Editoriale di Bruno Manfellotto, direttore de L'Espresso
Bruno Manfellotto
Ci sono occasioni in cui è doveroso parlare, e altre in cui è meglio tacere. Specie se aprendo bocca si rischia di non dire tutto quello che si dovrebbe dire. Gianfranco Fini deve essersi posto il problema più di una volta, a mano a mano che la campagna del "Giornale" sulla casetta piccolina a Monacò montava e montava fino a diventare un caso politico delicatissimo che ora condiziona maggioranza e governo ("Appesi a un Fini", titolava "L'espresso" della settimana scorsa).
All'inizio il presidente della Camera aveva scelto il silenzio andando in vacanza con moglie e figlie - senza cognato... - per abbronzarsi e immergersi nel mare di Ansedonia. Poi, sottoposto al trattamento Boffo a firma Feltri, si è deciso a dire la sua. Ma, ahimé, l'ha fatto debolmente, senza riuscire ad andare - per così dire - oltre il cognato, senza chiudere la vicenda e ottenendo invece l'effetto di ufficializzarla e di amplificare le polemiche.
FELTRI
Verrebbe da dire "peggio il tacòn del buso", peggio la toppa del buco, perché sulle domande di fondo una risposta definitiva ancora non c'è: perché Fini s'è interessato a quella casa che apparteneva al patrimonio di An? Perché è stata venduta a un prezzo stracciato? Chi si nasconde dietro la società estera che l'ha acquistata? Il cognato, o questi si è limitato a fare da tramite? Perché poi l'appartamento è stato affittato proprio a lui? E che necessità aveva Tulliani di una residenza a Monaco?
Giornale nuovo Testimone - Nonleggerlo
Data la violenza della campagna contro Fini e famiglia - da che pulpito! - la chiarezza è d'obbligo. Visto anche il senso tutto politico che la vicenda ha acquisito. Se non altro sarebbe un elemento di limpidezza in una fase buia della storia d'Italia. Del resto, quando si vive in un Paese in cui sulla scena sembra agitarsi un unico "dominus", fino a che non è chiaro cosa questi intenda fare, è difficile fotografare il presente e immaginare scenari.
Rischiando la semplificazione, potremmo dire che le cose stanno più o meno così. Silvio Berlusconi vuole a tutti i costi andare a votare, e il più presto possibile. L'idea di vivacchiare ispirandosi ad Andreotti ("Meglio tirare a campare che tirare le cuoia") o scimmiottando l'ultimo Prodi, proprio non gli va.
Del resto il suo governo è andato sotto alla Camera una cinquantina di volte pur potendo contare su un centinaio di deputati in più dell'opposizione, figuriamoci ora che è tenuto in piedi da una maggioranza delle astensioni e gli uomini di Fini già annunciano battaglia su testamento biologico, giustizia, immigrazione e via distinguendosi.
Banner Nonleggerlo Fini Berlusconi
Il Cavaliere sa che il tempo non solo lo logora, ma lo avvicina indebolito alle scadenze più temute, quelle giudiziarie: qualora nei prossimi mesi - si parla di dicembre - la Consulta dovesse bocciare come incostituzionale il provvedimento sul legittimo impedimento, nessuno lo salverebbe più dall'obbligo di farsi interrogare alla ripresa del processo Mills.
Certo, anche per lui le elezioni potrebbero essere un rischio, perché grazie alla defezione di Fini & C. e ai meccanismi del Porcellum, la Lega di Bossi potrebbe portare a casa molti più parlamentari e condizionare il governo ancor più di oggi. Ma Berlusconi, si sa, ama l'azzardo e anche stavolta sembra deciso a scommettere.
CASA TULLIANI A MONTECARLO
L'opposizione invece le elezioni non le vuole proprio, e ovviamente per ragioni opposte: pensa di affaticare Berlusconi e, con un po' di ottimistico velleitarismo, punta su un governo ponte che, oltre a sbalzare di sella il Cavaliere, riesca a cambiare la legge elettorale che non avvantaggia il Pd e rende pressoché impossibile la nascita di quel terzo polo al quale guarda un variopinto ventaglio di personaggi: Casini, Rutelli, Tabacci, lo stesso Fini che di questa opposizione di centro potrebbe diventare il motore.
Già, Fini, il cognato, quella casa... Storia paradossale. Non sono emersi finora comportamenti penalmente rilevanti e a gridare allo scandalo sono gli stessi che sorvolano su cricche e mafie, favori e mazzette, escort e appalti. Ma proprio perché viaggia su rotte politiche, la crociata anti Fini è assai insidiosa visto che mira a far dubitare dell'affidabilità dell'uomo.
E intanto ottiene lo scopo di mettere in ombra i dissensi interni al Pdl, e di far dimenticare l'inefficienza del governo e le promesse non mantenute (basta leggere Tito Boeri a pag. 28) proprio alla vigilia della "mobilitazione contro i disfattisti" (oddio, che parole sinistramente evocative...) annunciata dal Cavaliere per l'autunno.
GIANCARLO TULLIANI
C'è ancora bisogno di spiegare perché è necessario che Fini chiarisca tutto e subito? Per dissipare ombre e non lasciare che Berlusconi e i suoi cari gli rinfaccino la più molesta delle accuse, quella di predicare bene (su legalità, giustizia e dintorni) e di razzolare male.