NEW YORK BY TOM WOLFE - LA FACTORY DI WARHOL. I SALOTTI ESCLUSIVI. LE FESTE. LE GUERRE TRA GIORNALI - UN GRANDE SCRITTORE DI IERI (REIETTO PERCHÉ FUORI DAL CORO DEI RADICAL CHIC) RICORDA AI GIORNALISTI DI OGGI COME SI SCRIVE UN ARTICOLO DI VARIA DISUMANITÀ…
Tom Wolfe per "Magazine" del Corriere della Sera
Guardai meglio... avevo visto bene. Il colletto della sua camicia era button-down e... portava i polsini alla francese con una coppia di gemelli d'oro. Una camicia da collegiale e... quei polsini, come se fosse appena arrivato da un incontro di lavoro da Debevoise&Plimpton. La camicia era di fattura sartoriale... doveva esserlo per forza.
Anche la sua giacca... a giudicare dalla cucitura alta sulle ascelle e il taglio stretto delle maniche. Lasciavano intravedere i polsini di appena otto millimetri. Erano corte abbastanza - appena tanto così! - per rivelare i gemelli d'oro, non un millimetro di meno.
E le scarpe! - di cuoio marrone con la punta tonda, fatte a mano in Inghilterra per calzare perfettamente i piedi dall'arcata alta, che per questo motivo sembravano decisamente piccoli, e lo erano, come se quest'uomo fosse un'ancella cinese inspiegabilmente corpulenta a cui hanno legato i piedi da bambina perché rimanessero sempre minuti e delicati per l'ora del tè...
Non riuscivo a immaginare come un uomo di questa stazza, almeno un metro e ottanta per novanta chili, dal collo taurino, una struttura massiccia e il viso squadrato potesse alzarsi dalla sedia nel suo ufficetto, con le pareti di un metro e venti arrangiate alla bell'e meglio, nella decadente redazione open space di un giornale ormai defunto, il New York Herald, e reggersi senza mani, torreggiando sopra quelle scarpette da cenerentola con la punta tonda fatte a mano in Inghilterra.
Eppure lo fece. Si presentò. Il suo nome era Clay Felker. Aveva una voce tonante, ma non fu tanto la potenza a impressionarmi, quanto il suo accento. Lo chiamavano New York Honk, ed era l'inflessione più in voga che un maschio americano potesse sfoggiare in quegli anni, per la precisione nella primavera del 1963. Lo si imparava filtrando tutte le parole attraverso le narici piuttosto che dalla bocca. Era al tempo stesso virile... e decisamente sofisticato.
newyork libertà
Nelson Rockfeller aveva il New York Honk, pure Huntington Hartford. Il direttore di Newsweek, Osborn Elliot, l'aveva. E così anche il finanziere Robert Dowling, gli editori Roger Strauss e Tom Guinzburg, e persino Robert Morgenthau ce l'ha ancora, per quanto ne sappia.
Sfortunatamente, Clay Felker non è mai stato incluso nello stesso paragrafo di elegantoni della loro risma. Anche se era fasciato da abiti fatti su misura, aveva quasi 40 anni ed era senza lavoro, annaspava boccheggiando per l'aria come una balena spiaggiata, come si suol dire, dopo essere stato sconfitto nella battaglia per la direzione del magazine Esquire... per non parlare della suite d'angolo con vista panoramica nella strada più ambita nel 1963, il primo tratto di Madison Avenue, che quella posizione garantiva.
Eppure, in meno di sei mesi da quel giorno, nel cubicolo di tre metri per due nella redazione di un giornale condannato all'estinzione, ideò la rivista più innovativa e imitata della seconda metà del ventesimo secolo in America: il New York.
In questa storia, la camicia (di Turnbull & Asser in Jermyn Street, Londra), il completo (Huntsman of Savile Row, Londra), le scarpe (John Lobb, ancora in Jermyn Street, Londra), insieme all'accento, non sono gettati in faccia al lettore per puro caso. Sono tutti dettagli infinitesimali che scavano fino al cuore della vicenda. E dal doppio attico in cui Clay Felker viveva al 322 della 57a Strada East... be', la vista che si aveva da lassù può solo essere definita come macroscopica.
Il salone era di otto metri per otto con un soffitto altrettanto alto, c'erano due immense finestre tipo sede del Parlamento, ciascuna alta sette metri e larga quasi tre, composte da pannelli di vetro separati da montanti spessi come il polso di un uomo. C'era uno di quei vasti camini che gli scrittori alla perenne ricerca di aggettivi definiscono sempre baronale. C'era posto per almeno quattordici arrampicatori sociali sul parafuoco tappezzato che gli correva intorno, sostenuto da colonne di ottone lucente.
Quando arrivavi chez Felker e mettevi piede fuori dall'ascensore, ti ritrovavi su una balconata grande come una lobby che sovrastava lo sfarzo sottostante meticolosamente allestito. Gli ospiti scendevano su uno scalone che faceva sembrare quello dell'Opera di Parigi come i gradini della mia vecchia casa. Ad accoglierli nei ricevimenti importanti, sul tappeto Aubusson ai piedi dello scalone, c'era la moglie di Felker, un'attrice di 20 anni di nome Pamela Tiffin, che aveva interpretato la versione cinematografica di Estate e fumo.
Aveva un viso pallido e liscio come la figurina di un vaso Ming. Era strepitosa. Inoltre, la sua carriera stava decollando tanto alla svelta che aveva assoldato non uno ma due personal manager, Irwin Winkler e Robert Chartoff. Avrebbe potuto permettersene altri due dello stesso calibro, ma non c'era nessuno come loro. Quindici anni dopo, Chartoff e Winkler si sarebbero portati a casa un Oscar per un film da loro prodotto, Rocky. Per un uomo che annaspava per l'aria, Pamela Tiffin era la compagna più amorevole che potesse avere al fianco. Clay Felker era sul lastrico.
Quindi cosa significava tutto quello sfarzo, in nome del cielo? Lui, Clay Felker, che aveva rappresentato questo stile di vita, era originario del Midwest, da Western Groves, nel Missouri, che mi ha sempre fatto venire in mente Grover's Corner de La piccola città (commedia del 1938 di Thornton Wilder, ndt).
