dell'Unione industriali, una Sella dell'omonima dinastia di banchieri.

COLANINNOCOLANINNO

Un buono non speso. È allergico alla pizza?
«Avevo vinto un concorso telefonico per una dedica. Andai per riscuotere il premio e mi fermai. Avevo 18 anni. Diventai operaio, attrezzista, cameraman, presentatore. Da allora mi chiamano Pennellone. Non c'entra la statura. È che dipingevo anche le porte».

Studi, pochi.
«Liceo scientifico dai Fratelli delle Scuole cristiane. Sono loro che mi hanno fatto diventare agnostico. La Chiesa è un caso di marketing straordinario: l'unica ditta che vende un prodotto senza tenere magazzino. Non consegna mai. Con Gesù, che ne era il padrone, ridotto a fare da testimonial. M'iscrissi a giurisprudenza, ma senza dare un esame, solo per ottenere il rinvio della naia».

Poi la direzione di Euro Tv e la chiamata del Cavaliere.
«È incredibile ciò che ha fatto Berlusconi: affidare Canale 5, Rete 4 e Italia 1, tutto ciò che aveva, a un ragazzino di 27 anni, dandogli carta bianca. Ci siamo lasciati il giorno che vinse le elezioni, nel 1994».

Anche lei, come Indro Montanelli, non digerì la "discesa in campo"?
«Non è questo. È che, via lui, non avrei più avuto un'unica persona cui riferirmi. Io ho bisogno di un padrone. Se avesse perso, non me ne sarei mai andato. Per lealtà. Era talmente stretto, il nostro rapporto, da rendere impossibile le dimissioni».

E la seconda volta, allora, perché lo lasciò?
«Quando non sono d'accordo col padrone, non mi metto a litigare: mi dimetto. L'ho fatto in tutti i mestieri, garzone di fornaio, scaricatore di frutta, pony express».

CelentanoCelentano

Su che cosa non era d'accordo?
«Avevamo appena ingaggiato Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La Rai si ritrovò col sabato sera scoperto e cominciò a fare offerte ai nostri, da Corrado a Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Io dissi a Berlusconi: "Qualcuno lasciamolo andare". Ma lui volle tenerseli. Per una questione affettiva. È fatto così. Ridotta alla canna del gas, la tv di Stato fu costretta a inventarsi Celentano. Da un giorno all'altro, noi diventammo il vecchio e loro il nuovo».

Ed emigrò a Telemontecarlo.
«La proposta di Roberto Colaninno e Lorenzo Pelliccioli era irrinunciabile».

Quanto irrinunciabile?
«Un contratto blindato di tre anni con azioni che potevano valere fino a 40 miliardi di lire e un paracadute di 7 miliardi, qualunque cosa fosse accaduta. Reclutai Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Giuliano Ferrara, Gad Lerner. Un anno dopo ci chiusero».

Stento a vedermela in giacca e cravatta alla corte di Sua Emittenza.
«So indossare la divisa, quando occorre. Mi disegnavo da solo delle giacche di fustagno, prive di revers e taschino, un solo bottone, e me le facevo fare dal sarto Guido Fornetti di Milano, che ne era orripilato. Poveretto, lui è per il taglio classico. Però ho avuto i complimenti dalla sorella di Giorgio Armani. La cravatta, invece, mai».

Non riesco a capire come facesse Berlusconi a sopportarla.
«Facile: mi considerava matto. Si lamentava perché gli davo torto. Non le sto dando torto, gli spiegavo, le sto dando la mia opinione. Se preferisce qualcuno che le dia sempre ragione, le presento un mio amico che costa molto meno. Ma era difficile dargli torto, perché ha il marketing nello stomaco. Berlusconi non sa dirti qual è la cosa più bella del mondo, ma d'istinto indovina quella che piace a più persone. In tv, come in politica, non è schizzinoso, non ha paura dei suoi sostenitori».

Fiorello showFiorello show

Lei passa per essere di sinistra.
«Io non voto. Guardi, non è che Berlusconi dica le bugie e gli altri la verità. Dicono tutti le bugie. Solo che lui è molto più bravo degli altri».

Dieci anni fa la davano tra i favoriti alla guida di Raidue al posto di Carlo Freccero. Invece presero il leghista Antonio Marano.
«Mi chiamò il direttore generale Pier Luigi Celli per farmi un'offerta. Lo stoppai subito. Gli dissi: "Non me ne frega niente dei soldi, io non potrei mai lavorare qua dentro perché manca un padrone". Di chi è la Rai? Boh».

