L’AFRICA DE NOANTRI - PERIODICAMENTE IL NOSTRO CINEMA RISCOPRE IL CONTINENTE NERO FACENDONE SCENARIO ESOTICO PER BUFFI SAFARI POST-FANTOZZIANI O FUGHE INDIVIDUALI DALLA CIVILTÀ - LONTANI ANNI LUCE DAL FERRERI DI “COME SONO BUONI I BIANCHI”, QUEST’ANNO LA FANNO DA PADRONE IPPOPOTAMI SCORREGGIONI E ZULÙ LESTI AL “BUNGA BUNGA” PER I GUITTI BELENIZZATI DI “NATALE IN SUDAFRICA”, MENTRE IL VELTRONIANO MUCCINO JR. VOLA A NAIROBI PER ACCUDIRE IL FRATELLINO NERO - QUANTO DURERÀ IL FENOMENO? DIPENDE DAGLI INCASSI…
Michele Anselmi per "il Secolo XIX"
natale sudafrica
La nuova frontiera del cinema italiano? L'Africa nera. Prima, però, bisognerebbe andare a rivedersi "Come sono buoni i bianchi" di Marco Ferreri, anno 1988. Film di sarcastica ambivalenza e di preveggente profondità. Infatti fu un disastro al botteghino. Eppure che bella l'idea di raccontare una spedizione internazionale impegnata a portare derrate alimentari alle popolazioni affamate del Sahel; col risultato, però, che gli europei bianchi - appunto di carne tenera e appetitosa - finiscono letteralmente divorati dagli africani.
SILVIO MUCCINO UN ALTRO MONDO
Perché "anche la carità è una forma di sopruso, chi ha il cibo comanda su chi ha fame", diceva una battuta del film, sulfureo e radicale, impietoso nello sfottere un certo terzomondismo da anime belle, l'aiuto umanitario come business, il mal d'Africa come rimorso, tormento e paura.
Oggi nessun regista italiano proporrebbe "Come sono buoni i bianchi". Politicamente troppo scorretto. In compenso tutti si rituffano nel Continente Nero. Per far ridere, far piangere, un po' anche lavarsi la coscienza di occidentali ben pasciuti ma sensibili ai mali del mondo.
COME SONO BUONI I BIANCHI
Si inoltrano nella savana tra ippopotami scorreggioni e zulù lesti al "bunga bunga" i guitti belenizzati di "Natale in Sudafrica". Vola a Nairobi per dare l'estremo saluto al padre odiato che non vede da vent'anni, e lì scoprirà di avere un fratellino nero di cui prendersi cura con piglio paterno, lo sfaccendato Silvio Muccino di "Un altro mondo".
Si ritrovano sempre in Kenya, per lavorare fianco a fianco in un ospedale da campo, i medici senza frontiere Stefano Accorsi e Pierfrancesco Favino di "La vita facile", in sala dal 4 marzo: uniti e divisi dalla stessa donna, Vittoria Puccini. E appena ieri, in "Io, loro e Lara", abbiamo visto Carlo Verdone nei panni di un pensieroso missionario comboniano in crisi di vocazione tornarsene di corsa in Nigeria per sfuggire all'incasinata vita familiare romana.
Difficile dire quanto durerà il fenomeno. Dipende dagli incassi. Periodicamente il nostro cinema riscopre l'Africa, facendone scenario esotico per buffi safari post-fantozziani o fughe individuali dalla civiltà, sfondo tragicomico per biechi commerci d'armi, ambientazione kitsch per sfottere le smanie vacanziere degli italiani con casa a Malindi, inferni sabbiosi nei quali ricostruire le sciagurate imprese militari di marca fascista, molto raramente luoghi di dolore, malattia e miseria raccontati con sguardo oggettivo.
RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI
Poi c'è Ermanno Olmi, che ha appena finito di girare a Bari un film "da camera" sull'immigrazione clandestina intitolato "Il villaggio di cartone". Teorizza: "Il nostro futuro è nella ricerca delle origini e io penso che in questa ricerca l'Africa salverà noi e non viceversa, perché ci riporterà al punto delle nostre origini. Se abbiamo bisogno di aiuto, chiediamolo a loro". Vabbè.
Tutti folgorati sulla via dell'Africa, dunque. Certo, negli anni, qualcosa è cambiato. "Africa addio", il famigerato documentario shock di Prosperi & Jacopetti sugli effetti della decolonizzazione che nel 1966 riempì i cinema nonostante le accuse di razzismo e sadismo, appare roba d'altri tempi.
Resistono invece, benché a tratti invecchiate, commedie come "Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?" di Ettore Scola (1968), "Finché c'è guerra c'è speranza" di Alberto Sordi (1972), "Piedone l'Africano" di Steno con Bud Spencer (1978), specialmente "Nel Continente Nero" di Marco Risi (1992).
VELTRONI IN AFRICA
Un discorso a parte merita, forse, Walter Veltroni, il politico più amato dai cineasti. Sull'Africa dolente e sfruttata scrisse il saggio "Forse Dio è malato"; e le pagine più commosse di un altro libro, "Il disco del mondo", sul jazzista suicida Luca Flores, poi portato al cinema col titolo "Piano, solo" da Riccardo Milani, parlano proprio del Mozambico. L'ex sindaco di Roma si beccò pesanti ironie per non aver tenuto fede alla promessa di mollare tutto e andare in Africa una volta scaduto il mandato capitolino. Ci fu anche una canzone di Francesco De Gregori, "Vai in Africa, Celestino!", e nel 2008 Franco Marini ironizzò sul segretario del suo partito dicendo: "Veltroni è guarito dal mal d'Africa".
A suo modo, però, Veltroni una scappata in Africa l'ha fatta, come attesta un documentario di Cristina Comencini, sincero e appena agiografico, che si chiama "Il nostro Rwanda". Rievoca il viaggio colà compiuto nel novembre 2005, allorché il sindaco accompagnò a Kingali un gruppo di studenti romani dopo una raccolta di fondi necessari a costruire una scuola e un acquedotto.
CARLO VERDONE IN IO LORO E LARA
Un po' veltroniano si direbbe anche Silvio Muccino. Nel presentare lunedì il suo "Un altro mondo" l'attore-regista ha confessato: "Quando sono arrivato in Kenya ero preparato a vedere solo povertà e violenza, non uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur che escono dalle baracche di latta degli slum. Un'immagine di grande dignità che ho voluto restituire sullo schermo".
Il film non è riuscito bene, troppe scene madri e crisi di nervi, ma in platea ci si commuove; e magari giova sapere che Muccino jr. e la scrittrice Carla Vangelista stanno adoperandosi per aiutare il medico Gianfranco Morino e la sua associazione World Friends a terminare finalmente il Neema Hospital di Nairobi.







