MORTE (DEL CINEMA ITALIANO) A VENEZIA – DAL 1998 LE GIURIE SNOBBANO I FILM ITALIANI IN CONCORSO – A PARTE QUALCHE PREMIO CHE PUZZA TANTO DI CONSOLAZIONE NON C’È VERSO DI FAR PIACERE AGLI STRANIERI I NOSTRI CANDIDATI –- MÜLLER FURIOSO COI CRITICI: “È UNA SITUAZIONE DAVVERO INCESTUOSA: SAPETE MEGLIO DI ME QUANTI COLLABORATORI DEI QUOTIDIANI SCRIVONO SULLA RIVISTA DELLA DIRETTRICE DEL FESTIVAL DI ROMA” - E INTANTO NANNI MORETTI VA A CANNES ….
1 - PERCHÉ L'ITALIA NON VINCE PIÙ UN LEONE?
Michele Anselmi per "il Secolo XIX"
GLI ITALIANI ALLA MOSTRA DI VENEZIA dal Secolo XIX
L'Italia non vince un Leone d'oro a Venezia dal 1998. Dodici anni fa la giuria presieduta da Ettore Scola premiò "Così ridevano" di Gianni Amelio, neanche il film migliore del regista calabrese, e il cinema tricolore fece festa. Poi più nulla, o quasi, sul fronte della regia, con l'eccezione del Leoncino d'argento andato nel 2006 a "Nuovomondo" di Emanuele Crialese.
Marco Muller
In compenso, dal '98 a oggi, ci si imbatte in parecchie Coppe Volpi per la migliore interpretazione: Stefano Accorsi, la coppia Luigi Lo Cascio-Sandra Ceccarelli, Giovanna Mezzogiorno, Silvio Orlando.
Significherà qualcosa? Saranno stati solo premi di consolazione? Ci si augura di no, ma si teme di sì. Di sicuro il nostro cinema non riscuote più grandi consensi a Venezia, neanche quando tutto sembrerebbe congiurare per il meglio. Ne sa qualcosa Marco Bellocchio. Nel 2003 il presidente di giuria Mario Monicelli, sbagliando di grosso, inflisse un inutile sgarbo a "Buongiorno, notte". Un premio principale se lo meritava, eccome.
GABRIELE SALVATORESD'altro canto, se ci si sottopone al giudizio di una giuria bisogna stare al gioco. Inutile fare gli offesi, protestare, prendere cappello. Al massimo possiamo dispiacerci. Ci si chiede ora se il gran numero di titoli italiani alla Mostra, una quarantina tra film, mediometraggi e corti, non abbia offerto l'immagine di una presenza invadente, irritante. Può darsi. Ma alla fine Tarantino e i suoi giurati, due dei quali italiani, dovevano esprimersi solo su quattro film tricolori, e il risultato s'è visto. Nulla, neanche un premietto d'incoraggiamento. Erano davvero così mediocri i film di Celestini, Martone, Mazzacurati e Costanzo?
Intervistato il giorno dopo, il giurato Gabriele Salvatores se l'è cavata spiegando che "all'estero i film italiani non passano a livello emozionale". Vorrà dire che sono impersonali, stinti, freddi, raccontano storie poco interessanti o squisitamente italiane? Ancora Salvatores: "I quattro titoli italiani sono stati tutti presi in considerazione e nessuno subito scartato, ma avevamo in qualche modo stabilito un livello di gradimento che i nostri film non hanno mai superato, forse per un problema di scrittura cinematografica. Il fatto è che il cinema italiano deve liberarsi di due padri ingombranti, la commedia italiana e il neorealismo. Non vanno uccisi ma superati".
Quentin Tarantino
L'analisi è suggestiva, ma risulta un po' campata per aria. Non fosse altro perché nel quartetto italiano in gara c'era solo una commedia, "La Passione", e neanche un briciolo di neorealismo. In compenso, il direttore Marco Müller ha ribadito ieri che "noi crediamo fortemente nella vitalità dei film italiani", e fin qui nulla di male, rientra nei compiti della Biennale. Purtroppo sono i critici stranieri, qualche volta pure miopi o distratti, a non credere nella vitalità del nostro cinema: lo conferma la scarsa cura riservata ai film italiani, alcuni dei quali neppure recensiti. Sulla questione Müller non è d'accordo, e invita anzi a leggere meglio le corrispondenze da Venezia, tutt'altro che avare di complimenti nei confronti della Mostra.