Anche Freccero, altro genio della tv, pare essersi inabissato. Ma lui, almeno, la mattina va in ufficio e dirige Rai 4 sul digitale terrestre.
«Non sono un genio. Ho solo fatto quadrare al meglio i conti. Nel rapporto costo-beneficio credo d'essere stato bravino. Come direttore di rete, Giorgio Gori è clamorosamente più in gamba di me. Come venditore di illusioni e public relation man, Freccero è ancora più in gamba. Ha inventato la contro-programmazione, è imbattibile nelle conferenze stampa. Poi, però, bisogna anche andare in onda... E nella gestione del budget è pernicioso».

Il regista Francis Ford Coppola dice che il nostro lavoro corre parallelo alla nostra vita, come un bicchiere pieno d'acqua che la gente definisce in questo modo: «Oh, l'acqua ha la stessa forma del vetro». Lei è un pesce fuor d'acqua.
«Può darsi. Ma considero un lavoro anche occuparsi di sé».

È un lavoro anche fare il nudista?
«A Formentera non sono mai andato in spiaggia a giocare il partitone del Maxibon. Se proprio devo scendere fra i nudisti, faccio in modo che nel raggio di 50 metri non vi sia anima viva. Mi mantengo ben lontano da quei duemila deficienti che tutte le sere a Big Sur credono di vedere il raggio verde e applaudono il tramonto del sole».

Mangiare, bere, dormire, prendere il sole. È questa la vita?
«Non lo so. Era quella di prima? Far guadagnare molti soldi a qualcuno credendo che il tuo lavoro sia fondamentale?».

Ne conosce altri che fanno la sua stessa vita?
«No».

L'aveva programmata così fin dall'inizio o le è capitata per caso?
«Ho deciso subito che non avrei fatto la vita di mio padre Ernesto, un funzionario di rigore sabaudo che alla Fiat di Torino s'era distinto nella "marcia dei 40 mila" guidata da Luigi Arisio. Non promanava serenità. Mi considerava un perdigiorno. Per lui il lavoro era tutto, io invece ho sempre pensato che fosse un modo per pagare le bollette. Me ne sono andato di casa a 17 anni. Forse sono diventato un dignitoso numero 2 perché cercavo inconsciamente l'approvazione di papà».

Che cosa sognava suo padre per lei?
«Il rispetto degli altri».

L'ha avuto.
«Non m'interessa il rispetto di chi non mi piace. La maggioranza di quelli che conosco spreca il suo tempo a cercare di piacere a persone con cui non uscirebbe mai a cena».

Sta cercando qualcosa, sta fuggendo da qualcosa o semplicemente si sta lasciando vivere?
«Sto evitando la gente. Bisogna fuggire il dolore che è reale e non inseguire la felicità che è illusoria. Credo che l'abbia detto Arthur Schopenhauer».

È un contemplativo alla Franco Battiato, che considera la colazione del mattino l'appuntamento più importante della giornata?
«Il momento più importante della giornata è, se e quando, mi viene da ridere. Ieri sera mi sono ucciso di sganasciate guardando la Gialappa's Band a Mai dire Grande Fratello Show. Lo faccio di rado. C'era la parodia di Marcello, il fornaio di Bergamo, interrogato all'esame di cultura generale. Caronte lo chiamava Caronzio».

Ride con poco.
«Rido e piango facilmente. Però alla fine mi sono chiesto: conoscere l'incipit della Divina Commedia, il conte Ugolino, Farinata degli Uberti, che cosa mi ha dato? I miei sentimenti sono forse più nobili dei suoi? Marcello amerà diversamente da me? Mi tormenta sempre questo retropensiero: che sia tutto inutile».

E per che cosa piange?
«Per qualcosa di maestoso. Per un traguardo raggiunto. Per il finale di Ghost, sempre. Per Notting Hill e per Schindler's list».

Quando scorre i necrologi no?
«Mai letto un quotidiano in vita mia. Che m'importa dell'opinione di Angelo Panebianco? È comunque l'idea di uno che non conosco, espressa per di più su un fatto italiano, dunque trascurabile. Mi chiedono che cosa penso di Barack Obama. Che cosa vuoi che ne pensi? Che ne so io dello stato dei conti americani e di quello che Obama farà? Dovrebbe piacermi perché è bello, alto, magro, giovane e nero?».

