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NEL SUO PICCOLO (FRANCESCO), ANCHE "L’UNITà" STORCE IL NASO: " L’ATIPICO FINI PRESIDENTE DELLA CAMERA" - Massimo, Walter, Pierferdinando, Pierluigi, Piersilvio, Pier-qualche-altro: è la rappresentazione del mondo politico non come una "classe" (la classe politica) ma come una combriccola di famiglia - Mentana è un fuoriclasse o sono gli altri che SONO DELLE SEGHE?...

1 - L'ATIPICO FINI PRESIDENTE DELLA CAMERA...
Francesco Piccolo per "l'Unità"

FRANCESCO PICCOLOFRANCESCO PICCOLO

Tre premesse: non c'è nessun motivo istituzionale (come ha ripetuto il mondo intero) che costringa Fini a dimettersi da presidente della Camera; nessun parlamentare fa un patto di sangue con i propri elettori tale che non possa cambiare idea, nell'arco della legislatura, su tutto ciò che vuole; la questione della casa a Montecarlo o delle insegne fasciste sono probabile spazzatura, fino a prova contraria. Però.

Ricordo che qualsiasi politico di qualche valore (alcuni sono automaticamente esclusi), approdato alla presidenza delle Camere, ha subito abbassato il volume delle sue idee politiche in favore delle istituzioni. Perfino Bertinotti, per restare ai tempi nostri, non si accendeva più contro chiunque gli capitasse a tiro.

E poi, per ragioni di spazio, un solo esempio tra tanti: la fermezza di Nilde Iotti durante lo scontro tra Craxi e Berlinguer sulla scala mobile, quando difese il diritto della maggioranza di legiferare contro l'idea del suo partito di affossare qualsiasi decreto. Ma di esempi del genere se ne potrebbero fare molti, di qualsiasi colore politico. Quindi.

fini, tullianifini, tulliani

Nei prossimi mesi, Fini si prepara a essere il protagonista assoluto e combattivo di una battaglia che potrebbe perfino sfociare nella costituzione di un nuovo partito. Ecco: un politico così impegnato in prima persona a lottare per cambiare la politica del centrodestra, nel costruire nuovi scenari, nell'attaccare o nel difendersi, non coincide in modo perfetto con la figura del presidente della Camera.

2 - RIDATE I COGNOMI AI POLITICI...
Giorgio Ruffolo per "la Repubblica"


Massimo, Walter, Pierferdinando, Pierluigi, Piersilvio, Pier-qualche-altro... Talvolta faccio fatica a capire di chi si tratta, e non sempre l´articolista mi aiuta. Si tratta dei nomi propri dei politici, ormai moneta corrente di un giornalismo un po´ corrivo. Non ho dubbi, ovviamente su Silvio, mentre mi compiaccio che sia risparmiata questa intrinsechezza al Presidente della Repubblica, che nessuno chiama Giorgio.

Segno di rispetto? Benissimo. Ma gli altri, allora? E mi chiedo con qualche curiosità perché Bossi sia sempre Bossi, e mai Umberto. Forse perché per lui c´è pronto per l´uso un altro appellativo altrettanto trito, il "Senatur". Un po´ per sorridere? Ma, di grazia, chi alza un sopracciglio?

Non voglio drammatizzare, c´è ben altro. In fondo, si tratta di quei modi di dire insipidi cui pochi cronisti rinunciano, come quando si annuncia che l´"arbitro manda tutti a prendere un tè caldo", anche con quaranta gradi all´ombra.

Ma, se ci si riflette, questo vezzo ormai decisamente insopportabile è il segno futile di qualche cosa di più serio: ed è la rappresentazione del mondo politico non come una "classe" (la classe politica) ma come una combriccola di famiglia, di parenti rissosi ma pur sempre parenti, o cantanti, come Manfredi e il Conte di Luna che, dopo essersi affrontati sonoramente, vanno, dopo lo spettacolo, a mangiare insieme la pizza.

casini berlusconicasini berlusconi

Insomma, i giornalisti non rendono un buon servizio ai politici, quando indulgono a questa rappresentazione della discussione politica che somiglia, più che a una battaglia, a una scampagnata. Dietro i fieri cipigli, c´è la strizzata d´occhi. E non è scusa che i politici se ne compiacciano: è segno ancor più preoccupante.