Come i fondatori delle due riviste più importanti d'America nella prima parte del Novecento, Harold Ross del New Yorker, un vero purosangue dal Colorado, e Henry Luce di Time e Life, nato in Cina e figlio di missionari, Felker crebbe lontano dal magnetismo mondano e dalla frenesia modaiola di cui New York si faceva vanto. L'ossessione per New York sembra essersi manifestata tanto presto nella sua vita che nessuno, nemmeno lui, riusciva a ricordare quale fu la scintilla che la fece detonare.
Parecchi anni dopo, presentandolo in occasione di una serata di beneficenza per il Felker Magazine Center a Berkeley, presso l'Università della California, sostenni che sua sorella mi aveva raccontato che la prima frase completa pronunciata dal piccolo Clay fu «Che diavolo significa "non ho un posto riservato"?». All'epoca pensai che si trattasse solo di una battuta.
Di solito i ragazzi del Missouri appena arrivati in città si presentavano così: «Vengo dal Missouri. Fammi vedere di che pasta sei fatto», cioè «Non provare a farmi passare per un bifolco con la tua parlantina sofisticata. Dimostrami che hai le palle». Ma per Clay Felker era il pianto di Dioniso di un abitante del Midwest sbarcato a New York per ingoiare in un sol boccone la Città delle Ambizioni più importante d'America, parlantina sofisticata compresa.
«Fammi vedere di che pasta sei fatto!» - in questa frase c'è tutto, il nucleo del processo di competizione per lo status, i dettagli che lo manifestano, gli status symbol, lo stile di vita, tutto ciò che indica la posizione nella graduatoria sociale. Lo sfarzo della sua vita privata era il rovescio della medaglia, come la fodera di seta per lo smoking, uno sguardo interiore sulla sua ossessione per lo status come benzina che alimenta il mondo intero - almeno la parte di New York che lo riguarda.
Su Esquire scrisse un articolo composto soprattutto da illustrazioni degli interni del locali notturni più alla moda di Manhattan - 21, El Morocco, Sardi's - specificando minuziosamente i posti riservati del gota della mondanità, quelli dei vip insieme a quelli dei perfetti sconosciuti, i signor nessuno, di solito collocati lontano dalla vista in fondo alla sala.
Per loro non c'era nessuna speranza di entrare al 21. C'era un piano riservato ai poveri diavoli, separato dal resto del locale. In entrambi i casi, definì queste zone morte "Siberia". Appena Felker pubblicò l'articolo, il termine si diffuse a macchia d'olio in tutto il Paese. Ancora oggi c'è qualche poveraccio che fa il suo ingresso in questi posti con terrore e disagio, un risentimento pronto a esplodere, il timore per i caposala che con glaciali sorrisi di benvenuto congelati su volti affilati li scortano al gulag.
È questo genere di dettagli sociali che intrigano la mente umana e, una volta che ci sono entrati, non se ne vanno mai più. Ti si infilano sottopelle - al punto che un giorno un autore avrebbe scritto sulle pagine del New York che Clay Felker aveva "Felkerizzato" New York.

In quel momento, quando vidi quell'omone portare a termine l'improbabile gesto di alzarsi e rimanere in equilibrio su due piedini da elfo, l'Herald Tribune cercava di rimettersi in sesto dopo uno sciopero dei giornalisti della Newspaper Guild durato quattro mesi. La nostra balena spiaggiata era stata coinvolta come consulente per rilanciare l'edizione della domenica, in particolare il supplemento, il cui nome era stato cambiato da Today's Living a New York. A Sunday... supplement!.
Il supplemento domenicale, in quegli anni, rappresentava la forma più bassa di giornalismo dei quotidiani d'America. Con la sola eccezione del New York Times Sunday Magazine, erano zucchero filato per le due aree del cervello che elaborano il linguaggio (le regioni di Broca e Wernicke).
Il primo direttore del New York, Sheldon Zalaznick, era stato incaricato di trasformarlo in un concorrente del New York Times Magazine. Riuscì a coinvolgere Jimmy Breslin e me con un articolo per il supplemento ogni settimana, oltre agli impegni quotidiani per la cronaca cittadina. Zalaznick dimostrò di fare sul serio. Il Tribune aveva reclutato il critico letterario più famoso in circolazione, John O'Hara, che di certo non aveva bisogno di un lavoro, per scrivere una rubrica a cadenza mensile sul New York.
La sua prima collaborazione fu così scialba, per non parlare del tono brusco, che risultava evidente che l'avesse scritta in fretta e furia nel pieno di una fitta di bile, o altro. Zalaznick respinse il pezzo, e O'Hara altrettanto rapidamente come aveva scritto il suo intervento diede il benservito - con profonda costernazione del reparto pubblicità del Tribune. Sfruttavano il nome di O'Hara per attirare i lettori sul supplemento domenicale. Fin da subito mi resi conto che fosse molto diverso dal classico inserto della domenica. Ero bravo abbastanza per scriverci, O'Hara invece no.
Dopo sei settimane, Zalaznick fu promosso a direttore di tutta l'edizione domenicale del giornale. A quel punto, il direttore responsabile del quotidiano, Jim Bellows, portò Clay nella redazione del New York.
Non molto tempo dopo Clay sedeva nel suo ufficetto con lo staff. Staff... L'intero staff comprendeva un redattore a tempo pieno, Walter Stovall, e due penne part time, Jimmy Breslin e il sottoscritto. Ci trovavamo tutti insieme, stretti tra due scrivanie in metallo, in uno spazio che in ogni caso non avrebbe potuto ospitare più di quattro persone.
Ricordo che Clay disse, «Sentite un po'... noi usciamo una volta alla settimana, giusto? Anche il New Yorker esce una volta alla settimana. Iniziamo lunedì con fogli bianchi immacolati e l'inchiostro, esattamente come loro. C'è qualche motivo per cui non possiamo essere all'altezza del New Yorker? O persino meglio? Quel magazine è mortalmente noioso».
Lì per lì la presi come un'uscita da spaccone. Il New Yorker si era fatto una solida base. Da lungo tempo incarnava l'essenza sofisticata di New York, si poteva ribattere sostenendo che fosse la rivista più prestigiosa d'America. In tutto il Paese, schiere di laureati si abbonavano al New Yorker per... farne parte. Aziende e rivenditori della fascia alta andavano pazzi per tutti questi lettori colti, ed erano più che felici di riempire le pagine del magazine con la loro pubblicità.
