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ODO GELLI FAR FESTA/4 – 1944, IL RAPPORTO COI PARTIGIANI, LA RESA SULLA LINEA GOTICA – LE NOZZE CON WANDA – IL CONFINO ALLA MADDALENA (“VENDEVO ROCCHETTI PER CUCIRE”) – ‘L’INCONTRO CON TOGLIATTI E L’ACCUSA DI FARE IL DOPPIOGIOCO COI ROSSI…

Tratto da "Licio Gelli - Parola di Venerabile", di Sandro Neri, Aliberti Editore


Una figura particolare dei suoi anni a Pistoia è Silvano Fedi. Libertario e anarchico, comandava una formazione partigiana. Insieme, il 26 giugno del '44, liberaste dal carcere pistoiese di Villa Sbertoli 50 prigionieri politici. Può raccontarmi quell'azione?
Fedi mi chiese aiuto: gli serviva qualcuno che l'aiutasse a entrare nel carcere. Sapevo che in cella erano finite molte brave persone. Anche l'avvocato Piero Paganelli, che pure era stato gerarca fascista. Poi contadini, un orefice, Mazzino Panconesi, gente che conoscevo e che forse era stata anche ingiustamente accusata. Erano stati arrestati perché finiti nel mirino degli squadristi per i motivi più vari. Ma certo al momento rischiavano la deportazione "al Nord". Allora si diceva così, sapendo però che i convogli finivano in Austria o in Germania. Che tutti quei poveretti facessero quella fine non mi sembrava giusto. Sarebbero partiti, forse, con l'ultimo treno che i tedeschi sarebbero riusciti a organizzare da Pistoia. Gli ufficiali del Comando avevano già provveduto, nei giorni immediatamente precedenti, a spedire a Modena le casse con le carte e tutto il resto: gli Alleati erano alle porte, il clima era di smobilitazione.

Bisognava fare qualcosa. Pensammo a un piano. Proposi a Fedi di simulare l'arresto di un gruppo di partigiani che io stesso avrei accompagnato, in manette, alla porta del carcere. Posi però una condizione: che io solo fossi armato. Gli altri avrebbero potuto portare con sé pistole scariche, da utilizzare solo per minacciare le guardie. Non volevo spargimenti di sangue. Arrivammo in auto. Con me, oltre a Fedi, c'erano altri due partigiani. Dissi loro: «Una volta dentro, pensate subito a tagliare i fili del telefono». Quindi mi presentai all'ufficiale di guardia, fingendo di dovergli consegnare i prigionieri. Al mio segnale i tre si liberarono delle manette e misero mano alle pistole. Fui ancora io a parlare: «Siamo qui per liberare i prigionieri che sono nelle celle. Tutti. Non vogliamo farvi del male, ma consegnateci le armi. Gli americani sono a tre giorni di marcia da qui, i tedeschi già in partenza. È inutile opporre resistenza». Chiudemmo le guardie nelle celle, per coprirci la fuga. Tre giorni dopo, Pistoia veniva liberata.

Lei invece deve scappare e darsi alla macchia. Braccato dai fascisti e forse anche da qualche partigiano. Dove andò a nascondersi?
In montagna. Precisamente ad Arcigliano, all'estremo confine della provincia di Pistoia, ospite di amici sinceri. C'erano anche i miei familiari.

