IL CINEMA NELL’ERA DI SILVIO – NON DITE A DON AB-BONDI CHE L’ISTITUTO LUCE HA FINANZIATO (E MESSO NEL CASSETTO) UN FILM CHE DÀ LA COLPA DEL DECLINO DEL NOSTRO CINEMA ALLA TV COMMERCIALE (TANTO PER CAMBIARE NEMICO)…
Michele Anselmi per "Il Riformista"
Sandro BondiSi chiama "Film Bianco", ma non è un omaggio al Kieslowski del trittico "Tre colori". Valerio Jalongo, esponente tra i più arrabbiati dell'associazione Centoautori nonché regista ed insegnante, ha intitolato così il suo documentario, in buona misura prodotto dall'Istituto Luce. Cinquantamila euro non si negano a nessuno, ci mancherebbe. E del resto la commissione ministeriale che assegna i fondi di garanzia, pur non sborsando un euro per via del basso punteggio automatico, rintracciò nel copione "interessanti spunti di riflessione sulle cause del declino del cinema italiano".
Solo che nel frattempo due dei tre autori, ossia Giulio Manfredonia e Francesco Apolloni, si sono defilati, non solo per sopraggiunti impegni di lavoro; e a quel punto Jalongo ha trasformato il film in un "j'accuse" tutto politico nei confronti dell'Italia "berlusconiana", vista come barbara, ignorante, schiava dell'Auditel, senza identità, rassegnata alla mutazione antropologica tanto esecrata da Pasolini.
Risultato? Al Luce, avviato alla fusione con Cinecittà Holding, non sanno bene cosa farne. Il cda che diede via libera al finanziamento, regnante il ministro Rutelli, non esiste più. Il centrodestra ha rivinto le elezioni, l'occhiuto ministro Bondi, sensibile in materia, vigila. Così toccherà a Luciano Sovena, nel frattempo promosso amministratore delegato della "nuova" Cinecittà Holding, il compito di gestire la patata bollente.
Naturalmente Jalongo, pregustando la battaglia, rivendicherà giustamente le ragioni inviolabili dell'autonomia artistica e creativa, certo non asservibili alle regole dello spoyls-system o al "colore" dei finanziamenti. Tuttavia resta da chiedersi se il documentario, ormai quasi pronto, colga il bersaglio dicendo qualcosa di ragionevole o se, invece, non risenta di una visione tutta ideologica e apocalittica della questione.
Liliana Cavani
Nell'evocare la grandezza perduta del cinema italiano, il regista la prende infatti alla lontana, quasi in chiave gialla. C'è da rintracciare, presso un collezionista calabrese, una copia di "Al di là del bene e del male" di Liliana Cavani, 1977. Ma la pellicola è deperita, tutta rossa, invedibile: metafora cristallina di una condizione più generale. Spira un'aria da "Nuovo cinema Paradiso" quando appare l'eroico Giuseppe Imineo che gira i paesini calabresi proiettando i film su uno schermo mobile mentre chiudono i cinema di Lametia Terme.
Intanto Felice Farina, al lavoro da sei anni su un film mai finito, se la prende con il produttore fallito, il meccanismo dei finanziamenti pubblici, anche un po' con se stesso, dicendosi vittima di "un patetico incubo", pure di "un senso di colpa per aver utilizzato i soldi dei contribuenti" (5 euro a testa, per la precisione).
Farina diventa così l'emblema di un meccanismo implacabile che umilia la creatività, allunga i tempi e trasforma il film "in questione di vita o di morte" (nessuno si chiede, tra i registi intervistati, se esista anche un problema di storie, di argomenti, di stili). Non così, secondo Jalongo, andava ai tempi dei grandi produttori, i Ponti, i Grimaldi, i De Laurentiis, "costretti" (?) a scappare in America. Dino De Laurentiis, raggiunto a Los Angeles, accusa: fu la legge Corona, che impose restrizioni sul piano delle coproduzioni, a uccidere la competitività del nostro cinema.
CARLO PONTI e Sophia Loren
Ma, tra un Luchetti che invita giustamente a non dare sempre la colpa al sistema e un Bellocchio che ironizza su Alberoni al Centro sperimentale, ecco precisarsi la vera tesi di "Film Bianco". A colpire a morte il cinema italiano è stato Berlusconi.
"Il 28 luglio 1976 la Corte Costituzionale autorizza la trasmissione delle tv commerciali. In pochi anni la produzione di film nazionali scende da 250 a 90, la percentuale di spettatori che vedono film italiani dal 60 al 20 per cento", scandisce lo stesso Jalongo. Il documentario cambia registro. In rapida successione vediamo Fellini che parla del suo "Ginger e Fred" e Berlusconi che replica assicurando: "Non c'è rapporto tra la tv reale e la tv immaginata da Fellini, quella appartiene al suo mondo grottesco".
Segue, alla maniera di "Blob", Mastella che balla in camicia tra due fanciulle poppute. Non fosse chiaro, la troupe va a Cinecittà per intervistare le ragazzine che aspettano di entrare nel mitico Teatro 5 dove oggi si registra "Amici". Nessuna conosce Fellini, il che attesterebbe il massacro culturale provocato dalle tv.
Dino De Laurentiis
Passano sullo schermo tetri palazzoni di periferia sul far della sera, a evocare una dimensione sempre più angusta di vita: gli italiani sigillati in casa davanti al teleschermo, rincoglioniti dai reality show, ormai insensibili agli spot che devastano i film (si vede anche il giovane Veltroni della campagna "Non si spezza una storia, non si interrompe un'emozione"), pronti ad uscire solo per ingozzarsi di pop-corn nei multiplex Warner Bros dove trionfano "Harry Potter" e kolossal americani.
E pensare che il cinema italiano ha recuperato stabilmente una quota di mercato superiore al 30 per cento, l'industria ha ripreso a marciare. Ma Jalongo non lo dice. Meglio mostrare nel finale malinconico una sala smontata pezzo per pezzo. Fa più effetto.








