QUANTE VOLTE AVETE SENTITO DIRE CHE IL FASCISMO EMANO' LE LEGGI RAZZIALI SOLO PER ACCONTENTARE HITLER? E' UNA BALLA - UN LIBRO RIPERCORRE LA SVOLTA ANTISEMITA DI MUSSOLINI: “L’ITALIA FU LA PRIMA NAZIONE A ESPELLERE LE 'PERSONE DI RAZZA EBRAICA' DALLE SCUOLE DI OGNI ORDINE E GRADO, NONCHÉ DALLE UNIVERSITÀ E DALLE ACCADEMIE. IL DECRETO VALEVA PER GLI STUDENTI COME PER GLI INSEGNANTI...

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Sintesi della prefazione di Donatella Di Cesare al libro “Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia” di Enzo Collotti pubblicata da il Corriere della Sera

 

 

Che cosa può significare per un adolescente andare a scuola, come ogni giorno, ed essere rifiutato? «No, per te la scuola è chiusa - non solo oggi, ma per sempre». Così, senza alcun motivo plausibile; né per un provvedimento disciplinare, né tanto meno per aver commesso un reato. Semplicemente perché «sei ebrea!», «sei ebreo!». È capitato, nell' autunno del 1938, agli ebrei italiani che improvvisamente furono cacciati dai banchi di scuola, espulsi dalle aule universitarie. Coloro che passarono indenni per le successive sciagure, descrissero quell' evento come un trauma violento e inesplicabile. Primo Levi parlò di «fulmine», un termine frequente in altre testimonianze. Il che rende bene la drammaticità, ma anche la sorpresa e lo sconcerto.

 

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Ciò avveniva nell' Italia fascista di Mussolini che, attraverso un decreto del 5 settembre 1938, firmato dal ministro Bottai, conquistò una triste e ignobile supremazia: fu la prima nazione a espellere le «persone di razza ebraica» dalle scuole di ogni ordine e grado, nonché dalle università e dalle accademie. Il decreto valeva per gli studenti come per gli insegnanti. Pur avendo emanato nel 1935 le leggi razziste di Norimberga, la Germania nazista introdusse solo un paio di mesi dopo l' Italia un' analoga misura.

 

Già questo deve far riflettere su quella singolare narrazione che ha dominato per decenni e si è radicata profondamente nell' immaginario collettivo italiano. Le cosiddette «leggi razziali» del 1938 sarebbero state l' esito di una imposizione della Germania che intimava di perseguitare gli ebrei italiani. Mussolini, invece, non avrebbe voluto altro che «discriminare non perseguitare», come proclamava uno slogan allora famoso.

 

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Se negli studi più recenti questa subdola narrazione è stata criticata e del tutto sconfessata, il mito degli Italiani «brava gente» è pur sempre duro a morire. Non è difficile intuire perché. Oltre a lavare con un colpo di spugna la coscienza della nazione, contrabbandando l' apparenza innocua di un fascismo tutt' al più «servile», questo mito ha avuto il vantaggio di rimuovere la «questione ebraica» in Italia. Come se non fossero mai esistiti né antisemitismo né antiebraismo.

 

Oltre a ripercorrere con chiarezza la storia delle leggi promulgate dal fascismo italiano per discriminare e perseguitare gli ebrei, il libro di Enzo Collotti Il fascismo e gli ebrei , in edicola domani con il «Corriere», richiama la nazione alla sua storia e alle sue responsabilità, delineando il contesto in cui quei provvedimenti furono emanati. Pur pubblicato per la prima volta nel 2003, questo lavoro resta un punto di riferimento imprescindibile in un filone di studi che si è andato estendendo. E mette l' accento proprio sull' intento di costruire anzitutto una «scuola fascista», la cui rilevanza era strategica per trasformare la cultura del Paese.

 

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Gli ebrei erano cittadini italiani. In tal senso le leggi contro di loro furono una ferita inferta alla cittadinanza, un precedente grave e allarmante; sebbene non tutti i diritti fossero stati revocati, gli ebrei vennero di fatto espulsi dalla nazione. Molti di loro furono tanto più sorpresi, perché si sentivano profondamente italiani. Basti pensare al ghetto di Roma, sede della comunità ebraica più antica della diaspora, cuore della città. Proprio gli ebrei romani avevano più di altri salutato con gioia l' unità nazionale per le libertà di cui avrebbero goduto. La costruzione, tra il 1901 e il 1904, del Tempio Maggiore, quasi al centro del ghetto, fu il suggello di un' assimilazione compiuta. Ma lo era davvero?