Ai suoi contatti con Fedi sono legati anche episodi misteriosi e molti sospetti. Per esempio il ferimento di Quintilio Sibaldi, autista del federale di Pistoia, nella primavera del '44 e l'agguato in cui, il 29 luglio successivo, perderà la vita lo stesso Fedi. Sembra che Sibaldi avesse assistito a uno dei suoi incontri segreti col capo partigiano e che per questo lei gli avesse sparato. Un colpo d'avvertimento, perché non parlasse.
Il ferimento di Sibaldi fu un incidente, avvenuto in un contesto tutt'altro che teso. Quel giorno eravamo nel piazzale della Federazione fascista e giocavamo ai pistoleri. Dalla mia pistola partì accidentalmente un colpo, che ferì Sibaldi al polpaccio. Fortunatamente, senza gravi conseguenze. Quanto al mio precedente incontro con Silvano Fedi, c'era stato perché eravamo amici. Da prima della guerra. Certi rapporti, nonostante tutto, restavano. Le faccio l'esempio di mio cognato, Gino Fedi, che era comunista. Ascoltava Radio Londra, sintonizzandosi ogni sera, a mezzanotte. Mi guardava imbarazzato. Io gli dicevo: «Senti, io vado a letto; tu ascolta pure quello che vuoi ma tieni basso: fa in modo che nessuno senta, cerca di non cacciarti nei guai». Questo per spiegare che tipo di rapporti c'erano tra persone che, nonostante le differenti ideologie, continuavano a convivere. Giuseppe Corsini, più tardi sindaco e senatore comunista, passava spesso in via Gora, a casa dei miei genitori. Lavorava come capomastro e viveva a San Giorgio: la nostra casa era a metà strada tra Pistoia e il suo paese. Rincasando, la sera, si fermava per il gusto di fare due chiacchiere e bere un bicchiere di vino.

Fedi però viene ucciso insieme ad altri suoi compagni in circostanze misteriose. Qualcuno punta il dito contro di lei, accusandola di aver avvicinato il capo partigiano per conquistare la sua fiducia e riuscire così a farlo eliminare.
Senta, io ho visto Silvano Fedi l'ultima volta in viale Arcadia, a Pistoia. Camminava lungo la strada, io stavo passando in macchina, con la 1.100 mimetica da ufficiale di collegamento. Dissi immediatamente all'autista di accostare, scesi e mi fermai a parlare con lui. Fedi, e lo penso sinceramente, provava una certa simpatia per me. E dopo quanto avevamo fatto insieme, poteva anche fidarsi. Che interesse potevo avere io a farlo uccidere? Che senso aveva se appena prima mi ero prestato per l'azione alle Ville Sbertoli e se in quel momento era così fondamentale farsi vedere amici dei partigiani per non finire fucilati? Mi scusi: secondo lei io che avrei dovuto preoccuparmi di salvarmi la pelle mi mettevo a eliminare il capo della Resistenza pistoiese? Quel giorno gli consigliai di usare maggiore prudenza: era andata bene che ci fossi io su quell'auto, ma se fosse passata una pattuglia?

La Commissione parlamentare sulla P2 rispolvererà anche un altro omicidio di quella difficile estate. Vittima è il vicequestore di Pistoia, Giuseppe Scripelliti, che cade sotto una raffica di mitra vicino a Pieve a Celle mentre, in bici, sta andando a incontrarsi col capo partigiano Silvestro Dolfi. Per consegnargli, pare, i nomi di fascisti e collaborazionisti. Proprio Dolfi, nel 1947, l'aveva accusata di essere il sicario.
Ecco, di quest'episodio so poco o nulla. Di certo non ho ucciso io Scripelliti e infatti ufficialmente nessuno mi ha contestato alcuna responsabilità nel delitto. Neppure durante il processo di Firenze in cui ero imputato per collaborazionismo. Dolfi aveva fatto il mio nome, se ben ricordo, sulla base del racconto di un altro partigiano, Michele Simoni, che aveva poi ritrattato tutto, indicandomi anzi come estraneo ai fatti.

Il 18 settembre del 1944 gli alleati entrano a Pistoia. Lei viene riconosciuto da un gruppo di partigiani che minacciano di fucilarla.
Mi portarono alla Gioventù italiana del Littorio, la cui sede era stata requisita dal Comitato di Liberazione, dove mi trattennero per qualche ora. Senza neppure disarmarmi: io avevo la pistola in tasca. Quelli che mi avevano bloccato erano di Pistoia; li conoscevo tutti. Infatti mi hanno lasciato andare.