Al New Yorker non avevano la più pallida idea di ciò che stava per abbattersi su di loro, più precisamente il nuovo genere di notizie pensate da Clay Felker.
Per quanto mi ricordi, il primo incarico che Clay mi affidò era un pezzo sulla passeggiata del sabato mattina che l'universo chic faceva per le gallerie d'arte lungo Madison Avenue, nel tratto dalla 57a alla 79a Strada. Non ne avevo mai sentito parlare.
Per mia fortuna, Clay mi affiancò un fotografo, Freddie Eberstadt. Freddie sapeva già come muoversi in quell'ambiente. Così, il sabato successivo incrociammo la nostra strada con almeno metà della popolazione "che conta" di Manhattan, c'erano tutti: da Greta Garbo che faceva di tutto per passare inosservata alla galleria Wildenstein - ma Freddie la riconobbe al volo - a Tiger Morse, un eccentrico stilista dell'epoca, che camminava lungo la Avenue salutando allegramente... verso Freddie.
Febbre del sabato sera
Quando uscì l'articolo, intitolato ‘La rotta del sabato', la gente pensò di me (non di Freddie) che fossi un astuto reporter in grado di scovare tutte quelle icone e celebrità durante una semplice passeggiata mattutina. Il pubblico era stupefatto... ed elettrizzato... che esistesse un'abitudine simile, e da quel momento le gallerie di Madison Avenue furono invase da schiere di aspiranti proto-chic schiamazzanti che saltavano da una parte all'altra, creature deliziose con gonne corte e jeans aderenti in zona pelvica. Queste ragazze furono presto note come "art birds", pollastrelle che frequentavano gli ambienti dell'arte.
Ancora nel 1989 i collezionisti giapponesi amavano circondarsi di queste ragazzine americane, sedute al loro fianco nelle prime file di aste "importanti" da Sotheby's e Christie's. Andavano pazzi per quelle giovani gambe flessuose, fasciate e luccicanti nelle calze di nylon che si inerpicavano fino alla tornitura delle cosce, gambe che incrociavano e re-incrociavano e poi re-re-incrociavano luccicando luccicando luccicando sotto la luce dei faretti.
Come dicevo, prima di quel momento ero totalmente ignaro della passeggiata artistica del sabato mattina, Clay invece no. Per lui era una questione di principio captare notizie del genere. Non mi è mai capitato di lavorare con un editor a cui venissero in mente così tante storie.
Era lui stesso il miglior reporter su cui potesse fare affidamento. Teneva sempre con sé un taccuino nella tasca interna sinistra della giacca. Durante le cene, persino quelle formali in residenze private, appena coglieva un accenno di conversazione potenzialmente sfruttabile Clay, come se avesse una fondina da spalla, estraeva il taccuino dalla giacca e abbozzava l'idea, lo buttava sul tavolo e scriveva la sua ispirazione con una penna stilografica d'oro a quattordici carati.
Febbre del sabato sera
La stilo luccicava bagnata dalla luce elettrica. Gliel'ho visto fare un sacco di volte. Un pomeriggio passai a trovarlo nel suo Xanadu sulla 57a, lo trovai seduto alla scrivania intento a spulciare un'agenda per raccogliere informazioni per la dichiarazione dei redditi.
«Guarda qui», disse sfogliando le pagine. «Ho cenato a casa solo otto volte l'anno scorso!».
Non credo di riuscire a trasmettere adeguatamente l'orgoglio con cui realizzò la scoperta. Aveva sviluppato una specie di visione notturna per individuare nuovi stili di vita. "Stile di vita" - Lebensstil in tedesco - è un termine coniato un centinaio d'anni fa dal sociologo tedesco Max Weber, padre della teoria dello status. Secondo lui, tutti i nuovi stili di vita erano creati da "gruppi status", cioè persone con la stessa mentalità che cercano di generare sfere di interesse per conto proprio, corroborati dalle opinioni di gente al di fuori del loro circolo.
Negli anni Sessanta i socialites della rotta del sabato avevano un loro stile di vita... e gli hippies ne avevano un altro. Solo sul finire degli anni Cinquanta termini come "status", riferito alla posizione sociale, e "stile di vita", riferito alle abitudini e vizi dei gruppi status, emersero dai circoli accademici per entrare nel linguaggio comune.
Non credo che Clay sapesse chi era Weber o conoscesse l'accezione di "status" e "stile di vita" in ambito sociologico. Ma il suo "Fammi vedere di che pasta sei fatto!" lo conduceva istintivamente sulla stessa frequenza d'onda e verso stili di vita che facevano notizia. Quando Clay diresse il New York come supplemento domenicale e lo trasformò nel magazine che potete comprare in edicola oggi, la gamma di articoli esclusivi, in poche parole gli scoop, a ripensarci era davvero straordinaria.
Pubblicò un pezzo strepitoso di Gail Sheehy sulla prostituzione a New York. Lei stessa si era messa in strada con hot pants che arrivavano fino a lì, stivaloni di vinile Courrèges bianchi e un top "areolato" per mischiarsi con le "ragazze". Il resoconto che portò a Clay non era solo una testimonianza oculare del commercio della carne, che da solo poteva già bastare, ma anche un'analisi sulle prostitute come un gruppo status con sei diverse gradazioni sociali.
Felker diede alle stampe il primo articolo su come la risonanza di giornali, riviste e televisione, con la complicità delle pubbliche relazioni dell'industria della moda, avessero creato un genere di "socialite" del tutto nuovo, che aveva del tutto soverchiato la vecchia Società con la "s" maiuscola basata sul concetto protestante della famiglia, ora ridotto all'oscurità. Pubblicò persino il primo reportage dall'interno di una comune hippy, in un periodo in cui gli hippies erano ancora soprannominati "teste d'acido".
Era roba forte - ma come si faceva a credere che i lettori si sarebbero emozionati con la vita di gente soprannominata teste d'acido? Per questo, pubblicò il primo resoconto della vita dentro una comunità di surfisti in California, The Pump House Gang, e il primo sugli studenti radicali che fecero irruzione alla Columbia University e la occuparono per una settimana nel 1968. Questi tre stili di vita, gli hippies, i surfisti e i radicali, avrebbero cambiato la vita dei giovani americani e con loro quella di tutta l'America, in maniera all'epoca inimmaginabile.
