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VIDEOCRACY, RAI GAFFE E LA CENSURA COME MARKETING – “IL FOGLIO” SI CHIEDE: “MA C’è UN GHEDINI A VIALE MAZZINI? - se uno vede una scosciata, secondo la Rai inevitabilmente il pensiero gli corre al Cav.” - i due trailer "censurati" Fatti apposta così per ricevere un no…

1 - Un Ghedini a viale Mazzini
Da Il Velino.it

"Il Cav. dovrebbe ricordare, a certi eccessivi sostenitori, il danno dell'eccesso di zelo" Si legge sul Foglio. "In Rai, poi, dovrebbe passare direttamente all'affissione di manifesti murali. Così si sarebbe evitata la figura barbina rimediata da viale Mazzini, che ha deciso di non mandare in onda lo spot del film "Videocracy" sostanzialmente per non spiacere il capo del governo: zelanti e volenterosi, credendo di operare per il meglio hanno procurato il danno.

locandina Videocracylocandina Videocracy

Nella surreale lettera inviata al distributore della pellicola (tratta della nascita e della crescita della televisione commerciale, insomma Mediaset: chiaro che la lingua batte dove duole il dente del Cav.), in una spettacolare arrampicata sugli specchi, a un certo punto si afferma (pur non trattando il film, girato prima, di escort e cose affini) che, siccome si parla dei programmi di certe reti, "caratterizzati da immagini di donne prive di abiti e dal contenuto latamente voyeuristico delle medesime si determina un inequivocabile richiamo alle problematiche attualmente all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali dello stesso e al suo rapporto con il sesso femminile...".

Contorto ma chiaro: se uno vede una scosciata in video, secondo la Rai inevitabilmente il pensiero gli corre al Cav. Dopo "l'utilizzatore finale" di ghediniana memoria, un'altra bella considerazione. Smistati cardinali e libici vari, il Cav. dovrebbe andarsene una sera al cinema, sottobraccio a Gianni Letta, a vedersi "Videocracy". E dare così una bella lezione ai parrucconi di viale Mazzini".

2 - come si crea un caso in vista di Venezia? i due trailer "censurati" Fatti apposta così per ricevere un no. - La censura come marketing.
michele anselmi per Il Riformista

scene tratte dal film Videocracyscene tratte dal film Videocracy

E fortuna che non era un documentario "contro Berlusconi". Piuttosto, leggiamo dalle note fornite alla stampa dalla Settimana della critica, che a Venezia curerà "l'evento speciale" insieme alle Giornate degli autori, "un film sull'Italia berlusconiana di lunga durata: fisiologicamente, sociologicamente e forse persino antropologicamente berlusconiana". Cioè "un'Italia trentennale, ossessionata dall'esibizionismo sessuale e dalla totale assenza di freni morali" (sempre dal press-book).

Diciamo la verità, solo un ingenuo poteva pensare che "Videocracy", sottotitolo "Basta apparire", il reportage battente bandiera svedese diretto dall'italianissimo Erik Gandini, non sarebbe diventato un appetitoso caso da prima pagina a una settimana dal calcio d'inizio della 66esima Mostra di Venezia.

Gli ingredienti c'erano tutti, appunto le tv di Berlusconi viste come specchio fedele della periclitante democrazia italiana: e quindi gli spogliarelli di casalinghe degli esordi, il kitsch diffuso e oltraggioso, Lele Mora con "Faccetta nera" sul telefonino, Fabrizio Corona che si mostra nudo sotto la doccia o nell'atto della vestizione, il Grande Fratello, le veline ignoranti e disinvolte, i paparazzi sfrenati, l'operaio frustrato che si crede Ricky Martin e resta fuori dal giro, eccetera.

Tuttavia serviva la scintilla della censura, di una censura se possibile ridicola e becera, facilmente sputtanabile sul piano delle motivazioni, perché la ciambella riuscisse col buco.

