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IN MEMORIA E GLORIA DI GIAMPAOLO DOSSENA, INTELLETTUALE STRAORDINARIAMENTE BIZZARRO, SCRITTORE E SAGGISTA, CHE FU MAESTRO DI GIORNALISMO LONTANO DA OGNI CONFORMISMO – MARIA GIULIA MINETTI RICORDA QUEI GIORNI CON DAGO ALL’”EUROPEO” (1979-’80)…

Lettera di Maria Giulia Minetti - giornalista de La Stampa

Caro Roberto, l'altroieri è morto Giampaolo Dossena, un intellettuale straordinariamente bizzarro, irriducibile a ogni cliché, di un'originalità tanto profonda da essere spesso autolesionista, salvo che l'autolesionismo era per lui - mi pare - una specie di purificazione, un modo di sfuggire a situazioni dove gli si chiedeva di «conformarsi» a qualcosa.

Così è sfuggito anche a noi due, dandosela a gambe dalla redazione romana dell'«Europeo» dov'è stato per altro pochissimo (qualche mese tra il 1979 e il 1980), condottovi da Valerio Riva che si era illuso di poterlo tenere lì sottraendolo all'«Espresso».

In quei pochi mesi della sua precaria sosta all'«Europeo», Dossena è stato fondamentale per la mia educazione al giornalismo (avevo appena cominciato) e, mi hai detto tante volte, per la tua. Noi ci siamo conosciuti lì, e lì abbiamo conosciuto Dossena. È per questo che ti scrivo, perché, quando muore una persona che ha avuto significato nella tua vita, capita di ripensare alla prima volta che l'abbiamo incontrato, a chi c'era e come eravamo.

Eravamo diversissimi da quello che siamo adesso, quasi ragazzi, e Dossena invece era già Dossena, uno che si occupava di letteratura e letterati italiani, anche i più sinistri, per esempio l'Alfieri! - che non gli era affatto simpatico, del resto, e perciò, tra l'altro, se ne era occupato - esplorandoli come faceva coi giochi, e cioè usando una sua speciale antropologia filologica, o filologia antropologica, sempre attaccata al dettaglio della vita materiale, da quello vivificata. Osservava, magari, di qualcuno: «Puzzava terribilmente», ed era un'osservazione conclusiva, sistemava un intero ragionamento.

Non essendoci alti e bassi codificati negli interessi di Dossena, benché noi fossimo, professionalmente, cuccioli bradi, ci accudì con un affetto meraviglioso. E per tirare fuori chi eravamo, usava certi suoi test particolari, indiretti.

Una volta lasciò sulla mia scrivania una specie di cubo di Rubik, di cui non mi accorsi neppure. Lo portò via (non mi accorsi neppure di questo) e mi piazzò accanto alla macchina per scrivere un libretto di giochi verbali. Venne poi alla mia scrivania e scoprì che subito mi ero messa a comporre una quartina schizoglotta. Aveva trovato un bandolo.

Leggeva quello che tu scrivevi allora - recensioni di dischi, reportage dell'estate romana, profili di nuovi rocker & simili (ti ricordi che sei stato il primo in Italia a parlare di Bruce Springsteen?) - in una lingua di cui fu subito appassionatamente curioso, con piacere evidente. Difficile che correggesse, erano piuttosto i passaggi che attiravano la sua attenzione, di cui ci parlava, a farci capire cos'avevamo fatto di buono (e di meno buono). Una persona come te sollecitava in modo straordinario il suo antiaccademismo.

Poi i mesi romani di Dossena all'«Europeo» finirono. Vide la sua libertà in pericolo? Litigò di nuovo con Valerio Riva dopo il lungo, dossenesco trattato di pace siglato anni prima? Prima ancora Dossena e Riva erano alla Feltrinelli insieme, poi c'era stato uno scazzo così storico da durare un decennio, poi (raccontava Riva e Dossena non smentiva) Riva aveva letto un pezzo di Dossena sul «Corriere del Ticino» e gli aveva telefonato dalla sua scrivania di caporedattore cultura dell'«Espresso»: «Ho letto il tuo pezzo sul "Corriere del Ticino". Bello. Cos'hai fatto in tutti questi anni? Mangiato un sacco di pesce?». E dal giorno dopo Dossena aveva incominciato a scrivere sull'«Espresso».

Ombroso com'era, un passetto falso (che tu non ti accorgevi fosse falso) bastava a irritarlo molto. Quando gli telefonavo - raramente, perché lasciando l'«Europeo» aveva lasciato tutti noi - temevo sempre che mi mandasse a quel paese. Qualche volta l'ha fatto. Le ultime no. Ed è stato poco tempo fa. Mi ha addirittura ringraziato per avere citato correttamente una sua frase, m'ha detto: «Brava!».

Accettò di pubblicare sullo «Specchio della Stampa» dell'ottobre scorso brani inediti d'un libro che stava scrivendo (il secondo) su Cremona, la sua città, «che detesto», precisò. Era in programma una grande festa in suo onore per la ripubblicazione da Mondadori della sua gigantesca «Enciclopedia dei giochi» uscita anni fa presso la UTET. «Io non ci andrò», mi disse. Irriducibile.

UNA VITA IN GIOCO
Stefano Bartezzaghi per La Repubblica

È stato il primo, ed è rimasto il più grande. Chissà da quale dei filoni culturali esperiti da giovane - gli studi letterari, la koiné lombarda (Porta, Tessa, Gadda, l´amicizia per Bianciardi), l´integrazione nell´industria culturale ed editoriale nascente, la passione privata per il fai da te e per ogni eccentricità - Giampaolo Dossena ha ricavato l´idea di diventare un esperto di giochi. Deve essere stata un´idea come un´altra, maturata leggendo i primi numeri di Linus e parlando di Lewis Carroll con qualche amico della cerchia degli happy few.

