LA RUGA SULLE PALLE - CHARLOTTE ROSSELLA RISPONDE A SCALFARI: "DICE DI AVER RIFIUTATO DI CONCEDERE I DIRITTI DEL SUO LIBRO "LA RUGA SULLA FRONTE" ALLA MEDUSA DOPO UN MIO INTERVENTO TV A FAVORE DI BERLUSCONI? FALSO, CON NOI, SCALFARI, NON AVEVA ALCUN CONTRATTO" - PECCATO NON FARCI UN FILM PERCHé LA TRAMA DI EU-GENIO è LA STORIA, PER FILO E PER SEGNO, DI GIANNI AGNELLI, DALLA COCA AL SUICIDIO DLE FIGLIO...
1 - "CON NOI, SCALFARI, NON AVEVA ALCUN CONTRATTO"
Da Chi
CARLO ROSSELLA
D. Eugenio Scalfari ha rifiutato di concedere a Medusa i diritti per il suo libro Le rughe sulla fronte, dopo averla vista difendere Berlusconi in tv.
R. «Difendo Berlusconi quando, dove e come mi pare. Vorrei fosse chiaro a tutti, anche a Scalfari».
D. Crede all'obiezione di coscienza politica?
R. «Medusa è una casa di produzione democratica, abbiamo molti autori di sinistra. Perché Scalfari continua a scrivere per Einaudi, che è di Berlusconi? Perché lì, forse, è ben remunerato, mentre con noi non aveva alcun contratto. Quel rifiuto non gli è costato un euro».
2 - TE LO DO IO GIANNI AGNELLI!
Michele Anselmi per "il Secolo XIX"
EUGENIO SCALFARI
Cercasi produttore per fare un film dal romanzo "La ruga sulla fronte". Ma prima urge piccolo passo indietro. Mercoledì scorso, un po' tirato per i capelli, Eugenio Scalfari ha voluto chiudere la polemica innescata dal teologo Vito Mancuso sull'annosa questione se sia giusto scrivere su "la Repubblica" contro Berlusconi e allo stesso tempo pubblicare libri per la Mondadori, che dell'impero berlusconiano fa parte.
Il fondatore del quotidiano confessa di trovarsi bene alla mondadoriana Einaudi, vi resterà, almeno fino a quando non subirà pressioni e <richieste per me incompatibili>. In compenso rivela di aver chiuso ogni rapporto con Medusa per via di alcune frasi pronunciate in un dibattito politico tv da Carlo Rossella, che di quell'azienda è presidente.
C'era in ballo un film tratto dal romanzo "La ruga sulla fronte", edito nel 2001 per Rizzoli, con tanto di copione già scritto, ma poi Scalfari, offeso da quelle dichiarazioni (Rossella ha promesso di rispondere più in là), preferì troncare la collaborazione. <In campo cinematografico Medusa è il solo produttore e distributore esistente sul mercato italiano, a differenza dei libri.
LA RUGA SULLA FRONTE
Perciò chi rifiuta di lavorare con Medusa rinuncia a vedere realizzato il film che lo interessa> ha concluso il venerabile/venerato giornalista, come a dirci che se c'è fare una scelta per coerenza lui non si tira indietro.
In realtà le cose non stanno proprio così. Autori di sinistra come Giuseppe Tornatore, Paolo Virzì, Gabriele Muccino, Saverio Costanzo, Bernardo Bertolucci continuano tranquillamente a lavorare per Medusa. L'azienda è potente, certo, vanta la maggiore quota di mercato, investe ogni anno sul cinema italiano oltre 60 milioni di euro alla voce produzione, ma non è <la sola>.
Giuseppe Tornatore
Diciamo la verità, Scalfari potrebbe rivolgersi senza problemi altrove per il suo film: a Raicinema, ad esempio, l'altro colosso del cosiddetto cine-duopolio, oppure a De Laurentiis, alla Bim, alla Lucky Red, a Fandango, a Cattleya, per non dire delle case hollywoodiane sempre più inclini a produrre film italiani di forte respiro popolare. Carlo Verdone ha felicemente realizzato "Io, loro e Lara" con la Warner Bros. E "Vallanzasca. Gli angeli del male" di Michele Placido, tra pochi giorni a Venezia, non porta forse il marchio 20th Century Fox? Il mercato sarà un po' asfittico, ma <l'iperbole scalfariana è da trapezisti, una gaffe plateale> perfino per "Il Fatto Quotidiano", che pure non è secondo a nessuno nella diuturna guerra al Caimano.