Non prova sensi di colpa nei confronti della classe operaia che, dopo l'inferno in terra, non andrà neppure in paradiso, poveretta?
«Provo dispiacere se stando all'inferno spera nel paradiso. Per il resto sono ben conscio della grandissima fortuna che ho avuto. Ma anche la classe operaia è molto fortunata rispetto a chi non arriverà mai alla catena di montaggio perché a 3 anni muore di fame. Un operaio di 40 anni con moglie e figli è molto più fortunato di un imprenditore di 60 scapolo e malato di cancro. Non siamo tutti uguali.

E non è in progetto che lo si diventi, altrimenti il mondo sarebbe popolato di Brad Pitt e Woody Allen. La convivenza civile passa attraverso la garanzia che una quantità sufficiente di chance sia offerta a tutti. Per il resto Brad Pitt ha la faccia che ha e tromberà sempre di più di quanto riesca a trombare io».

Eloquente.
«Se il precario rivendica il diritto al lavoro, io rivendico il diritto alla mia quota di gnocca».

Espressivo.
«Eh no, perché qui bisogna capirsi. Se abbiamo scelto tutti insieme la supremazia del mercato, non possiamo parlare di diritto al lavoro».

Credo che coincida col diritto alla vita e alla dignità.
«Sancito da chi? Se la mettiamo sul piano etico e filosofico, il mio problema non può essere il precario privo di contratto ma il bambino che crepa di sete».

Lei di che campa?
«Di investimenti fatti male da amici che si definiscono esperti».

Con le Borse in altalena, non teme di ritrovarsi dalla sera alla mattina senza una rendita?
«La possibilità esiste. E vabbè, tornerò a lavorare».

A Laura Rio del Giornale disse che tornerebbe a lavorare in tv «solo a tre condizioni: un lauto stipendio, un progetto che possa arrivare a un risultato economico certo, un obiettivo di share del 6-7 per cento». Che intende per lauto?
«Un po' meno di un giocatore del Milan o dell'Inter che non va neanche in panchina».

Che cosa prova quando vede Mike Bongiorno che a 85 anni si dispera perché Mediaset non gli ha rinnovato il contratto?
«Non ho sentimenti. Se fa ascolto, va in onda. Se non lo fa, va a casa. Solo la riconoscenza può essere a vita. Non stiamo parlando di personaggi che hanno fatto la televisione gratis».

Lei ha sempre sostenuto: «I contenuti sono tutto ciò che passa tra uno spot e l'altro». Quindi è la pubblicità che fa la tv?
«La tv commerciale è trasparente fin dalla denominazione: quello che va in onda serve a vendere la pubblicità. Fine».

Deve esistere il servizio pubblico?
«Sì, una rete sola che non guarda nessuno. L'anomalia non sono le tre reti di Berlusconi, ma le tre reti della Rai. Berlusconi è solo una conseguenza».

Lei s'è vantato d'aver scoperto e mandato in onda il dissacrante South Park, «un cartoon fantastico anche se dai contenuti pesanti». Mi spiega che cosa c'è di fantastico nell'episodio in cui una statua della Madonna sanguina dal retro, facendo gridare al miracolo, e Benedetto XVI, colpito in faccia da uno schizzo, dichiara che non si tratta affatto di un prodigio ma di flusso mestruale?
«Non ho visto quell'episodio. South Park serviva a incuriosire la stampa, a dare un'aura di alternatività a Italia 1, una rete che nell'approccio col pubblico giovane sconta il fatto d'appartenere a Mediaset».

Non mi ha risposto.
«Considero più grave che il Papa sconsigli l'uso del preservativo. O che il Vaticano si occupi di Angeli e demoni».

Ha bisogno di chiarirsi le idee. Devo portarla dall'anticlericale che ha intervistato gli ultimi due pontefici, Vittorio Messori, nell'abbazia di Maguzzano.
«Dov'è?».

Tra Desenzano del Garda e Lonato.
«Ci vengo volentieri».

