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UN PADRINO PER VERDONE – COPPOLA ARRIVA AL TORINO FILM FESTIVAL E LANCIA UN’IDEA MERAVIGLIOSA: “ALBERTO SORDI MI PARLÒ DI UN COLLEGA MOLTO BRAVO: CARLO VERDONE. SE AVESSE UNA BELLA SCENEGGIATURA, SAREBBE BELLO FARE UN FILM INSIEME” – “OGGI SONO RICCO GRAZIE AL VINO. FACCIO CINEMA PERCHÉ LO DESIDERO, NON PERCHÉ NE HO BISOGNO”…

Federico Pontiggia per "Il Fatto Quotidiano"

CARLO VERDONE - Copyright PizziCARLO VERDONE - Copyright Pizzi

Niente è successo realmente, ma è tutto vero, tremendamente vero". E, soprattutto, "Tetro", il nuovo film formato famiglia di Francis Ford Coppola, che dalla Quinzaine di Cannes arriva in anteprima italiana al 27° Festival di Torino (13-21 novembre) nell'omaggio alla sua casa di produzione American Zoetrope.

Sotto la Mole, Coppola ed Emir Kusturica, che porterà una versione di quasi 7 ore del suo capolavoro "Underground", riceveranno il Gran Premio Torino, da quest'anno assegnato - dice il neodirettore Gianni Amelio - "a quei registi che hanno lasciato una traccia indelebile nell'arricchimento del linguaggio cinematografico: non un riconoscimento alla carriera, ma un attestato d'eccellenza".

francis ford coppolafrancis ford coppola

Dal 20 novembre in sala con Bim (che a Torino porterà in concorso anche l'atteso documentario di Pietro Marcello, "La bocca del lupo"), "Segreti di famiglia", questo il titolo italiano, è ideato, scritto e diretto da Coppola e girato in un superbo bianco e nero: il colore compare solo per i flashback, la fotografia di Mihai Malaimare Jr. è da Oscar. Nella cornice della Boca di Buenos Aires, il melodramma scava nei conflittuali rapporti familiari del protagonista Teatro (Vincent Gallo, bravo), ossessionato dall'idea di "uccidere il padre", celebre quanto egocentrico direttore d'orchestra (Klaus Maria Brandauer, mefistofelico), che non esita a rubargli la fidanzata e a stroncare le sue potenzialità letterarie perché, dice, "non può esserci più di un genio in famiglia".

Il cinema per lei rimane una grande famiglia: "Tetro" è l'ennesimo figlio.

La famiglia è il nucleo più importante. Se amo questo lavoro, è perché posso parlarne con mia figlia Sofia. E lavorare con mio figlio Roman, guardare i documentari che mia moglie fa sui miei set. In famiglia succede tutto: lì trovi quasi tutte le domande, e molte delle risposte.

Marlon Brando - Il PadrinoMarlon Brando - Il Padrino

Un film molto personale?

Non solo per i molti riferimenti alla mia storia familiare - ne avete notati ancor più rispetto a quelli che ho voluto inserire -, ma perché, assegnando da sempre la paternità del film a chi aveva scritto la storia, rimanevo in attesa di poter scrivere, un giorno, il mio: "A Coppola's film". Il lavoro più difficile, ma anche quello più essenziale, è la sceneggiatura. Ammiro chi come Woody Allen ogni anno firma un nuovo script originale: vorrei esserne capace anch'io.

Scrivere rende liberi?

Certo, "Tetro" è un inno alla mia libertà! Dopo il flop di "Un sogno lungo un giorno" che travolse la mia Zoetrope, per un decennio ho fatto quasi un film su commissione all'anno per pagare i miei debiti con le banche. Ovviamente, non avevo più il controllo pressoché totale che avevo ottenuto con "Il Padrino". Solo dopo "Dracula" ho estinto i debiti, e sono finiti questi problemi. Oggi posso infischiarmene del movie-business.

Il PadrinoIl Padrino

Che decisamente non le piace.

No, non mi piace il cinema che si vive tra le mura degli uffici marketing, pensa alla televisione e pretende grandi incassi a scapito della qualità e della gioia di creare. Sono stufo di budget direttamente proporzionali alla stupidità dell'opera. Sono sorpreso: quando pensi ai film contemporanei, ogni cosa deve essere semplice e sottodimensionata. Se cerchi di fare qualcosa di poco più ambizioso, sei immediatamente bollato pretenzioso o preso a schiaffi in faccia. Amo la grandezza, letteralmente, e sono triste di sapere che negli States i nostri film ormai raggiungono solo 4mila schermi. Anche per questo, me ne sono andato in America Latina.

Ma?

Steven SoderberghSteven Soderbergh

Ma sono un uomo fortunato, molto fortunato: ho vinto tutti i premi che un uomo di cinema possa desiderare, dalla Palma d'Oro agli Oscar. E se sono un uomo ricco, oggi lo devo al mio vino (appassionato produttore vinicolo, dice di "aver avuto vino alla mia tavola per tutta la vita. Anche i bambini potevano berlo, mischiato con ginger ale o lemonsoda"): il cinema lo faccio perché lo desidero, non perché ne ho bisogno.

Come vede i colleghi più giovani rispetto alla vostra generazione d'oro?

Alberto SordiAlberto Sordi

Il rimpianto del passato è uno stereotipo: bisogna guardare al presente con obiettività, e ottimismo. Vedo tanti bravi registi: da Spike Jonze ad Alexander Payne, passando per Catherine Hardwicke, Tamara Jenkins, Gus Van Sant, Steven Soderbergh.

Certo, non è il mainstream il loro terreno privilegiato, ma l'arte indipendente: sono tanti e straordinari, forse è il mondo a non meritarli, e non il contrario. E le stesse valutazioni dovremmo farle in tutti i campi, quando giudichiamo le giovani generazioni.

Le sue origini sono italiane, e il suo presente?

Torno appena posso, per me l'Italia significa molto, anche se spesso, devo ammettere, mi preoccupate! Del vostro cinema, mi sono rimaste nel cuore le commedie feroci di Germi, De Sica, Monicelli e Rosi. E quello straordinario attore di Alberto Sordi, che ebbi la fortuna di conoscere. Fu lui a parlarmi di un collega molto bravo: Carlo Verdone. Chissà, se avesse una bella sceneggiatura, sarebbe bello fare un film insieme.

 

 
[05-11-2009]