LO SCAZZO DI JOHN LANDIS – DISOCCUPPATO, IL MITICO REGISTA DI “BLUES BROTHERS” E “ANIMAL HOUSE” SPARA A ZERO CONTRO HOLLYWOOD: “Fanno kolossal tutti uguali, a base di esplosioni” - Le migliori commedie IN TV: “Simpson, South Park, ALI G”…
Claudia Morgoglione per "la Repubblica"
Incontrare John Landis è come essere catapultati sul set di un film. Di cui lui è insieme regista, sceneggiatore e protagonista. Ogni frase viene recitata, più che detta. Ogni racconto è illustrato da una mimica irresistibile. Ogni opinione, anche seria, suona come una battuta.
JOHN LANDIS
Un interlocutore mai noioso. E involontariamente buffo quando, parlando della sua passione per il nostro grande Totò, ne pronuncia il nome in maniera strascicata, e senza accento finale: «I love Tooooto...». Messo di fronte all´errore di dizione, ride di gusto.
Ma subito riprende il filo del discorso, elencando le altre divinità del suo personale Pantheon comico: «Ci sono geni assoluti come i fratelli Marx, Charlie Chaplin, Jacques Tati; registi della vecchia Hollywood come Howard Hawks; attori come Fernandel e il mio amico Vittorio Gassman... Vittorio era fantastico, nei Soliti ignoti lo adoro. Peccato che ci abbia lasciati». E qui il suo volto si fa malinconico, l´espressione triste.
Solo per un attimo, però. Perché, nel corso del lungo colloquio - seduti a un tavolino appartato del bar di un hotel veneziano - il cinquantottenne Landis, con i suoi occhiali poco trendy e la barba anni Settanta, è sempre rilassato, istrionico, ironico.
Un approccio che non sorprende, se ricordiamo che ha diretto pellicole leggendarie come Blues Brothers e Animal House; che ha lanciato star come John Belushi, ma anche Dan Aykroyd ed Eddie Murphy (Una poltrona per due); che ha lavorato con talenti brillanti come Chevy Chase (Spie come noi), Steve Martin (Los tres amigos), John Goodman (Blues Brothers 2000); che con Un lupo mannaro americano a Londra ha reso credibile l´incrocio ad alto rischio tra horror e commedia.
BLUES BROTHERS
Ma guai a considerarlo un´icona vivente. «Sono perennemente insoddisfatto della mia carriera», confessa, «altro che mito. Diciamo che condivido la frase di John Huston, secondo cui le prostitute, i palazzi e i registi sono le uniche tre cose che il tempo rende più autorevoli. Soprattutto in un Paese giovane come il mio, in cui le cose non vengono viste in prospettiva. La realtà è che la magia del mio mestiere è proprio nel suo enorme difetto: fare un film è un grande compromesso. Perché mentre stai girando devi tenere conto di tutto, dalle mestruazioni dell´attrice ai problemi coniugali dell´attore. Le cose sono più prosaiche di quanto si immagina».
Piccoli, grandi drammi da set. A cui ha assistito fin da ragazzino. «Ho cominciato quando c´erano ancora i tempi d´oro», racconta. «Avevo appena diciassette anni, venivo da Chicago: volevo fare l´attor giovane, mi sono ritrovato all´ufficio posta della 20th Century Fox. Fattorino, insomma. Un luogo di osservazione privilegiato: ho potuto incrociare leggende come Alfred Hithcock, gente che ha inventato il linguaggio del cinema. E lì, su quei set, ho capito il metodo di lavoro che in precedenza avevano utilizzato gli autori della vecchia scuola: Frank Capra, Billy Wilder. Una splendida gavetta».
Il colloquio si interrompe per un istante, uno dei camerieri porta al tavolo i «litri di acqua minerale ghiacciata» richiesti. Landis ne beve qualche sorsata, poi riprende il filo dei ricordi: «E così quasi per caso, dopo aver assorbito come una spugna da quei maestri, mi sono ritrovato a fare il loro stesso mestiere».
John Belushi
L´esordio avviene nel 1973 con il fantastico-horror Schlock. E negli anni successivi arrivano i grandi film: milioni di spettatori li hanno visti e rivisti, ne citano battute e gag. «Non sono entusiasta dei miei cosiddetti cult», minimizza lui, «diciamo che ne salvo alcuni singoli momenti, alcune sequenze. Forse il problema è che, nella mente, tendo a confondere il valore dell´opera col divertimento maggiore o minore che ho provato realizzandola. Ad esempio Spie come noi, che non è un granché, lo adoro: lo girammo tra Europa e Marocco, fu fantastico. Ma i film che ho diretto per me sono tutti come figli».
Nessun rimpianto, però, per i successi del passato. Anche se, con un pizzico di orgoglio, lui stesso ricorda che «Blues Brothers fu la prima pellicola americana a incassare più nel resto del mondo che in patria: ottanta milioni di dollari negli Usa, trecento all´estero».
La citazione è uno dei pochissimi vezzi "numerici" che si concede. Perché poi Landis si dichiara nemico mortale della dittatura del botteghino che impera a Hollywood.
Billy Wilder
«Quando decisi di realizzare Animal House», spiega, «potevo andare a proporre il progetto al boss della Columbia, o della Universal, o della Paramount. Così, semplicemente: sedermi davanti a questi appassionati di cinema e illustrare il progetto. Oggi invece a dettare le regole del gioco sono i giganti, le multinazionali, coi loro anonimi executive.