Il taglio di Clay sul magazine portava in primo piano le vite emotive, non solo le peripezie dei finanzieri del tempo come nei pezzi firmati da Adam Smith, pseudonimo usato da George J. W. Goodman, un investitore che aveva racimolato una modesta fortuna, allestito un fondo di investimenti, perso diverse modeste fortune (la sua e quelle di altri investitori), prima di fare un mucchio di soldi progettando un modo innovativo di avvicinarsi alle notizie economiche.
Le sue storie per il New York, leggermente editate, diventarono il suo bestseller The Money Game, il gioco dei soldi. Jimmy Breslin scrisse un pezzo memorabile per Clay, Una notte con Namath, sullo stile di vita di uno dei primi Bad Boy del mondo dello sport professionista, prototipo per i John McEnroe e Jimmy Connors che sarebbero venuti dopo.
Clay pubblicò il bizzarro reportage di Mark Jacobson sulla "flotta degli sballati", i tassisti di notte del Dover Taxi Garage, un manipolo di professori, ex preti, artisti, musicisti, laureati, dj e altri che si autodefinivano intellettuali, e rimpinguavano le loro magre entrate guidando taxi nel turno di notte - il loro più grande timore era lavorare di giorno, perché significava che il peggio era accaduto: erano tutti diventati veri tassisti.
Pubblicò ‘Riti tribali del nuovo sabato sera' di Nik Cohn, che dipingeva l'universo delle classi più basse della gioventù nel Queens, Brooklyn e Bronx nella metà degli anni Settanta, che vivevano in attesa del sabato sera in discoteca. L'articolo di Cohn fornì lo spunto per il film ‘La febbre del sabato sera' con John Travolta.
I completi bianchi indossati dall'attore in tutto il film stimolarono un'improvvisa invasione di abiti dello stesso tipo nei negozi di abbigliamento maschile che facevano sembrare il mio look ormai desueto... finché i fan di Travolta si resero conto dei problemi e dei costi richiesti per tenerli in buono stato, così gli abiti bianchi della Febbre del sabato sera sparirono tanto alla svelta com'erano apparsi.
Pubblicò anche un pezzo sull'hangover collettivo vissuto dai giovani di New York negli anni Settanta, post-hippy e radical chic che basavano il loro status totalmente sui parametri esistenziali della "controcultura". Clay fece pubblicare nel 1970 anche la nuova versione del suo pezzo Siberia apparso su Esquire dieci anni prima: Come non essere umiliati nei ristoranti snob di Gael Greene.
Contro servizi del genere, così veri, il New Yorker non ebbe mai una speranza. Nella sua colonna Voci della città, la rivista cominciò chiaramente a punzecchiarci, omettendo sempre il nome del magazine, New York, che li stava facendo passare per una pubblicazione di seconda scelta. Lavoravamo per una vecchia testata, l'Herald Tribune, e questo diceva tutto.
Lo scontro raggiunse l'apice con una dichiarata parodia sul New Yorker dello stile di Breslin e del mio sul New York... senza specificare il nome del giornale. (A essere sinceri, era davvero una brillante parodia.) Volevano giocare, ce lo fecero capire senza fronzoli, almeno per come la vedevamo Clay e io. Di certo non ci saremmo tirati indietro, e perché mai avremmo dovuto?
Warhol dipinge una modella
Un pomeriggio eravamo seduti nell'ufficio di Clay, ci lamentavamo piuttosto risentiti e invidiosi di tutte le sviolinate e corone d'alloro con cui altre testate dipingevano il New Yorker. Quella maledetta rivista era più facile da osannare che da leggere... giusto? Giusto... Non facevano altro che blandire la memoria del fu Harold Ross, di com'era il magazine quando lo dirigeva lui... giusto? Giusto... Fu allora che trovammo l'ispirazione. Cosa sapevamo del direttore di quegli anni? Si chiamava William Shawn. Niente male come pezzo, o no?
Quello del "profilo" era un genere che il New Yorker aveva ideato e codificato. Nessuno ne aveva mai scritto uno su William Shawn. Da quanto scoprimmo di lì a poco, non era difficile indovinare perché. Shawn era un ometto molto apprensivo, il classico omuncolo, e soffriva di claustrofobia. Il solo pensiero di salire in ascensore lo pietrificava, e così anche apparire in pubblico, figuriamoci parlare davanti a una platea.
Non si faceva nemmeno fotografare, proporre un'intervista era del tutto inutile. Si conosceva solo una fotografia di William Shawn da adulto. L'aveva commissionata e pagata lui stesso e ne gestiva, con molta attenzione, il controllo assoluto in caso di utilizzo.
Diana Vreeland con Valentino
Più Clay e io ne parlavamo e più trovammo divertente l'idea. Il presunto futuro Dr. Johnson dell'Urbanità, Arguzia, Raffinatezza, Glamour e Mondanità era uno gnomo che apparentemente non aveva altra vita fuori dal suo ufficio sulla 43ma West e un edificio sulla Quinta, dove viveva tranquillo tranquillo tranquillo tranquillo con moglie e figlio in un appartamento al primo piano... facilmente accessibile senza doversi rinchiudere nella bara d'acciaio senza finestre chiamata "ascensore". Viveva quasi come un anacoreta, nei limiti di un uomo che riesce a mantenere un lavoro di giorno.
Così, in poche parole, è come presentai il direttore Shawn nel profilo in due parti intitolato: Piccole mummie! La vera storia del signore della 43a Strada, la terra dei morti viventi. Non lo accusai di essere nient'altro fuorché se stesso. Avete mai sentito il termine "omicidio sanguinario"? È come fu accolto il mio scherzoso profilo - urla e ululati che invocavano un omicidio sanguinario tanto fragorosi non li ha mai sentiti nessuno!
Lo stesso Shawn scrisse una lettera al proprietario del Tribune, Jock Whitney, che gli fu recapitata a mano. Nella lettera non si limitava a definire "Piccole mummie" diffamatorio, pur sottolineando che lo fosse. No, ancora peggio. Era "delittuoso". Ed erano loro che volevano giocare...
Omicidio sanguinario! Qualcuno al New Yorker - le leggende metropolitane dicono che fosse una delle penne storiche e migliori, Lillian Ross - mise in riga le truppe, reclutando ogni scrittore che aveva collaborato, stava collaborando o di certo desiderava collaborare col New Yorker. Dio solo sa quanti erano! E pure famosi! J.D. Salinger, persino più recluso di Shawn e che a malapena aveva sussurrato o scritto una sola parola in sette anni, spuntò dalla sua tana nelle campagne del New Hampshire e spedì un telegramma a Whitney, accusando il nostro ex ambasciatore alla corte di re Giacomo di avere distrutto la sua reputazione e quella del Tribune per sempre, con un solo articolo "al vetriolo".
