QUANDO NEW YORK BRILLAVA DI MILLE LUCI - PARLA JAY MCINERNEY: “ERA IL 1981, LE TRE DEL MATTINO. BASQUIAT MI SUONA ALLA PORTA: ERA IN CRISI DI ASTINENZA, MI HA OFFERTO UN GROSSO QUADRO PER POCHE CENTINAIA DI DOLLARI, MA IO DISSI NO” - “AVEVO DELLA COCAINA IN CASA, LA OFFRII A CARVER. ERA LA SUA PRIMA VOLTA, GLI PIACQUE UN CASINO. POI LO ACCOMPAGNAI ALLA COLUMBIA PER LA SUA LEZIONE, PARLAVA COSÌ VELOCE CHE MOLTI STUDENTI NON CAPIRONO NIENTE”

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JAY McINERNEY JAY McINERNEY

Antonello Guerrera per “la Repubblica”

 

Jay McInerney è in ritardo. «Ero dal dentista», anche se pare essere uscito dal sequel della "Febbre del sabato sera" a Capri: occhiali specchiati a goccia, pettinatura alla Tony Manero, fisico fermo e asciutto, pantaloni coloniali e mocassini turchesi come la polo macchiata da una goccia del beverone di caffè ghiacciato nella mano sinistra e il cellulare all' orecchio nell' altra. «Finisco la telefonata, intanto saliamo», sussurra mimando.

 

McInerney, il grande romanziere di New York, il cantore romantico, spaccone e gaudente della Manhattan degli Anni Ottanta e Novanta, ha una brutta tosse estiva, ma anche una casa bellissima: un attico vetrato da oltre 3 milioni di dollari nel quartiere bohémien di Greenwich Village ed Edward Norton come vicino di casa.

 

Nel raffinatissimo appartamento pastello non c' è nessuno, neanche la quarta moglie del 62enne McInerney, e cioè Anne Hearst, nipote del tycoon Randolph che ispirò Quarto potere di Orson Welles. C' è però, in un angolo, tra le tante opere d' arte, uno strano quadro. Piccolo, giallo, con un omino nero. «Ah», esclama l' autore delle Mille luci di New York e dell' ultimo La luce dei giorni (Bompiani), «ma quello è un Basquiat ».

BASQUIAT MADONNA 1 BASQUIAT MADONNA 1

 

Davvero?

«L' ho pagato pure un sacco di soldi. E pensare che una volta Basquiat voleva vendermene uno per meno di 500 dollari».

 

E perché mai?

«Era il 1981, le tre del mattino. Basquiat mi suona alla porta: era in crisi di astinenza, doveva comprarsi la droga, ma era spiantato. Così mi ha offerto un grosso quadro per poche centinaia di dollari, ma io dissi no. Che cretino sono stato, adesso varrebbe milioni. Keith Haring, invece (morto di Aids a 31 anni nel 1990, ndr) veniva da me solo quando c'era qualche festa».

 

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Beh, che amicizie.

«Sì, ma all' epoca non li conosceva quasi nessuno. Negli anni Ottanta a New York era tutto diverso. Basquiat e Haring li vedevi in strada, facevano graffiti sui muri, in metropolitana. C' era una straordinaria energia creativa nell' aria: il punk rock, i Ramones suonavano ogni settimana a East Village, i Talking Heads uguale, gli affitti erano bassi, le regole poche. Così proliferano gallerie, locali, l' arte pura ».

 

Oggi New York e Manhattan hanno perso un po' quest' anima ribelle e creativa?

«Beh, sono cambiate parecchio. Venti-trent' anni fa i giovani a Manhattan potevano vivere senza problemi, nessuno pensava di andar via. Poi, certo, New York era molto più pericolosa, sporca, e c' era tanta povertà. Zone come West Chelsea e Tribeca, oggi così chic, erano praticamente disabitate. New York è cambiata parecchio, e io con lei. A vent' anni hai una verve unica nella scrittura, che col tempo viene sostituita da una più complessa e preziosa».

 

Lei ha ambientato praticamente tutti i suoi libri a Manhattan, perché?