Che cosa pensa di Fiorello su Sky?
«Non ho ancora capito quando va in onda. Non so se sto vedendo una diretta, una replica, lo spezzone di un programma o una recita teatrale. Fiorello è formidabile, un istrione, forse il più grande animale da palcoscenico che abbiamo. Ma il suo potenziale si divide per 100 se non va in diretta e se non ha un pubblico vero davanti. Per funzionare ha bisogno dell'arena, deve sentire l'odore del sangue. Un altro che ha lo stesso talento naturale è Pierfrancesco Favino».

Michele Santoro e il suo Annozero le piacciono?
«Ho lavorato con lui. Dalla sinistra pretendo la verità, non le mezze bugie. Sono faziosi. Mi aspetto la faziosità da Emilio Fede, non da Santoro. Troppo astio, troppa miopia. Uno come Marco Travaglio non riuscirà mai a convincere gli indecisi. E convincere quelli che sono già convinti non è un buon obiettivo. Né civile, né televisivo».

Lei non ha mai preso moglie per non doverci litigare, però cambia compagna ogni sei mesi. L'ultima fissa mi risulta che l'abbia avuta nel 1986: sei mesi di fedeltà assoluta.
«M'ero messo in mente di fare quello normale. Da un annetto ho di nuovo una compagna fissa. Prima non le cambiavo: le tenevo tutte assieme. E loro lo sapevano. Con le donne ho sempre proceduto o per sostituzione o per aggregazione».

Che cosa s'aspetta da una donna?
«Che mi migliori la vita».

Il nostro comune amico Vittorio Giovanelli, del periodo in cui arruolava le starlette per le reti Mediaset, mi ha confidato: «L'autista di pullman qualche parafango lo ammacca».
«Ho sempre preferito il terziario, dove il conflitto d'interessi era meno evidente».

Qual è oggi il suo stato d'animo di fronte a programmi come L'isola dei famosi e La talpa?
«L'isola dei famosi è fatta meglio».

Non era il senso della domanda.
«Lo stato d'animo televisivo è che la prima funziona e la seconda no».

Non è scoraggiante che la gente consideri vero ciò che va in onda nei reality, mentre è tutto artificiale, recitato, programmato?
«L'abbiamo abituata bene con i telegiornali».

Ma lei ha mai avvertito l'imperativo morale di provare a migliorarla, la gente?
«Migliorare il prossimo è da presuntuosi. Dovrei prima stabilire che cosa è bene e che cosa è male. Due compiti che semmai spettano allo Stato. Non voglio difendere ciò che non è difendibile, ma la qualità è un concetto soggettivo e cercarla nel mezzo di massa per eccellenza mi sembra una contraddizione di termini. In spiaggia sfoglio Chi, non Micromega».

Ha definito il Drive in addirittura «imprescindibile». Non s'è mai posto il problema delle generazioni che ha tirato su, del linguaggio che gli ha insegnato, dei valori che gli ha trasmesso? Li vede gli adolescenti per strada o è cieco?
«Imprescindibile non in assoluto, bensì riferito a un modo nuovo di concepire il varietà televisivo. I Beatles non avrebbero dovuto cantare perché Mozart era migliore di loro?».

«Usata male la tv è peggio della bomba atomica», mi ha detto Ettore Bernabei, l'uomo che ha fatto la Rai. «Prenda Beautiful, l'espressione più sublime della virtualità. Lì fanno vedere che te puoi cambiare la moglie ogni settimana. Ma non è mica così, sa? Vivaddio, nessuno può cambiare moglie tutte le settimane. Ci ha provato Trump, il miliardario, però ha dovuto rinunciarci anche lui. Io la mia me la tengo stretta da 52 anni».
«E Walt Disney allora? Non solo ha fatto credere a tutti che esiste il principe azzurro, ma ha anche stabilito che deve essere bianco, nobile e ricco. C'è il peggio del peggio dell'elitarismo nella tv di Disney. Eppure passa per edificante».

Sergio Castellitto s'è dato un regola: non recitare mai in un film di cui i suoi figli possano vergognarsi. Anche se lei non ha figli, nulla di ciò che figura nel suo curriculum la angustia?
«Nulla».

Le manca un figlio?
«Trovo assurdo che si debba sostenere un esame per ottenere il patentino del ciclomotore ma non per diventare padri. Io me lo faccio da solo e non mi promuovo. Per fortuna ormai l'anagrafe mi difende. Al massimo potrei fare direttamente dei nipoti».

 

 
[02-07-2009]