Tra i più furibondi e invidiosi (uno struggimento che scoprimmo solo in un secondo tempo) c'era anche uno dei due editorialisti politici più prestigiosi del Paese, Joseph Alsop. Alsop affermò che facevo parte della folle corrente anti-America e pro-Ho Chi Minh che all'epoca spinse una generazione di giovani americani tra le braccia del totalitarismo di sinistra.
Indovinate un po' su quale giornale Alsop curava la sua rubrica? Il Tribune! La scrittrice inglese Muriel Spark almeno aggiunse un certo equilibrio descrivendomi come un bulletto alla Joe McCarthy. E che dire dell'altro editorialista politico più famoso d'America, cioè Walter Lippmann? Non ci crederete - ma persino lui si gettò nella mischia!
Bruce Springsteen, 21 Ag.1978-f.A.Warhol
Per evitare fraintendimenti, senza troppi giri di parole, Walter Lippmann scrisse: «Tom Wolfe è un coglione incompetente». Non crederete nemmeno a questo, ma il giornale che ospitava la sua rubrica era... sempre il Tribune! Ecco il bagno di sangue che provocò l'articolo.
l nostro modesto inserto tutt'a un tratto si riempì di inserzionisti. Time, Newsweek, tutta la stampa d'America - sembrava che nessuno potesse fare a meno di questa "delittuosa" faida editoriale localizzata a Manhattan. Molta della copertura era negativa, ma le tout America era al corrente che un magazine chiamato New York fosse entrato nell'arena dei big.
Nel 1966 il Tribune subì un nuovo tracollo per un altro sciopero suicida. Altri due quotidiani colpiti, Journal-American e World-Telegram & Sun, giocarono d'azzardo unendosi al Trib per rimanere a galla, il supporto vitale fu un giornale nato morto e grazie al cielo ormai dimenticato, il World Journal Tribune.
Durò otto mesi, e le tre testate compagne di convenienza chiusero definitivamente i battenti nel 1967. Concordai un congedo appassionato per il Trib, per cui adoravo lavorare. Anni folli e selvaggi, deliziosi... come una volta quando una cricca di rifugiati cubani fece irruzione in redazione chiedendo la mia testa - la mia testa! - e me - ma Clay non aveva tempo di ascoltare le mie storie di guerra.
Dubito che abbia speso cinque secondi per ricordare i bei tempi andati. Capì subito cos'era giusto fare: rianimare il caro estinto, l'inserto domenicale, e farlo risorgere come un magazine settimanale indipendente a diffusione nazionale chiamato New York.
Riuscire a dare alle stampe un settimanale morto in partenza è un processo che è stato paragonato a tagliarsi un polso per vedere quanto si sanguina rapidamente. La Time Inc. impiegò diversi anni e massicce trasfusioni di liquidi per spingere Sports Illustrated al punto in cui cominciò a produrre profitti, ma Clay Felker e Time Inc. provenivano da due stampi differenti, anzi non avevano nulla a che spartire.
Jock Whitney fissò una cifra per vendere il marchio New York, 6.500 dollari, ma Clay non poteva permettersi nemmeno quelli. Così li chiese in prestito a una scrittrice, Barbara Goldsmith.
Per ironia della sorte, fu probabilmente l'intensa copertura del duello col New Yorker, per quanto negativa, che permise a Clay di racimolare la piccola fortuna necessaria a far partire un settimanale sofisticato come questo in meno di un anno. L'affare New Yorker, come lo definiva la gente, aveva scolpito il nome di Clay e del New York nell'opinione pubblica. Ricordo il giorno nell'aprile del 1968 quando il New York, magazine indipendente, fece il suo debutto.
La presentazione, per 1.000 inserzionisti, altri potenziali inserzionisti, giornalisti e Pr, fu organizzata al Four Seasons... in poche parole erano presenti tutti i personaggi necessari a creare la base di partenza per una rivista. Le prime mille copie del New York uscite dalle rotative dovevano essere presentate agli invitati al loro arrivo.
Andy Warhol
utti gli esordi sono segnati da inconvenienti. Il più interessante fu scorgere uno dei più noti illustratori e designer del Paese, Milton Glaser, reclutato da Clay come art director, che cercava disperatamente di aggiungere la barra nera decorativa sopra il logo, "New York", con un righello e un pennarellino da disegno - su ciascuna delle mille copie - a un ritmo più veloce dell'ingresso degli ospiti in sala. Non si sa come, ma la barra era sparita durante il processo di stampa. Lì, nello sfarzo del Four Seasons, un uomo disperato cercava di contrastare il Fato.
I primi uffici del New York si trovavano all'ultimo piano, il quarto, del loft di Glaser che ospitava il suo Push Pin Studio, in un edificio sulla 32a East. Per arrivarci bisognava farsi una bella sgambata, ma chi se ne importa? Oh, essere giovani e soprattutto a New York! Benedetti ancora da una primigenia e animale salute! Con ingenuo ottimismo e la rinnovata ambizione avvolta nella ristrettezza della partenza! Così, dal quarto piano al 207 della 32a East, il New York diede alle stampe il secondo numero... poi il terzo... e poi...
Mi trovavo nei nuovi uffici del New York quando Clay mi avvicinò e disse: «Dai un'occhiata. I ragazzi della pubblicità sono convinti che se lo pubblichiamo perderemo tutti gli inserzionisti di Madison Avenue».
C'era poco da scherzare. Il New York si era abilmente accaparrato gli esercenti di fascia alta non solo lungo Madison Avenue ma dappertutto, assicurando che il magazine avrebbe avuto un taglio di alto profilo e che un mucchio di danarosi papaveri l'avrebbero adorato.
Liza Minnelli con Ursula Andress
Clay mi passò un articolo intitolato La Dolce Viva, di Barbara Goldsmith, la stessa che aveva prestato i 6.500 dollari per acquistare il marchio New York da Jock Whitney. Il pezzo era accompagnato da una fotografia.