La pistola fumante, diciamo, l'ha offerta la Rai, rifiutandosi di mandare in onda i due trailer di 30 secondi abilmente preparati dalla Fandango di Domenico Procacci, che distribuisce nelle sale dal 4 settembre. L'esclusiva fornita alla "Repubblica", il quotidiano che sponsorizza "Videocracy" al grido: "Spiega agli stranieri che ridono di noi che non c'è niente da ridere", chiude il cerchio.

Scommettiamo? Al Lido si parlerà più del documentario di Gandini su Berlusconi, rifiutato dal direttore Marco Müller "perché poco convincente" e recuperato dalle due sezioni autonome con sprezzo del pericolo, che di "Capitalism: a Love Story" di Michael Moore, piazzato in concorso. Del resto, esiste un illustre precedente: nel 2005 "Viva Zapatero" di Sabina Guzzanti, complice il passaggio al Lido, incassò 1 milione e 800 mila euro, superando le attese più rosee dell'autrice.

scene tratte dal film Videocracyscene tratte dal film Videocracy

Poi certo, uno legge l'intorcinato comunicato spedito a Procacci dalla Rai (Mediaset avrebbe detto no a voce) e si fa due risate. Ecco le accuse a carico. 1) "Viene prospettata la possibilità che attraverso la televisione il governo sarebbe in grado di orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini, influenzandone a proprio favore le scelte e assicurandosene il consenso".

2) "Visto il contenuto soltanto di alcuni programmi di queste emittenti (Mediaset, ndr), caratterizzati da immagini di donne prive di abiti e dal contenuto latamente (?) voyeuristico delle medesime, si determina un inequivocabile richiamo alle problematiche attualmente all'ordine del giorno riguardo alle attitudini morali del presidente del Consiglio e al suo rapporto con il sesso femminile, formulando illazioni sul fatto che tali caratteristiche personali sarebbero emerse già in passato nel corso dell'attività di imprenditore televisivo". Roba, ammetterete, da "bestiario televisivo" più che da Minculpop.

E però, preso dalla foga contro il regime liberticida, Procacci spiega a Maria Pia Fusco di "Repubblica": "Mi pare chiaro che in Rai ‘Videocracy' è visto come un attacco a Berlusconi". Gli pare chiaro. In realtà sarebbe "il racconto di come il nostro Paese è cambiato in questi trent'anni". E giù citazione da Nanni Moretti sul Cav "creatore di un sistema di disvalori".

Nel dubbio, vediamo i due trailer della discordia. Non prima di aver letto quanto dice Gandini a proposito del film: "In una videocrazia la chiave del potere è l'immagine. In Italia soltanto un uomo ha dominato le immagini per più di tre decenni. Prima magnate della tv, poi presidente del Consiglio, Berlusconi ha plasmato il Paese a sua immagine e somiglianza".

Se non è un attacco, chiaro ed esplicito, cos'è? Infatti i due spot, perfetti per farsi rifiutare, ne rispecchiano il senso alla lettera. Nel primo c'è una sequenza di tette, culi, belle fanciulle spogliate, sotto la scritta "30 anni in Italia: un piccolo esperimento televisivo avvia una rivoluzione culturale"; segue Berlusconi alla sfilata del 2 giugno con passaggio di Frecce tricolori.

Nel secondo, mentre Berlusconi incede virilmente in mezzo alla folla festante, una scritta tra le altre ci ricorda che "l'80 per cento degli italiani utilizza la tv come principale fonte di informazione".

Berlusconi, solo Berlusconi, null'altro che Berlusconi: anche sul manifesto del film, non fosse chiaro il concetto. Un'ossessione. Eppure "Videocracy" non doveva essere qualcosa di più sottile, magari diverso, meno prevedibile, del solito frullato pseudo-antropologico sull'Italia sfregiata, devastata, offesa, scegliete voi, dalle tv del Cavaliere?

In compenso alle Giornate degli autori si vedrà un documentario di Valerio Jalongo sulle sorti del cinema italiano, intitolato un po' cripticamente "Di me cosa ne sai", dove l'inizio della fine è fatta risalire al 28 luglio 1976. Ovvero al giorno in cui una sentenza della Corte costituzionale aprì la via dell'etere alle tv private, quindi "al modello berlusconiano". E ti pareva.

 

 
[28-08-2009]