STRONZE ANTI-BIGELOW – LE DONNE MASSACRANO LA REGISTA DI “THE HURT LOCKER” (PER INVIDIA?) – MARIE CLAIRE USA:“È UN MASCHIO TRAVESTITO DA FEMMINA COLPEVOLE DI AVER RINNEGATO L’INDOLE PACIFISTA TIPICA DELLE DONNE” – “UNA CINICA CARRIERISTA” – MA PERCHE’ NESSUNO PARLA DEL MATRIARCATO NEI FILM DI CAMERON?...
Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
Kathryn Bigelow scippa loscar allex marito Cameron Avatar e lui ironico finge di strozzarla
Una donna bella e intelligente vince un paio di Oscar con un film bello e intelligente - per chi va al cinema solo a Natale oppure con i bambini: si chiama Kathryn Bigelow e ha diretto "The Hurt Locker" - e l'unica che mostra sinceramente tutto il suo entusiasmo è Barbra Streisand, appena aperta la busta con il nome.
Cathryn Bigelow con le due statuette oscar
La regista ringrazia, lascia il palco del Kodak Theatre accompagnata dalle note di "I Am Woman", inno femminista anni Settanta cantato da Helen Reddy - di peggio c'era solo "We Shall Overcome" con Joan Baez alla chitarra - ed è come se il semaforo della "Corrida" fosse scattato dal rosso (quando non si può insolentire il concorrente, durata una manciata di secondi) al verde, quando il fischio e la pernacchia contro il cantante stonato o il ballerino zoppo sono liberi e auspicati.
bigelow streisand Collezionando i commenti del giorno dopo, se ne ricava un elenco di osservazioni acide e offensive. Per esempio: Kathryn Bigelow è un maschio travestito da femmina, una traditrice del proprio sesso naturalmente pacifista, una che pur di far carriera a Hollywood si piega alle regole degli uomini, una colpevole di aver rifiutato le cordate in nome del femminismo, e - sublime rimescolamento delle carte sul blog di "Marie Claire Usa" - una che ha vinto solo perché donna: il suo film risulta così brutto e pieno di difetti che se l'avesse girato un regista non l'avrebbero preso in considerazione neanche di striscio.
Una Scena di The Hurt Locker (Bigelow)
Estrema perfidia: la regista deve l'ammissione tra i magnifici dieci al fatto che il favorito fosse l'ex marito James Cameron con "Avatar". La sindrome illustrata nel film "Il club delle prime mogli" colpisce ancora: come si possano considerare le donne pacifiste dopo aver applaudito un simile film (e prima ancora "Eva contro Eva") resta un mistero.
Magari sono disinteressate all'adrenalina da sminamento in territori lontani, certo non si tirano indietro quando bisogna azzannare il polpaccio alla rivale in amore, e un attimo prima si leccano le labbra (tranquille, è sempre un film, roba che sta alla vita come il postino che morde il cane sta alle news, stavolta intitolato "Donne" e girato da George Cukor).
BIGELOW X
La lista delle sciocchezze comprende la domanda "ma questo Oscar vale come conquista per le donne o dobbiamo aspettare il prossimo?". La regista non ha battuto ciglio. Ha perso la pazienza invece il suo attore Jeremy Renner, che alla conferenza stampa post cerimonia ha obiettato: "Questo dibattito c'entra qualcosa con il film?", dopo che tutti parlavano dell'evento epocale: non che l'Oscar fosse stato vinto da una pellicola meritevole che nessuna major aveva voluto finanziare, ma che la regista avesse infranto il soffitto di vetro (dicesi soffitto di vetro la barriera invisibile che tiene le donne lontano dai posti di comando).
James Cameron
Lui veramente si era lasciato scappare la parola "ovaie", che un gentiluomo non ginecologo dovrebbe evitare anche sotto tortura (attenuante, ma solo minuscola: il sornione e panciuto Jeff Bridges gli aveva appena scippato la statuetta come migliore protagonista maschile).
Qualcuna aveva cominciato a menar fendenti giorni prima, per esempio Marta P. Nochimson: Kathryn Bigelow non sarebbe "the Queen of directors", come la onorò una volta Tarantino, ma "the Transvestite of directors" (se avesse detto Drag Queen la battuta riusciva meglio).
Avatar di James Cameron
Allora però esisteva la remota possibilità (molto remota: in questi casi bisogna chiedere ai bookmaker, non ai critici, e i bookmaker quest'anno le hanno azzeccate tutte, perfino il trionfo di Sandra Bullock sulla veterana Meryl Streep e la new entry Gabourey Sidibe) che la regista perdesse la sfida. Quindi bisognava lasciare aperto uno spiraglio per poter condannare, in caso di sconfitta, il bieco maschilismo dei membri dell'Academy.