Cominciai a leggere l'articolo in piedi, e mi resi conto che non potevo interrompere nemmeno per sedermi. Ciò che avevo tra le mani era dinamite pura.
Tout le monde conosceva il famoso Andy Warhol e la sua altrettanto famosa Factory piena di assistenti e frequentatori irriducibili. Ma quella di Barbara Goldsmith fu la prima storia a catturarne la lugubre e patinata inquietudine... lo stile di vita di Warhol - un classico esempio, guarda caso, di ciò che Weber intendeva a proposito dei gruppi status che generano uno stile di vita... (E non solo, dal momento che a 40 anni Sant'Andy continuava a dominare i modelli esistenziali degli artisti di New York.) Guardai la foto.
Non avevo mai visto nulla di simile. Era il ritratto di una delle "superstar" del circolo di Warhol, come lui definiva le attrici sconosciute dei suoi film d'avanguardia. Si faceva chiamare Viva, come altre celebrità da Liz (Taylor), Jackie (O.) e lo stesso Andy. Nello scatto, Viva era adagiata senza veli su una versione pulciosa di un divano Récamier. Non era proprio un'immagine che si potrebbe definire arrapante. Sembra un coniglio spellato. Si vedevano le costole affiorare dalla pelle e un seno smunto e minuscolo. Pare che di tanto in tanto lavorasse come modella. Gli occhi erano rovesciati all'indietro come se fosse strafatta, come si diceva allora per chi consumava grandi quantità di droga.
Andy Warhol
Per certi versi il particolare che attirava l'attenzione era il cartone vuoto di latte sul tavolino da caffè che si intravedeva sullo sfondo. Nemmeno l'ombra di una siringa, il mozzicone di uno spinello o una bottiglia prosciugata di liquore - solo un cartone vuoto di latte. In qualche modo quel cartone era l'obiettivo correlato perfetto, come i critici letterari amavano dire negli anni Cinquanta e Sessanta, della miseria mentale che la foto catturava. Lo scatto era di una fotografa, si chiamava Diane Arbus.
Alzai gli occhi su Clay e commentai: «Non vedo perché non dovresti pubblicarlo».
«È proprio quello che penso anch'io», rispose. E così fece, articolo e foto apparvero sul quarto numero del New York.
Una bomba! Quel pezzo e la fotografia erano davvero dinamite! Quindi come metterla coi ragazzi della pubblicità? Si erano comportati come un mucchio di timorati filistei? Come scoprimmo poco dopo... no. Il New York perse tutti gli inserzionisti di Madison Avenue e non solo. La situazione precipitò in una crisi.
Il consiglio d'amministrazione, composto dai grandi investitori, convocò Clay per una riunione nell'appartamento a Park Avenue di uno di loro, un anziano statista di Wall Street molto rispettato di nome Armand Erpf. Lo accompagnai, visto che tecnicamente (solo tecnicamente) ero vicedirettore del magazine. La casa di Erpf non si avvicinava neanche da lontano al lusso di quella di Clay, ma nel salone erano allineati lungo le pareti - allineati - dipinti che prima d'allora avevo visto solo nei musei o nei cataloghi d'arte Skira. Impressionisti e affini. In termini di quotazioni attuali, su quelle pareti erano appesi quadri per un valore di diversi miliardi di dollari.
Ma nessuno badò a quelle opere d'arte, erano tutti in fibrillazione per questa storia di Viva. Vedevano i loro investimenti colare a picco senza possibilità di salvezza dopo solo quattro numeri. Erano pronti a fare a pezzi Clay su due piedi, e probabilmente l'avrebbero fatto, non fosse stato per lo statista e collezionista Erpf che li convinse facendo perno sulla morale. A proposito, oggi Diane Arbus è una divinità della fotografia d'arte.
Una stampa originale di Viva vale mezzo milione di dollari, forse anche molto di più a giudicare dagli ultimi prezzi con cui i suoi lavori vengono battuti all'asta. Le penne di Clay potevano solo ammirarlo per il rischio che si era accollato, per avere messo da parte le leggi del business e pubblicato un gran pezzo e una gran fotografia. Le sue penne... già, perché quasi senza volerlo Clay aveva allungato la sua ombra su tutti gli autori, redattori, illustratori, grafici e fotografi di New York - in poche parole l'universo creativo della città al completo.
In breve tempo tutti respirammo l'atmosfera di ambizione sfrenata di Clay, la sua convinzione che fossimo parte dell'esperimento più audace nella storia del giornalismo. Persino quando la sua base operativa era quella cella monastica al Tribune aveva un modo di convincerti che il suo sogno era tanto importante quanto una missione compiuta. Quello che facciamo con il magazine è... roba da serie A?... Se vi concentrate del tutto su ciò che vi chiedo di fare... «Vi farò diventare delle star».
Stando alla fama che Felker si stava rapidamente guadagnando, era così che la metteva sempre, «Vi farò diventare delle star». Non gli ho mai sentito pronunciare queste parole, eppure era proprio questo concetto mentale che riuscì a impartire a me e qualsiasi altra persona al New York... Mi farà diventare una star. Non ci gettava fumo negli occhi, in più di un'occasione successe proprio così. E ora che il New York era una rivista indipendente, un numero crescente di autori... ci credeva. Questa... è... roba da serie A.
E la maggior parte di loro - dopo aver dato un'occhiata alla reggia di Clay sulla 57ma, lasciavano crollare ogni dubbio. O questa è la serie A... oppure non esiste la serie A. L'unico gioiello che mancava sulla corona di Clay era Pamela. Trascorreva sempre più tempo a girare film in Italia, e poco alla volta lei e Clay andarono ognuno per la propria strada. Qualche anno dopo sposò Gail Sheehy.
Se Clay era entusiasta per una storia che qualcuno aveva scritto per lui si faceva in quattro per aiutarlo. Un caso esemplare riguarda Gloria Steinem. Glo-Glo, come la chiamava Clay, scrisse alcuni pezzi memorabili sul movimento femminista per il New York. Quando scoprì che aveva fondato la rivista Ms., Clay le fornì più di un semplice appoggio. Stampò l'intera tiratura del primo numero di Ms., in cui c'era un articolo di Glo-Glo intitolato Sorellanza come congedo dalle pagine del New York. Quello fu il suo esordio: con la benedizione esplicita del magazine più chiacchierato della nazione.
nella prima factory
All'epoca mi fece venire in mente il modo in cui la Nasa trasportava aerei a reazione come l'X-1, il primo velivolo a oltrepassare la barriera del suono: nella pancia di un cargo a diecimila piedi di altitudine. A quel punto liberavano l'uccellino e qualche pilota come Chuck Yeager (c'erano solo altri due o tre piloti come lui) lo faceva sfrecciare roboando nello strato sottile di atmosfera al confine con lo spazio. In quel modo risparmiavano gran parte del carburante del reattore per contrastare la forza di gravità.