Major che spendono venti milioni di dollari solo per promuovere una pellicola non degnerebbero di uno sguardo Animal House, che ne è costati meno di due. Non a caso, puntano sulle saghe che sfondano il box office: La Mummia, Batman, 007. O comunque su kolossal tutti uguali, coi loro trailer identici a base di esplosioni: Iron Man, Transformers. E l´elenco potrebbe continuare».
Ben Stiller
Giudizi negativi sulla Hollywood dominata dai colossi finanziari planetari che spesso si sentono pronunciare anche dalle grandi star, quelle che sull´industria del cinema ci campano. Il che può suonare ipocrita. Ma Landis, diventato un outsider, ha il diritto di sparare a zero.
«Del resto a me i soldi per fare un film non li darebbero mai», sottolinea con un sorriso ironico, «e infatti è alla Gran Bretagna che mi sono rivolto, per la mia prossima fatica cinematografica: una black comedy su due ladri che nel Diciannovesimo secolo avviano un business redditizio, vendendo cadaveri alla scuola di medicina di Edimburgo». La pellicola, al momento, è in fase di pre-produzione.
«Negli Usa avevo anche un´altra sceneggiatura ottima, già pronta, Epic Proportions: ci siamo arenati sui finanziamenti. Comunque preferisco non fare film che accettare di farne di brutti, di banali».
Parole chiare. E senza reticenze sono anche le opinioni sulle star attuali, quelle che sfondano i botteghini. «Ben Stiller è bravo, ma solo in alcuni film: Tutti pazzi per Mary, o recentemente Tropic Thunder. Stesso discorso per Jack Black: in certe pellicole mi convince, in altre no. Dipende molto dal prodotto.
Jack Black
Ogni volta la gente si stupisce per la bravura di questo o quel divo. Prendiamo Jim Carrey: quando esplose tutti erano in estasi, dimenticando il suo debito verso gente come Bob Hope, Jerry Lewis, Steve Martin. Tornando al presente, tra le attrici adoro Marisa Tomei, Gwyneth Paltrow, Cameron Diaz. Tra i registi attuali, invece, i miei preferiti sono Spike Jonze, i fratelli Coen, Wes Anderson».
Autori importanti, tutti votati in qualche modo allo humour intelligente. Ma rispetto a loro Landis ha qualcosa di diverso, forse di più: un amore speciale per gli attori brillanti. E infatti al centro della sua comicità ci sono sempre gli interpreti. A partire dal più geniale che lui abbia mai diretto: John Belushi. Un talento straordinario che - se fosse sopravvissuto ai suoi eccessi - avrebbe appena compiuto sessant´anni.
«Era unico», ricorda, «aveva la capacità di darsi completamente: la voce, il corpo, le parole. Sapeva fare tutto, e far ridere di tutto. Una forza della natura, un trascinatore. Ogni tanto, nel corso del tempo, ho sentito dire di questo o quell´attore: "È il nuovo Belushi". Ma non è vero, è solo propaganda. Perché sappiamo tutti che uno come lui non ci sarà mai più. Specie in un cinema come quello attuale».
E forse questa sfiducia reciproca tra Landis e il sistema hollywoodiano è anche tra le cause del suo deviare, negli anni appena trascorsi, verso l´attività televisiva: «Qui in Italia ho partecipato al progetto collettivo Masters of horror, insieme a Dario Argento; negli Stati Uniti ne ho fatto uno analogo, Fear Itself; ho anche realizzato una serie per la Hbo, Dream on». Anche perché i prodotti da piccolo schermo hanno un altro pregio: la mancanza di snobismo verso la commedia, «che invece cinematograficamente è una Cenerentola, sottovalutata ai festival e dagli Oscar».
sacha baron cohen
Risultato: «Le migliori commedie recenti si sono viste tutte sul piccolo schermo: Simpson, South Park. E Ali G Indahouse, con Sacha Baron Cohen». E oltre la tv c´è la recente passione per il documentario: «Ne ho girato uno, si chiama Mr Warmth ed è dedicato a Don Rickles, cantante ottantaduenne di Las Vegas, un ex membro del Rat Pack di Frank Sinatra. In futuro ne produrrò altri».
Progetti, idee, iniziative. Landis non sembra voler fare il padre nobile, e pensionato, del cinema brillante. Anche se va detto che a riportare il suo nome alla ribalta, negli ultimi giorni, è stata una notizia di genere assai diverso: la decisione di citare in tribunale Michael Jackson, che ha diretto nel celeberrimo videoclip di Thriller, considerato da tanti critici il più bello della storia della musica.
Secondo gli avvocati del regista, la popstar non ha versato i proventi che gli spettavano. Ed è forse a causa di questo problema legale irrisolto che sul cantante Landis taglia corto: «Michael era un grande, ora è un personaggio tragico». Stop.
Nessun problema, invece, a parlare della vita privata. E in particolare del suo amore per la moglie, l´attrice Deborah Nadoolman, con cui è sposato dal 1980, e da cui ha avuto due figli. Lui è orgoglioso di lei al punto da mostrarne una foto sul telefonino che ha con sé: «L´ho scattata qualche notte fa», racconta, «ho avuto un piccolo incidente, sono caduto, così siamo andati al pronto soccorso. E questa», dice, porgendo il cellulare, «è Deborah in ospedale: dormiva quasi in piedi, mentre io venivo medicato». La voce è piena d´affetto e di ironia, l´immagine di questa donna stremata che riposa su uno scomodo sgabello sembra il fotogramma di un suo film.