Per cortesia, cari amici: rendete almeno in questo, al vostro Paese, una compostezza di linguaggio che giovi a preservarne, almeno formalmente, la dignità. I ragazzi della Via Pal - ve li ricordate? - erano, nei loro ludi spesso drammatici, seri e dignitosi. Restituite ai ragazzi della politica i loro cognomi. Li renderanno un poco più distanti, e rispettabili.

3 - IL COMANDANTE MENTANA DÀ PIÙ RITMO A LA7 E GLI ASCOLTI VOLANO...
Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"

Con Mentana è tutta un'altra cosa: facile prevederlo, difficile vederlo realizzare, vista l'assuefazione e lo stordimento dell'audience televisiva. E invece, all'esordio, il tg di La7 è uscito dall'isolamento con il 7,31% di share e un milione 490 mila telespettatori. Sono numeri estremamente significativi per la rete, anche se in termini assoluti paiono ancora distanti dalla concorrenza.

Ci stavamo abituando a uno stanco rituale, a una consuetudine sempre più opaca scossa solo dalle notizie tragiche, a una sorta di comunicazione pavloviana: la maggioranza ha detto questo, l'opposizione ha risposto così, con dichiarazioni del truce Capezzone, di Fabrizio Cicchitto, di Rosy Bindi e di Antonio Di Pietro.

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Poi l'esodo estivo, il freddo invernale, cani, gatti, tigrotti, menù e luoghi di vacanza. Quanto ai fatti, alla loro interpretazione, meglio lasciar perdere, non si sa mai. Enrico Mentana, tornato in video alla guida del tg de La7, non ha compiuto nessun miracolo, ha fatto semplicemente il suo mestiere (che in Italia è già qualcosa di eccezionale) facendosi aiutare da una grafica in stile tabloid, imprimendo ritmo all'esposizione, inquadrando le notizie, dando spazio ora ai sentimenti ora alla battuta di spirito, contrapponendo il parere di Filippo Facci a quello di Marco Travaglio, due che si amano come il latte e il vino.

Qualcuno potrebbe legittimamente porsi questa domanda: Mentana è un fuoriclasse o sono gli altri che non sono all'altezza del compito? Lunedì ho seguito tre tg in contemporanea: il Tg1 condotto da Attilio Romita, il Tg5 condotto da Cristina Parodi (la sorella di «Cotto e mangiato») e il tg di Mentana.

Scalette quasi simili (d'altronde oggi basta consultare un qualunque sito autorevole per avere già la gerarchia delle notizie), qualche diversità solo nell'impaginazione. Ciò che balza subito agli occhi, è che Mentana è capace di imprimere alla conduzione, come nessun altro in Italia, un'alta personalizzazione.

MENTANA MINZOLINIMENTANA MINZOLINI

L'impressione era (il giudizio riguarda i ruoli, non le persone) che alla guida del tg di La7 ci fosse un comandante, mentre alla guida degli altri due tg ci fossero uno steward e una hostess della notizia, quando vengono date indicazioni sulla sicurezza al momento del decollo (se mai, il problema si porrà quando a condurre non ci sarà Mentana, ma qualche suo collega).

Stiamo attraversando un periodo non facile per il mondo dell'informazione: il modello generalista è in sofferenza, nuovi media incalzano quelli più tradizionali, l'appuntamento del tg serale non è più così obbligatorio come in passato. Per questo il mestiere fa ancora la differenza: non basta dare le notizie, bisogna, come ha fatto Mentana, collocarle in piccoli scenari di approfondimento.

Se si dice «processo breve» e poi non si spiega cos'è e perché preme così tanto al premier è come banchettare attorno a una carcassa verbale svuotata di senso. Sta di fatto che il ticket composto da Tg La7 e «In onda» è, per ora, l'unico momento di vera informazione televisiva.

 

 
[01-09-2010]