 

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Nel contesto italiano, come in quello di altri Paesi europei, restava aperta la «questione ebraica». Si doveva considerare l' ebraismo una religione? Come lo è il cristianesimo? Quest' idea aveva promosso l' emancipazione: gli ebrei avrebbero potuto essere cittadini - italiani, tedeschi, francesi, ecc. - nella sfera pubblica, esercitando il proprio culto in privato. Si sarebbe trattato allora solo di un' uguaglianza di diritti. Sennonché gli ebrei erano anche un popolo con una lunga storia. Da qui nasceva, nella modernità, il topos dello «Stato nello Stato». La questione non era solo religiosa, ma anche politica. Se appartenevano a un popolo altro, gli ebrei erano allora «nemici» all' interno della nazione, tanto più temibili e pericolosi perché si spacciavano per quello che non erano, si facevano passare per tedeschi o per italiani, mentre erano «stranieri».

 

Questi logori cliché tornarono, anzi, ad accendersi, allorché si coniugarono con l' antisemitismo di stampo più prettamente politico. La Germania anticipò i tempi e dette, per così dire, l' esempio, mostrando che era possibile legiferare contro una parte dei propri cittadini che non avevano commesso alcun reato. Ma fu appunto solo un esempio e, tutt' al più, uno stimolo. Non esistono prove e documenti che testimonino un intervento tedesco nelle scelte della politica fascista.

UN FOGLIO DI PROTOCOLLO DELLA CORTE DEI CONTI CON L'INDICAZIONE DEI DIPENDENTI PUBBLICI EBREI DA ESPELLERE UN FOGLIO DI PROTOCOLLO DELLA CORTE DEI CONTI CON L'INDICAZIONE DEI DIPENDENTI PUBBLICI EBREI DA ESPELLERE

 

Per emanare le leggi antiebraiche occorreva, però, definire l'«ebreo». Tale definizione si sarebbe rivelata non solo ardua e problematica, ma alla fin fine impossibile. Chi si era convertito al cristianesimo non avrebbe forse dovuto essere considerato cristiano? E che dire poi dei figli di coloro che erano battezzati da una o più generazioni? Malgrado tutto l' acqua del battesimo non sembrava, però, sufficiente a lavare il sangue.

 

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Questa era stata la lezione delle prime leggi razziste, promulgate a Toledo il 5 giugno 1449. Grazie alla «purezza del sangue», più importante di quella della fede, vennero prese misure contro i marrani, ebrei convertiti più o meno forzatamente al cristianesimo, distinti così dai cristiani di «pura origine». Già allora si andarono chiudendo le porte della fratellanza universale, mentre cominciò l' ossessione per la genealogia. L' essenza ebraica fu identificata nel sangue, fluido così vitale e corporeo, così occulto e ineffabile, nel quale si credette di scorgere gli immutabili tratti ebraici, impossibili da emendare. Nessuna conversione avrebbe mai potuto guarire quel «male incurabile», dal cui contagio era necessario preservarsi. La teologia ricorreva alla politica e, viceversa, la politica alla teologia.

 

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Questa singolare metafisica del sangue restò anche in seguito alla base delle leggi razziste. Come se davvero il sangue fosse criterio di purezza.

Si comprende perciò l' imbarazzo della Chiesa di fronte alle leggi del 1938, che in Italia vietavano i «matrimoni misti», un imbarazzo messo tuttavia a tacere. Ma si comprende anche la difficoltà di definire l'«ebreo», che non ebbe altro esito se non una raccapricciante aritmetica che contava il quarto, il settimo, il decimo di sangue impuro. Lo scopo fu dapprima quello di discriminare e separare, quindi di espellere e, alla fin fine, eliminare. Il diritto, che avrebbe dovuto garantire la protezione dei cittadini, fu piegato a quell' impresa violenta di potere.

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