Similarmente, Glo-Glo non fu costretta a bruciare una fortuna per attirare il pubblico di lettori ideali di Ms. - e la trovata innovativa generò spontaneamente una catena di inserzioni pubblicitarie per la rivista. Clay si preoccupò anche di me. Verso la fine del 1969 mi venne l'idea di scrivere una versione non fiction della Fiera delle vanità di Thackeray incentrata su New York, un "romanzo di cronaca", per usare la definizione coniata da Truman Capote per A sangue freddo, come a dire, «Chiariamo subito una cosa: questo non è giornalismo, è letteratura». (Persino Solzhenitsyn... persino lui... affisse l'etichetta "un esperimento di indagine letteraria" come sottotitolo per il suo Arcipelago gulag.)
Un giorno bighellonavo nei corridoi di Harper's. Vi lavorava una art director incredibilmente affascinante chiamata Sheila, così m'era venuta la brillante idea di invitarla a colazione, una proposta leggermente più seria del ti va di bere un caffè insieme. Mentre attendevo che lei finisse di fare qualsiasi cosa stesse facendo nel reparto di grafica, m'infilai nella porta di fianco, l'ufficio di David Halberstam che in quel momento non c'era. Curiosando in giro senza molta discrezione notai una vivace cartolina posata sulla scrivania... non potevo credere alle mie pupille.
Era un invito da parte di Leonard Bernstein e sua moglie, Felicia, per un ricevimento a casa loro all'895 di Park Avenue, all'angolo con Parker e la 79a, per raccogliere fondi per le Pantere Nere. Ora, quello sì che era davvero assurdo... Leonard Bernstein organizza un party a Park Avenue per finanziare le Pantere Nere, negli anni Settanta poi. Se una notizia del genere non era perfetta per una Fiera delle vanità in versione cronaca ambientata a New York, cosa poteva esserlo allora?
Era richiesto un Rvsp a un numero di telefono. Chiamai dall'apparecchio di David Halberstam e dissi: «Sono Tom Wolfe, accetto l'invito». All'altro capo del filo doveva esserci qualche attivista del comitato di difesa delle Pantere che segnava le conferme su un taccuino giallo o roba del genere, perché funzionava proprio così. Quando arrivai all'appartamento dei Bernstein la sera della festa, fuori dalla porta era stato allestito un banchetto per controllare gli invitati.
Mi presentai: «Tom Wolfe», e poco ma sicuro il nome era sulla lista, Tom Wolfe, scritto su un taccuino giallo. Mi resi conto fin dall'ingresso delle dimensioni del posto. Era un doppio attico da tredici stanze, non certo dal lusso soverchiante come quello di Clay, ma non privo di particolari sfarzosi. Nel salone, vicino alle finestre, erano collocati due pianoforti a coda. Bastava un'occhiata e non si poteva fare a meno di immaginare sublimi serate chez Bernstein... duetti magici e dilettevoli al piano tra Bernstein e qualche altro artista non semplicemente sofisticato ma consapevole, che facevano di tutto per superarsi in bravura grazie a magistrali cascate di note eseguite su orbite ellittiche, solo vagamente eppure sempre soggette al traino gravitazionale del "cantus firmus"...
Come qualsiasi altro frequentatore di balli per debuttanti e cerimonie mondane, mi recai a tributare i miei gentili omaggi ai padroni di casa prima di curiosare in giro. Scorsi Leonard e Felicia Bernstein e mi presentai. Tenevo a portata di mano il registratore, con un taccuino e la penna a sfera in bella vista. Ci tengo a specificarlo perché in seguito non potete immaginare quanti mi accusarono di essermi approfittato dei miei anfitrioni in modo subdolo. La sorella di Bernstein scrisse una lettera in cui elencava i miei peccati in ordine crescente di perfidia.
Quello di essere un collaborazionista degli oppressori non era certo il peggiore e definitivo. Il peggiore e definitivo fu di avere intrufolato di soppiatto un registratore nella casa di suo fratello. Lo presi come un gran complimento, dal momento che in questa vita uno dovrebbe prendersi le proprie soddisfazioni quando gli capita.
Gloria Thurn und Taxis al 70esimo compleanno di Leonard Bernstein
Ciò significava che le conversazioni registrate durante la serata, che feci abbastanza alla luce del giorno, avevano colpito Bernstein in piena fronte. I personaggi presenti all'evento... Leonard Bernstein e la sua chioma leonina, la splendida e biondissima moglie Felicia, ex attrice, tre esponenti delle Pantere Nere dall'aria selvaggia e le loro "donne Pantera" come le chiamavano, un paio di stock broker in completo grigio che sembrava avessero appiccicata addosso l'etichetta «Ehi, la finanza sono io», oltre a due dozzine di celebrità assortite (per esempio Barbara Walters, Otto Preminger), habitué dei salotti (Jean Van den Heuvel, Cynthia Phipps) e "intellettuali" (Robert Silvers, Harold Taylor); questa gente era come manna dal cielo per qualsiasi scrittore.
Il panorama di ricchi e famosi e la loro arguta deferenza nei confronti di un gruppo di radicali neri da Oakland, California, nel salotto di Leonard Bernstein, a cui si prostravano offrendo il fondoschiena pallido e flaccido per sentire la frusta vendicativa delle Pantere con maggiore intensità, implorandoli di non sterminare i loro figli - nessuno scrittore poteva sognare un'abbondanza simile.
Liz TaylorC'era troppa carne al fuoco per poter scrivere tutto sul taccuino finché non fossi pronto a inserirlo come capitolo di un "romanzo di cronaca". Era una scena perfetta per il New York, in quel momento. Qualsiasi altra rivista, tranne The Nation e Mother Jones che si sarebbero coperte gli occhi per ripararsi dalla luce del sole come licantropi in fuga all'alba, qualsiasi altra rivista avrebbe pubblicato un servizio del genere.