JEFF BRIDGES
Trattasi di tirata lagnosa e sfinente già in repertorio, che come tutti i discorsi inutili procura cenni di assenso e applausi calorosi. La non-lagna in repertorio non esiste. Quanto a improvvisarla - per festeggiare una brava regista che lavora da trent'anni tra alti e bassi, e dopo l'insuccesso di "The Widowmaker" ha dovuto prodursi il film con le sue sole forze - bè, ci sarà tempo.
Le donne mica sono precipitose: riflettono, ragionano, si confrontano, valutano i pro e i contro, evitano ogni avventurismo. Al massimo ammirano il vestito grigio con corpetto ricamato e le braccia toniche (utili: gli Oscar pesano quattro chili, uno per la regia nella mano destra e uno per il miglior film nella mano sinistra sono un bell'esercizio).
Il Grande Lebowski - Jeff_Bridges
Sospendono il giudizio sull'intelligenza, la maestria, il senso dell'inquadratura, la direzione degli attori, la capacità di creare suspence con i rumori e il montaggio sonoro. La solfa non sarebbe nuova, anche se ormai ricorre con tanta frequenza da richiedere un corollario all'aforisma di Flaiano, convinto che gli italiani fossero sempre pronti a correre in soccorso del vincitore.
Le donne invece sono sempre pronte a mazzuolare la vincitrice, e se è il caso anche la seconda classificata, essendo il femminismo senza pecche una condizione irraggiungibile, forse neppure di questo mondo terreno. Nei giornali italiani il girotondo è perfino più divertente.
bullock Sul film si sorvola - i più lo avevano definito criptofascista, fascista senza il cripto, sprovvisto di senso morale, film di genere inadatto a figurare nel nobile consesso della mostra di Venezia e non hanno cambiato idea. Siamo puntualmente informati però sui venti anni di differenza con Mark Boal, giornalista embedded in Iraq, attuale fidanzato di Kathryn Bigelow e vincitore in proprio di un Oscar per la sceneggiatura di "The Hurt Locker". (Dopo che Antonella Clerici traballante sulle platform fu proposta come esempio di donna capace e vincente, che incontra il futuro marito animatore in un villaggio turistico e subito lo promuove a autore televisivo, discorsi così dovrebbero essere vietati per legge, altro che quote).
Meryl Streep e Sandra Bullock ai Golden Globe
Mark Boal peraltro scrisse anche l'articolo che ispirò a Paul Haggis il molto retorico e molto lodato film "La valle di Elah", quindi non è esattamente l'ultimo arrivato. Se il suo film non pecca di retorica, vuol dire che pur essendo nuovo del mestiere non ha i difetti dello sceneggiatore di "Crash", premiato come miglior film ai tempi in cui dell'Oscar si poteva solo dir male. E quando "I segreti di Brokeback Mountain" prima vinceva al Festival di Venezia, e soltanto dopo acchiappava tre Oscar a Los Angeles.
Durante lo show per i premi della critica cinematografica americana, le attrici Meryl Streep e Sandra Bullock hanno messo in scena un siparietto comico culminato in un bacio appassionato. Le due star Kathryn Bigelow sconta la colpa di essersi scritta l'agenda da sola, e grazie a qualche fortunata coincidenza, oltre che a qualche sfortunato ritardo, i tempi sono risultati perfettissimi. Mai gli Oscar sono stati assegnati il sette marzo (causa Olimpiadi invernali di Vancouver, solitamente cadono a febbraio), in contemporanea perdipiù con le elezioni irachene. Sconta la colpa di aver girato un film di guerra dove le donne non compaiono o quasi: solo una Penelope che aspetta a casa il marito artificiere. Non importa se l'ha girato bene, se l'ha girato male, se l'ha girato così così.
Meryl Streep trascurata
Anzi, averlo girato benissimo funziona da aggravante. Siccome i processi sono retrospettivi, si vanno a contare i personaggi femminili nei film precedenti, portando a casa uno scarsissimo bottino. Si vanno a sommare anche le scene d'azione dirette in trent'anni di lavoro, troppe per una fanciulla che cominciò con tele e pennelli. Si certifica che ha fatto un film sui vampiri venti anni prima di "Twilight", con un non vampiro innamorato di una succhiasangue, e questo un minimo di speranza per l'operoso ravvedimento la potrebbe dare.
MARK BOAL Poi però arriva "Blue Steel", dove le pistole sono così falliche da far rivoltare nella tomba Sigmund Freud. Neanche la triste vicenda di Giovanna d'Arco - stava preparando un film insieme a Luc Besson, lui voleva imporle come attrice Milla Jovovich, lei disse "no", lui per ripicca si portò via gli scatoloni con il lavoro comune - serve per guadagnarle qualche simpatia. Guai a chi fa da sola, non si lagna, sta ferma sei anni finché non trova un copione all'altezza, si arrabatta per cercare finanziamenti. il modello delle fatiche femminili è Meryl Streep, nel film "E' complicato" di Nancy Meyers.