MARIO MARTONE
Resta, però, la domanda di fondo: perché non becchiamo un Leone d'oro dal 1998? Tra l'altro non si può nemmeno dire che i nostri film, quest'anno, abbiano goduto di cattiva stampa. I critici italiani, di solito facili alla stroncatura e inclini all'ironia, hanno generalmente apprezzato i quattro titoli in concorso, pur con distinguo e diversità di toni. Non si sono registrati i soliti fischi cinefili, in molti si sono rammaricati per l'assenza, nel verdetto finale, di un premio a "Noi credevamo".
Ascanio Celestini
Poi, certo, c'è chi ha rispolverato le consuete battutacce sugli italiani "raccomandati" e sfiatati, senza talento, ripartiti col bilancino e presi in massa per non offendere nessuno. Sciocchezze, messe così. Tuttavia i fatti parlano chiaro: la giuria presieduta da Tarantino non ci ha filato proprio, al punto che neppure sul versante degli interpreti, classica ancora di salvezza veneziana, siamo riusciti a strappare un riconoscimento.
Natalia Aspesi su "la Repubblica" sostiene che "i nostri film in concorso sono nobili, o divertenti, o carini, o complessi, ma monchi di quella cosa indefinibile che potrebbe renderli grandi".
Alberto Crespi su "l'Unità" vede ancora più nero, scrive che il cinema italiano è "stilisticamente e tecnicamente alla retroguardia, avrebbe bisogno di forze fresche e di investimenti, non interessa più a nessuno appena arrivano a Chiasso o Ventimiglia".
9fel24 saverio costanzo
La controprova verrebbe dall'affermazione di "Gomorra" e "Il Divo" a Cannes 2008: insomma, laddove i nostri autori giovani elaborano uno stile più aggressivo e originale, anche lavorando su materiale preso dalla realtà sociale o politica, i premi arrivano, scatta l'attenzione internazionale, si riparla di cine-rinascimento italiano. C'è del vero.
Purtroppo "Habemus Papam" di Nanni Moretti, uno dei titoli più attesi del 2011, è già prenotato dalla Croisette, e chissà che non finisca lì anche quel "This Must Be the Place" che Paolo Sorrentino sta girando in inglese tra Irlanda e Stati Uniti, protagonista Sean Penn.
2 - E MÜLLER VA ALL'ATTACCO DEI CRITICI...
Stefania Ulivi per il "Corriere della Sera"
NANNI MORETTI E LAMBASCIATORE FRANCESE
Un tam tam corre sulla rete: il direttore della Mostra del cinema di Venezia attacca la «casta» dei cinecritici e la «situazione incestuosa» che ha creato. Succede che in un incontro tra Müller e alcuni siti e blogger (tra cui BadTaste, Alphabet City, Loudvision, Venezia News, Nonsolocinema) Marco Müller, oltre ad annunciare l'intenzione di tornare a occuparsi di produzione dopo il 2011, quando scadrà il suo impegno con la Biennale, si lamenti di come i giornali trattano la Mostra.
VALERIA LICASTRO PIERA DETASSIS
«Se leggo su siti e blog vedo che l'interesse suscitato dai film di Orizzonti è quello che ci aspettavamo, mentre osservando la stampa quotidiana rimango sbalordito dal fatto che non ci si trovino neanche due righe - si legge nella versione integrale della conversazione, pubblicata da ilcineclandestino.it - A questo punto dovremmo fare la Mostra solo nei momenti in cui i capi pagina sono addormentati per evitare che con le loro scelte uccidano la sezione». Riferisce di critici che fischiano.
Goffredo Fofi
«Siamo arrivati a una situazione che io reputo aberrante, per la quale l'anno scorso Paolo Mereghetti e Goffredo Fofi (non ho timore a fare i loro nomi, perché sono stati visti più volte) alle proiezioni per la stampa quotidiana fischiavano i film di Herzog». E aggiunge:
«Ormai siamo arrivati a una situazione davvero incestuosa: non è possibile che la linea redazionale dell'Ansa cinema contribuisca a orientarla una persona che prima faceva il Festival di Roma, adesso è tornata a fare le Giornate degli autori e da sempre vorrebbe fare il direttore di Venezia. Ancora: sapete meglio di me quanti collaboratori dei quotidiani scrivono sulla rivista della direttrice del Festival di Roma».
La rete si scatena: «Il direttore non ne può più dei giornalisti» titola Ilpost.it. Al telefono Müller conferma il senso delle affermazioni. «La situazione incestuosa? E' una constatazione, non un'analisi, in Italia conviviamo con l'abitudine di incarichi accumulati e trasversali».