Ma solo Clay ne avrebbe compreso il vero potenziale. Solo Clay avrebbe concesso tutto all'autore e stampato il pezzo fino all'ultimo dettaglio, non importa il numero di pagine che avrebbe richiesto. Ce ne vollero 30. Dedicò quasi tutto il numero dell'8 giugno 1970 del New York al Party a casa di Lenny, come recitava il titolo. Fino all'ultimo dettaglio... Ancora una volta, era puramente questione d'istinto, credo, ma Clay si rese conto dell'importanza dei particolari come metonimia per rendere vive le scene che illustravano nuovi stili di vita.
A loro volta, questi nuovi stili di vita rivelavano nuovi gruppi status, alcuni dei quali si erano dimostrati abbastanza influenti per plasmare modelli di vita non solo a New York, ma in tutti gli Stati Uniti. Radical chic: un party a casa di Lenny era l'araldo - o un allarme precoce, a seconda di come la si pensa a riguardo - del concetto attuale di "politically correct". Oggi questo termine trascende dal suo significato, oppure è usato spensieratamente come sinonimo di una certa ideologia.
È diventato un vezzo intellettuale, come un tempo lo era essere membri di una congregazione battista, che ci crediate o meno, essenziale per ribadire la propria illuminazione spirituale. Ogni personaggio impeccabile, prominente e alla moda è terrorizzato all'idea di fornire opinioni su, diciamo, fotografie soft-porno che mostrano leggiadre e giovani creature con un seno acerbo, nude e libidinose, che sembrano dire Ne ho una voglia matta... sulle pagine delle riviste di moda più eleganti. Gli vengono i brividi.
Risposte schiette e oneste potrebbero spogliarli della loro illuminazione spirituale socialmente compulsiva. Il fiuto di Clay per gli stili di vita e per i gruppi che li originavano, la sua consapevolezza come giornalista che si trattasse di materiale bollente, segnò profondamente le riviste e i giornali negli Stati Uniti e persino in Inghilterra. I magazine cosiddetti "metropolitani" facevano di tutto per imitare il New York e cominciarono a spuntare come funghi in tutto il Paese.
Sui quotidiani apparvero rubriche intitolate Style, Lifestyle, o utilizzavano le nuove forme grafiche jam-bam come LifeStyle, tentavano tutti di catturare parte dello spirito del New York. Il Times di New York cercò di imitarlo con una moltitudine di nuove sezioni nell'edizione quotidiana e della domenica - il grande formato del Sunday Times ne conteneva addirittura tre o anche più - con titoli come Styles, City (altri stili di vita), Fughe, Arte (che consisteva di due sottosezioni, una dedicata alle belle arti, l'altra a quella commerciale), Cenare fuori, Cenare in casa, Circuiti.
Ma le riviste metropolitane, la proliferazione di inserti dei quotidiani, e il magazine allegato quotidianamente al Times (a volte anche due o tre inserti al giorno) ben presto degenerarono nel riportare stili di vita non intesi nell'accezione di Max Weber ma in quella di Martha Stewart, cioè le stoviglie più alla moda, la perfetta organizzazione di un party, i viaggi all'estero "giusti", le decorazioni d'interno più in voga, i quartieri di grido, servizi di badanti e bambinaie, software di comunicazione, programmi di fitness ed educativi per i figli.
Nei tredici anni in cui diresse il New York, Clay Felker supervisionò studi sociologici della vita urbana ignorati dall'ambiente accademico: la cultura di Wall Street, la cultura del clientelarismo politico a New York, la cultura della polizia e quella della criminalità organizzata, le culture giovanili in California e nella Grande Mela, le strutture di potere di New York, autodistruttive, disfunzionali e decostruite, la Società con la "s" maiuscola e i suoi malcontenti.
Eppure nessuno ha mai considerato tutto questo sociologia, questo grazie a uno degli istinti più affinati di Clay. Ciò che richiedeva - o per meglio dire ispirava e domandava - era una profondità di rappresentazione tale che i suoi giornalisti se ne uscivano con lo stesso tipo di immagini, dettagli di status e dialoghi particolareggiati che in passato si trovavano solo di rado, tranne che nei romanzi e racconti, e nella forma più audace di letteratura, per dirla con Orwell, cioè l'autobiografia. (L'autobiografia è come Wikipedia: in parte può corrispondere alla verità.)
Nonostante sia ancora una questione spinosa, chi scriveva per Clay utilizzava un altro strumento mutuato dai romanzieri, per essere precisi proiettavano il lettore nella pelle e negli occhi dei personaggi della storia. Clay avrebbe potuto tranquillamente affermare: il Nuovo Giornalismo, c'est moi.
Certo, è possibile sostenere - io stesso non esito a farlo - che in quei tredici anni (1964-1967 e poi 1968-1977) Clay fece la sua parte per diffondere ampiamente la fiera delle vanità... solo che la scrivevano i suoi giornalisti, capitolo dopo capitolo... tutti coinvolti e rallegrati dall'ossessione di un ragazzo del Missouri per New York, che considerava la Roma, Parigi o Londra del ventesimo secolo, la capitale del mondo... la sfavillante Città delle Ambizioni.
Nel 1977 Clay, poco più che cinquantenne, all'apice della creatività, sotto il pesante strato di sofisticazione e conoscenza accumulata, dimostrò di essere ancora un innocente ragazzo del Missouri. Assistette senza poter fare nulla, sbigottito oltre ogni dire, mentre un manipolo di quelli che oggi vengono definiti "investitori attivisti" gli strappò dalle mani il timone del New York. Se avete presente il genere di personaggi, potete immaginarvi la gioia diabolica con cui lo fecero, hee hee hee.
Avreste dovuto vedere la sua faccia! Fu così facile che per forza devono averci riso sopra. Tanti bei discorsi... povero diavolo. La gang di investitori per un po' lasciò il magazine così com'era, poi si guardarono in faccia. Perché diavolo quella maledetta gallina non fruttava le uova d'oro per cui era diventata famosa? Così lo vendettero, perdendoci.
Ma, ehi, si tratta di affari no? Non è tutto oro ciò che luccica. Guardando indietro a quell'esperienza, però, non si può fare a meno di farsi una bella risata, hee hee hee. Il grande chiacchierone con il grande appartamento e le grandi idee - di sicuro gli hanno lessato la gallina dalle uova d'oro!







