LA CANNES DEI GIUSTI - “SOLO: A STAR WARS STORY” NON SOLO NON È IL DISASTRO PRODUTTIVO CHE SI TEMEVA, MA È PROPRIO PIACIUTO A TUTTI E SALUTATO COME UNO DEI MIGLIORI FILM DELLA SAGA E UN GRAN BEL RITORNO AI TEMPI DI QUANDO LA LUCASFILM ERA LA LUCASFILM - VIDEO

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Marco Giusti per Dagospia

 

SOLO A STAR WARS STORY SOLO A STAR WARS STORY

Cannes. Il red carpet è ancora pieno di peli di Chewbacca, uno dei pochi che non si è fatto taglio e colore da Roberto D’Antonio (forse neanche Valerio Mastrandrea, ma non ne sono sicuro), che ha sfilato con Ron Howard, e tutto il cast di questo bellissimo Solo: A Star Wars Story assieme a Thierry Fremaux. I critici americani facevano notare con divertimento che mai si era visto una platea di giornalisti francesi applaudire all’arrivo di Chewbacca in sala per la proiezione di questo ritorno di Star Wars alle origine.

 

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Perché Solo: A Star Wars Story, scritto da Lawrence e Jonathan Kasdan e diretto da Ron Howard che ha preso il film in corso dopo il licenziamento in tronco per “divergenze artistiche” di Phil Lord e Christopher Miller, i registi di Lego Movie, non solo non è il disastro produttivo che si temeva, ma è proprio piaciuto a tutti e salutato come uno dei migliori film della saga e un gran bel ritorno ai tempi di quando la Lucasfilm era la Lucasfilm. Del resto, Ron Howard e Lawrence Kasdan, ormai sessantenni, ne sanno qualcosa di più di cinema d’avventura e di battaglie spaziali dei quarantenni e dei trentenni che vincono oggi a Hollywood.

 

Certo, si devono fare concessioni a nuove facce e a personaggi con un passato non di cinema, ma di serie tv. Così ecco l’inedito Alden Ehrenreich (è piaciuto a tutti) al posto di Harrison Ford come Han Solo, il suo amore, l’ambigua Qi’ra, intrepretato addirittura dalla regina dei draghi Emilia Clarke, una coppia di ladroni spaziali come Woody Harrelson e Thandie Newton nei panni di Tobias Beckett e la sua donna Val, grandi attori anche di cinema che le recenti serie (True Detective e Westworld) hanno reso di culto, che lavorano per certo Dryden, interpretato da Paul Bettany.

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Mettiamoci anche un giovane Lando Calrissian, Donald Glover, e un Chewbacca fresco di shampoo “interpretato” da Joonas Suotamo. La forza del film è tutta nella rilettura dei generi, war movie, western, noir, che i fratelli Kasdan e Ron Howard spalmato con amore nel corso del film.

 

Non citazioni, ma proprio lunghe scene, la guerra di trincea, l'attacco al treno, la gang con la donna dell'eroe diventata donna del boss, che formano la struttura narrativa del film e che Howard riesce poi a mescolare con estrema abilità man mano che i personaggi prendono forma. Sceneggiatura perfetta e regia totalmente votata all'avventura. Erano anni che Howard non faceva in film così.

 

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Mentre Han Solo e Chewbacca deliziano i vecchi critici americani e non, i nostri critici, soprattutto i Morreale-Mereghetti di fronte al nuovo film di Lars von Trier, The House That Jack Built, insorgono lanciando pomodori e uova marce. Non lo hanno mai amato né capito. Problema loro. Ma leggo delizie come “Che Lars von Trier fosse uno dei grandi bidoni del cinema d’autore, venne in mente a molti ai tempi delle Onde del destino e poi del manifesto Dogma, che qualcuno prese pure sul serio” (Morreale).

 

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O “Incapace ormai di scandalizzare, Lars von Trier rivela fino in fondo la sua pochezza” (Mereghetti). Bidoni? Pochezza? Ora, proprio dopo aver visto film come Le onde del destino o Dancer in the Dark o Antichrist o Melancholia o Nymphomaniac, veramente come si fa a scrivere che Lars von Trier sia un “bidone”, o a schiaffargli due stellette a sfregio. Dagli zero stellette se non ti piace, ma non due.

 

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Poi leggo Eric Kohn su “Indiewire” che parla “wild masterpiece”, Owen Gleiberman su “Variety” che scrive che “sempre a metà tra un buon film sovversivo e un colpo. E’ costruito per andarti sotto la pelle e lo fa”. David Ehrlich, Indiewire, lo definisce “una schiacciante autocritica delle scuse sconsiderate per la violenza compulsiva della creazione artistica. il finale è uno schianto.

 

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Mi dispiace di dire che l'ho adorato”. Peter Bradshaw del “Guardian” che, pur scioccato come spettatore, pensa che il finale grandguignolesco sia uno spettacolo memorabile. Kaleem Aftab su “The Indipendet” scrive “Lar von Trier è tornato a fare ciò che sa fare meglio, creando drammi psicologici che esprimono la mascolinità tossica”, quattro stelle. Alicia Malone sostiene che “Lars Von Trier ci sta trollando, con una sezione di clip dei suoi film. Usa la violenza eccessiva (più ridicola che scioccante) e la misoginia come una forma di autoesame ...”. Ragazzi, ma che state scrivendo? Fatevi fare uno shampoo da Robertino e ne riparliamo.    

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