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«Perché è il mio mondo, vivo qui da decenni. E odio le periferie. Lo so che Updike, Cheever e Yates hanno scritto capolavori sui sobborghi, ma a me piace il centro città, quello di New York, vivo e travolgente. Poi certo, la grande letteratura può venire da ogni parte: dal Mississippi di Faulkner al nord ovest americano di Carver».

 

A proposito di Carver, come vi siete conosciuti?

«Era il 1980, allora stavo con una modella, Marla Hanson.

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Lei era famosa e aveva i soldi, io no e provavo a buttare giù il mio primo romanzo. Carver stava arrivando a New York per un reading alla Columbia University, venni invitato a un pranzo con lui e il suo editor Gordon Lish. Nel pomeriggio rimasi da solo con Carver perché gli altri dovettero tornare a lavorare. Allora lo portai a casa mia».

 

E poi cos' è successo?

«Avevo della cocaina in casa, volevo farmi, ero davvero fuori di testa in quel periodo. Così la offrii a Carver. Era la sua prima volta».

 

No.

«Sì, invece! È stato fantastico, gli piacque un casino. Chiacchierammo senza sosta per ore. Poi lo accompagnai alla Columbia per la sua lezione, parlava così veloce che molti studenti non capirono niente. Che spasso! ».

 

Carver si arrabbiò con lei per questo?

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«No. Ma mi consigliò di lasciare New York e andare a studiare con lui alla Syracuse university. Ero davvero scoppiato in quel periodo, troppa droga, non ero produttivo. Carver è stato di grande ispirazione per me».

 

Cosa le ha insegnato?

«Innanzitutto la scelta attenta delle parole e la loro economia. In Europa voi spesso pensate che il dono della scrittura non si possa insegnare. Invece sì. Soprattutto si può insegnare cosa non fare, i principi dello storytelling: non spiegare, ma mostrare. E poi mi ha trasmesso un altro segreto».

 

Quale?

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«Scrivi ogni giorno, sempre e comunque, anche senza ispirazione o voglia. Molti pensano che si scriva solo sotto ispirazione. Non esiste. La scrittura è come suonare il piano: pratica, pratica».

 

E il suo rapporto con le droghe com' è adesso?

«Con la coca ho chiuso dieci anni fa. Ma per moltissimo tempo è stato un "amore" complicato: la droga mi parlava e io ricambiavo nei momenti di depressione. Alla fine è stato davvero brutto e non la consiglio a nessuno, però all' inizio era molto divertente, era " fun fun fun", parlare e fare sesso tutta la notte. Ma a lungo andare quel divertimento, quella socialità è tutta un' illusione. La coca era parte integrante di quella New York, dopo due drink era normale, lo facevano tutti. Ma sono felice di essere sopravvissuto, sono contento di non dover vedere l' alba ogni giorno».

 

E lei a 62 anni dopo innumerevoli storie e avventure l' amore l' ha trovato?

«Diciamo che ho smesso di cercare quello che non avevo.

schiava al dungeons di new york schiava al dungeons di new york

Negli anni la passione svanisce, contano di più l' amicizia e la complicità. Nel frattempo ho avuto due figli con l' inseminazione artificiale. Io non li volevo ma Helen (Bransford, la terza moglie, ndr) pensava di tenermi legato a lei in questo modo, che illusa. Sono stato un padre riluttante, ma ora ho un rapporto splendido con i miei figli e sono felice».

 

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Nei suoi romanzi, nelle "Mille luci" ma non solo, spesso le colpe e i dolori dei genitori ricadono sui figli.

«Mia madre è morta quando avevo 22 anni. Il suo addio mi ha sconvolto, poi è arrivata la depressione... le Mille luci riflettono quel mio periodo difficile.

Perché è impossibile sfuggire ai nostri genitori. Sa cosa scriveva il poeta inglese Philip Larkin? "Ti rovinano, mamma e papà. Forse non vorrebbero, ma lo fanno. Ti trasmettono i loro difetti e ne aggiungono altri adatti a te". I genitori spesso ci fanno del male, anche senza volerlo. Ma noi scrittori siamo tra i pochi che possiamo alleviare questo dolore».

 

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