IL CINEMA DEI GIUSTI - ‘THE POST’ DI SPIELBERG È UN FILM ANTI-TRUMPIANO CON GRAN CAST E QUALCHE ERRORE STORICO. I GIORNALISTI ITALIANI AMERANNO IL FILM, E TUTTA LA PARTE SUL VECCHIO GIORNALISMO, ANCHE SE NESSUNO DA NOI SI AZZARDEREBBE A FARE UN FILM NON DICO SULLA FAMIGLIA DE BENEDETTI, MA NEMMENO SUL CASO ARIOSTO-DOTTI-BARBAROSSA (‘L’ESPRESSO’), CHE CONTRIBUÌ ALLA CADUTA DEL GOVERNO BERLUSCONI O SULLA CEDERNA CONTRO LA PRESIDENZA LEONE…

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Marco Giusti per Dagospia

 

The Post di Steven Spielberg

 

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E’ piaciuto a tutti, certo, ma non ai giornalisti del “New York Times”. “Buon film ma cattiva ricostruzione storica” hanno detto del pur bellissimo film di Steven Spielberg The Post con una strepitosa Meryl Streep e un Tom Hanks davvero troppo rifatto, su sceneggiatura originale di Liz Hannah rivista e corretta dal Josh Singer di Spotlight.

 

Bad History, sostiene James Goodale, allora collaboratore del “New York Times”, perché evidentemente il film di Spielberg spinge tutta la storia dal punto di vista del “Washington Post” esagerando il suo impegno nella vicenda dei Pentagon Papers a scapito dei giornalisti del Times, che non solo furono i primi a fare uscire lo scoop, ma anche i primi, e questo nel film non si vede, a procedere contro le decisioni illiberali della presidenza Nixon.

 

the post. the post.

Al di là della polemica, più che giusta, va detto, a Spielberg e ai suoi sceneggiatori interessavano però anche altre cose legate alla storia dei Pentagon Papers, che uscirono nel 1971 e portarono avanti un processo di controinformazione che sfocerà qualche anno più tardi nel caso Watergate, dove protagonista furono davvero il Post coi suoi due celebri giornalisti, Bob Woodward e Carl Bernstein, immortali al cinema in Tutti gli uomini del presidente da Robert Redford e Dustin Hoffman, e il suo direttore Ben Bradlee, impersonato da Jason Robards, molto più credibile nel ruolo di Tom Hanks.

 

Intanto a Spielberg e soci importava, nel primo anno di presidenza Trump, un film sulla libertà di stampa. Li possiamo capire. Anche se, curiosamente, The Post nasceva, a quel che ha detto Meryl Streep, sull’onda della sicurezza della vittoria di Hillary Clinton, dell’arrivo della prima donna americana presidente. E la storia di Katherine Graham, la prima editrice donna di un giornale americano all’interno di un’industria e di un mondo tutto maschile, avrebbe avuto allora un altro senso. Eppure acquista oggi ancora più senso, e questo Spielberg non poteva saperlo, davanti al movimento fortissimo del #metoo e delle rivincite femminili contro il potere maschile.

 

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Al punto che il personaggio di Katherine Graham interpretato da Meryl Streep, che passa da ruolo di spaesata figlia e vedova di editori in un ruolo maschile che, agli occhi della stampa del tempo, non le poteva competere, a forte paladina della libertà di stampa in grado di far diventare “The Post” un giornale vero, di pari importanza del “New York Times”, sviluppa qualcosa che va ben oltre lo scandalo dei Pentagon Papers, ai nostri occhi.

 

Perché grazie a lei non solo gli americani prendono coscienza di tutto quello che per anni i vari presidenti avevano nascosto riguardo la guerra in Vietnam, questo rivelavano i Pentagon Papers voluti da Bob McNamara per documentare la storia del paese trafugati nel 1967 e passati prima al New York Times e poi al Post, ma la stessa Katherine Graham prende coscienza, e noi con lei, della sua libertà e del suo potere all’interno di un mondo totalmente maschile.

 

Spielberg costruisce il tutto come fosse un thriller, grazie alla musica di John Williams, alla fotografia di Janunusz Kaminski, ma soprattutto grazie a una sceneggiatura e una messa in scena che devono farti arrivare a una tensione sulla scelta finale che dovrà fare Katherine Graham. Pubblicare le notizie dei Pentagon Papers che Nixon ha vietato di far uscire sulle pagine del New York Times, rischiando così la morte del giornale appena quotato in borsa, o accettare il divieto del presidente, come vogliono i suoi investitori e le banche?

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Dalla parte sua ha i giornalisti e l’ambizioso direttore Ben Bradlee, mentre la proprietà, che lei rappresenta, la porterebbe a non osare nulla. Anche se la intelaiatura del film è particolarmente complessa, con tantissimi personaggi più o meno importanti che ruotano attorno alla vicenda e ai due protagonisti, la decisione che deve prendere Katherine è semplice e Spielberg gioca su questo per costruire la tensione e il cuore della storia.

meryl streep e katharine graham meryl streep e katharine graham

 

I giornalisti italiani, più o meno eroici, da Cazzullo a Pigi Battista, da Zucconi a Rampini, da Severgnini a Grasso, che non si stanca mai di esaltare le fiction di Canale 5, ameranno il film, ne siamo certi, e tutta la parte sul vecchio giornalismo con i tipografi e le rotative, anche se nessuno da noi si azzarderebbe a fare un film non dico sulla famiglia De Benedetti, ma nemmeno sul caso Ariosto-Dotti-Barbarossa portato avanti sull’Espresso, che contribuì alla caduta del governo Berlusconi o alla battaglia di Camilla Cederna contro la presidenza Leone. Grande cast che non si ferma solo a Meryl Streep-Tom Hanks, ma ci sono anche Bob Odenkirk, Tracy Letts, Carrie Coon, Alison Brie. Tutti fantastici. In sala dal 1 febbraio.    

 

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