Per sedurre Steve Martin non si limita a mettere nel microonde due croissant surgelati. Impasta la sfoglia da zero, aggiunge i pezzi di cioccolato, inforna e sforna. I due film sono imparagonabili. Ma Mrs Nancy Meyers e Mrs Nora Ephron sono le uniche due registe citate come modello dalle femministe contro Kathryn Bigelow.
Nancy Brilli e Paul Haggis - Copyright Pizzi
Per dire: nessuna ha fatto il nome di Catherine Hardwicke, che ha diretto il primo "Twilight" e ha in comune con la regista di "The Hurt Locker" una passione per le sottoculture sportive: skateboard in un caso, surf nell'altro. L'unica che reagisce sensatamente, con un articolo che non faccia avvampare di vergogna per la quantità di luoghi comuni sfoderati è Mary Elizabeth Williams su Salon. Nessuno parlò di travestimento, sostiene, quando l'Oscar lo vinsero John Madden con "Shakespeare in Love" o Anthony Minghella con "Il paziente inglese".
Brokeback Mountain
Questi sì che erano lacrimevoli film da femmine, pure bruttarelli, ma il fatto che fossero girati da registi maschi non turbò né stupì nessuno. Come nessuno si è mai sognato di prendere in giro James Cameron per il matriarcato - mirato alla sopravvivenza e alla salvezza dell'umanità - che domina la maggior parte dei suoi film, da "Alien" a "Titanic". Le registe piacciono se sono almeno un po' perseguitate. Infatti sono scattati gli elogi a Shirin Neshat, artista visiva iraniana passata alla regia con "Donne senza uomini" (in sala da ieri).
jovovich milla 057Film di pace e non di guerra, quasi solo donne in scena (gli uomini tramano nell'ombra con l'unico scopo di rovinar loro la vita e immancabilmente ci riescono), una fotografia tanto leziosa da chiedersi se non sarebbe meglio proteggere il cinema da simili artistiche contaminazioni, una trama sconnessa, un giardino di orchidee, neanche un briciolo di passione da trasmettere allo spettatore. In sintesi (e la cattiveria non è nostra, la prendiamo di peso dagli articoli letti finora): sguardo femminile.
jovovich milla 064
Però la regista ha vinto un premio l'anno scorso a Venezia, mentre due anni fa Kathryn Bigelow e il suo sceneggiatore se ne ritornarono a mani vuote, pare per colpa di Silvio Orlando che doveva essere premiato per forza. Così ha dichiarato al Corriere della Sera Sandro Parenzo, distributore del film che dopo un passaggio su Sky uscirà di nuovo questa settimana in qualche sala (gli altri spettatori interessati possono procurarsi il Dvd allegato a Ciak e Panorama).
Oscar2003 Steve MartinPeccato che la frase di lancio - "Maledetto il paese che ha bisogno di eroi" - va esattamente nella direzione opposta alle dichiarazioni della regista che dedica il suo film agli "eroi dimenticati". Su "The Hurt Locker" si abbatte anche qualche maldicenza non femminista. "Per una volta che gli Oscar premiano un film indipendente, scelgono quello sbagliato nell'anno sbagliato", sostiene Erik Nelson, produttore del film di Werner Herzog "Incontri alla fine del mondo". La sua versione dei fatti merita l'Oscar per l'interpretazione delirante.
SILVIO ORLANDO GIOVANNI VERONESI - copyright PizziDa una parte ci sarebbe un film che ridefinisce la relazione degli spettatori con il cinema, che riporta le folle nelle sale, che fa avanzare la tecnica come mai era accaduto dai tempi di David W. Griffith, frutto di un furore creativo con cui il regista piega ai suoi voleri i dirigenti degli studios. Questo sarebbe "Avatar", visto con gli occhi del suo più cieco paladino. Dall'altra parte troviamo un film quasi immorale, che trasforma la tragedia della guerra in un videogioco, con scene da manuale "devo tagliare il filo giallo o quello rosso per restare vivo?".
SANDRO PARENZO
Questo sarebbe "The Hurt Locker". Se gli Oscar contassero qualcosa, conclude Nelson, la scelta del 2010 - il primo dell'era Obama, con il carcere di Guantanamo non ancora chiuso e le truppe dall'Iraq non ancora ritirate - sarebbe una tragedia. Sintonia quasi perfetta con Robert Scheer, che su The Huffington Post scrive: "Il film di Kathryn Bigelow è una vergogna. Descrive il mondo come un palcoscenico a disposizione degli americani per fare il comodo loro. Arroganza imperialista spacciata per arte".