Paolo Virzi
E allora la domanda da fare è semplice. Possibile che "La ruga sulla fronte" debba restare lì, inerte, sulla carta, senza che nessun produttore si faccia avanti? E dire che il romanzo, comunque lo si giudichi, ha tutte le carte in regola per diventare un film importante, anche di successo.
In fondo rievoca quasi un secolo di storia italiana attraverso gli occhi, le azioni e le avventure di un protagonista d'eccezione: un grande industriale alla Gianni Agnelli. Il paragone è continuamente evocato. Andrea Grammonte è un predestinato, come rivela <quella linea dritta che lo rendeva inconfondibile: non una ruga, ma un segno, un segno di marchio che spartiva in due la fronte larga da animale sacro, custode di enigma>.
Un tipico eroe (o antieroe) del nostro tempo: l'uomo del Novecento, lucido e disincantato, sospeso fra noia esistenziale e bisogno di azione, fra scetticismo e ansia di essere migliore e diverso da sé, fra senso del dovere e disperato cinismo.
Gabriele Muccino e Angelica Russo
Dunque perché non ripartire dal copione esistente, vergato da Massimo e Simone De Rita? Dove si ricostruisce, con qualche legittima variazione rispetto al libro, l'esistenza inimitabile di questo giovane dandy, erede della Sidera di Agrate, primaria industria nazionale i cui interessi <erano così importanti da coincidere quasi con quelli dell'intero Paese>. La Sidera come la Fiat, Andrea Grammonte come Gianni Agnelli.
Manca solo la famosa erre moscia, per il resto le allusioni si inseguono l'uno dietro l'altra: la morte violenta del "delfino" Enrico, padre di Andrea e figlio del capostipite della dinastia industriale; la durezza lombarda del nonno dittatore; il passaggio, 1938, del testimone al nipote, cioè Andrea, dalla fama di "giovin signore dissoluto", annoiato da tutto; la laurea in Ingegneria; la guerra in Africa; il legame complicato con la madre Viviane, elegante e lontana; la passione per le belle donne, specie se disinvolte, un po' puttane, pure per la cocaina; la gamba lesa per sempre;
9fel24 saverio costanzo
la noia moraviana del ricco "rentier" con relativi giochi sentimental-sessuali; la ricostruzione nel secondo dopoguerra con l'aiuto del Piano Marshall; il rapporto coi governi democristiani in carica, con i Fanfani e gli Andreotti, ma anche con Carli, Nenni, Capanna; il figlio Edoardo che si butterà da un cavalcavia non reggendo alla durezza insensibile del padre. Che sia un romanzo a chiave è fuor di dubbio. A un certo punto Scalfari scrive addirittura che un personaggio è fatto entrare <nella stanza del piccolo agnello>: più chiaro di così.
TUTTI ATTORNO A BERNARDO BERTOLUCCI
In mano a un Marco Tullio Giordana, sfrondato dei lunghi monologhi interiori, potrebbe venirne fuori un bel film. Le ragioni private e quelle pubbliche si mischiano nel ritratto di questo capitano d'industria apparentemente insensibile, <nato per essere un re>, quindi abile e spietato, ma anche elegante e malinconico, che detesta sentir parlare d'amore e tuttavia lo cerca.
Naturalmente un progetto del genere pone problemi di costi, di scenografie, di trucco. Si va dagli anni Trenta ai Settanta, passando per la Seconda guerra mondiale (con relativa battaglia in Africa), e poi fabbriche, automobili, vestiti che cambiano, la ricchezza di un mondo che resiste alla modernità, ma pure deve aggiornarsi. Per non dire delle facce: come rendere il passare del tempo?
CARLO VERDONE
Eppure varrebbe la pena di provarci. Magari scegliendo la dimensione della miniserie tv d'autore, alla maniera di "La meglio gioventù" o "Noi credevamo", dentro una narrazione ampia, distesa, comunque d'autore. Chissà. Del resto la filosofia di Grammonte è: <Contenere le passioni dentro una forma. Amare il caos e dominarlo con lo stile>. Molto cinematografico, no?