Resta il fatto che Dossena si è inventato un mestiere: il giornalismo che si applica al gioco, ne studia la storia, titilla i lettori invitandoli a interagire. Così, negli anni Settanta, incomincia un´attività fatta di rubriche e articoli, su L´Espresso, Europeo, Epoca, un´attività che lentamente tracima dalle pagine di costume verso le pagine della cultura, per approdare poi al Tuttolibri della Stampa nel 1980, e al Venerdì di Repubblica nel 1987. Si occupava di giochi, ma ogni lettore capiva che era molto più colto di molti che si occupavano di letteratura.

La posizione del giocatore - anche di quello che, come Dossena, ama un signorile agonismo - è una posizione che ammette e richiede una certa solitudine. Per Dossena il gioco è stato un modo di appartarsi: innanzitutto dalla cultura accademica, di cui si fece beffe dopo oscure vicende universitarie di cui parlava poco volentieri; poi dall´editoria, che aveva frequentato e conosciuto in case editrici eminentissime, e di cui gli era rimasta la sapienza pratica, e un certo sardonico disgusto per le persone; infine dal giornalismo, anche quello frequentato stando sempre dall´altra parte del tavolo, o del tavoliere di gioco.

Scriveva articoli; ogni articolo diventava una scheda che arricchiva l´archivio - contenuto in certe scaffalature e cassettiere di legno che costruiva da solo, con orgoglio di stipettaio; ogni scheda diventava il lemma di un dizionario, il capitolo di un manuale sui giochi da tavolo o su quelli di carte; ogni libro veniva smontato e rimontato, integrato ad altri.

L´opera del Dossena studioso di giochi si configura come una piramide, con tanti blocchi sovrapposti sino al culmine, che è quell´Enciclopedia dei Giochi che nei tre volumi della prima edizione Utet del 1999 è un vero e proprio monumento anche editoriale (si attende ora una seconda edizione che dovrebbe aver fatto in tempo a rivedere, da Mondadori).

Negli anni Settanta aveva anche incontrato l´enigmistica, di cui lo interessava solo l´aspetto più popolare del cruciverba, e la ferramenta delle "combinazioni" (sciarade, incastri, intarsi, lucchetti); un aspetto tecnicamente molto serio anche perché privo di ambizioni artistiche, o artistoidi. Declinando la passione per i giochi nel campo linguistico era inevitabile che reincontrasse la letteratura: assomiglia molto alla sua idea elaborata, strategica e sapiente di gioco l´attività del poeta che incastra sillabe e rime.

Il suo primo amore era stata certo la letteratura: il suo volume, enorme e sempre incompiuto, sui Luoghi letterari mescolava la passione per Dante con quella, pionieristica, per i limerick. Certi suoi saggi, per esempio sulla Vita dell´Alfieri o su Gadda, manifestavano già la sua vocazione di grande intrattenitore letterario, senza alcuna concessione a concettosità accademiche.

Ma forse doveva fare il tuffo nel giornalismo delle rubriche, con l´indirizzo a cui mandare lettere scritto ben chiaro in fondo, per poter perfezionare quel suo linguaggio speciale, dialogico, coinvolgente senza ruffianerie che avrebbe poi definito "confidenziale". Era contento che un recensore avesse scritto «Dossena è l´unico giornalista italiano che può maltrattare il suo lettore».

Confidenziale, appunto: una volta trovato il linguaggio giusto, venne dal 1987 la Storia confidenziale della letteratura italiana, quattro volumi rizzoliani (con l´aggiunta collaterale di un volume su Dante Alighieri, Longanesi). Per il primo volume, un vero bestseller che insegna genialmente come si è viaggiato dai primi vagiti della lingua italiana all´Inferno dantesco, Dossena si accomodò addirittura nel salotto televisivo di Maurizio Costanzo: parve, in quel contesto, un marziano provvisto di ottima conversazione e con la battuta pronta.

Negli ultimi anni aveva avuto poche uscite editoriali. Chi era in contatto con lui raccontava di malattie poi superate, del ritorno da Milano a Cremona. Aveva ripubblicato da Zanichelli Il dado e l´alfabeto, un suo ottimo dizionario di giochi con le parole; stava curando assieme a un allievo fra i prediletti, Dario De Toffoli, la seconda edizione della sua Enciclopedia; con il Mulino, casa editrice con cui già aveva pubblicato un esilarante Garibaldi fu ferito, aveva raccolto alcune brevi prose di tipo memorialistico, ma memorialistico alla Dossena - e con sonore pernacchie a Proust.

Ma per chi li ha collezionati, i libri di Dossena occupano uno scaffale che non è facilissimo da sistemare: sono libri trasversali, non parlano mai di un argomento alla volta, amano la digressione. Sono anche libri grandemente umoristici, di un umore nero, nerissimo, in cui il riso sta per qualcosa che (sfiducia, traumi infantili, furore) forse è meglio non chiedersi cos´è. Dossena non ha compiuto i suoi progetti sulla letteratura, ha concluso quelli sui giochi. Sarà anche un caso, ma è un caso che ci dice da che parte voleva andare la sua scrittura. Tanti o pochi, lo rileggeremo ancora, a lungo: probabilmente sempre.

 

 
[07-02-2009]