Poco dopo, però, rischia di nuovo. Alcuni partigiani della Fantacci vogliono farle pagare la sua appartenenza alla Rsi. La salva Cesare Andreini, detto "Cassetta". Come andarono le cose?
Mi salvai perché ero sotto la protezione della Militar Police. Nel frattempo, infatti, mi ero consegnato. La V Armata avanzava, sapevamo che non avrebbe tardato molto ad arrivare a Pistoia. Se ne parlava molto al Comando tedesco. Ricordo la preoccupazione di Albert Jagher, colonnello del Platzkommandantur. Si fidava ciecamente di me e si confidava: «Chissà che cosa ci riserveranno una volta che saranno qui...» Io avevo saputo della sorte di alcuni collaborazionisti. Ormai era chiaro che la guerra era perduta e che avremmo dovuto arrenderci agli Alleati.

Cosa che infatti fece subito dopo.
Io mi sono consegnato sulla linea gotica, insieme al mio gruppo, ai neozelandesi. Ricordo che feci una gaffe: li salutai romanamente quasi fossero fascisti. Obiettivamente, eravamo tutti un po' confusi. I neozelandesi, però, non se ne preoccuparono molto. Fui preso in consegna e interrogato dagli inglesi. Ero recluso nella villa dell'ingegner Venturi, in via Policarpo Petrocchi 26. Rimasi lì due notti intere, durante le quali mi fu consegnata una risma di fogli di carta con l'ordine di riassumere, per iscritto, i miei trascorsi di militare. Una sorta di rapporto piuttosto dettagliato, cui dedicai molto tempo.

Gli alleati, nonostante il suo ruolo di ufficiale di collegamento con i tedeschi, la trattarono immediatamente con grande riguardo. Volevano arruolarla come agente infiltrato nelle file repubblichine?
L'ufficiale che m'interrogò, dopo aver letto la mia relazione, disse che una volta libero avrei incontrato grandi difficoltà a reinserirmi nella mia città, che avrei avuto una vita molto dura, rischiando anche per la mia incolumità personale. Quindi volle darmi un consiglio, una specie di possibilità di riscatto. Mi propose cioè di lasciarmi paracadutare al Nord, dietro la linea del fronte, per raggiungere gli altri gerarchi fascisti e convincerli alla resa. L'unico modo, secondo gli inglesi, per evitare un inutile bagno di sangue. Naturalmente, rifiutai. Era una proposta inaccettabile. Non sono né un traditore né una spia ed ero vicino ai camerati che ancora combattevano per tenere le posizioni.

E gli inglesi, nonostante questo, la rimettono in libertà.
Stando al mio curriculum, non potevano fare diversamente. La mia coscienza era pulita. Ove c'era da salvare uomini e cose mi ero sempre prodigato. Dopo che gli Alleati avevano liberato Napoli, avevo cominciato ad andare nelle campagne pistoiesi, parrocchia dopo parrocchia, per parlare con i sacerdoti. Dicevo loro che i partigiani non sparassero ai tedeschi. Due morti in più all'esercito tedesco non sarebbero costati molto, il prezzo di una rappresaglia, in termini di vite umane, sarebbe invece stato altissimo. E i parroci mi chiedevano: «Ma lei da che parte sta?» E io rispondevo: «Dalla parte della coscienza». Un vecchio detto recita: «Al nemico che fugge ponti d'oro». Bisognava evitare che i tedeschi in ritirata si incattivissero, accanendosi su persone e beni. Alcuni parroci scrissero al vescovo di Pistoia. Il professor Remo Amerini me l'ha ricordato di recente.

Il 1944 segna forse il suo momento più difficile. Lei decide di sposarsi, ma è costretto a convolare a nozze sotto scorta armata. Come ricorda quel giorno?
Era il 16 dicembre 1944. Io e Wanda ci siamo sposati la sera alle 19, nella chiesa di San Paolo, a porte chiuse. Con gli uomini della Militar Police a presidiare l'ingresso. Siamo arrivati con la carrozza che era già buio. Eravamo in quattro: gli sposi e due testimoni, cioè mio suocero e un amico. Abbiamo potuto sposarci ricorrendo all'articolo 13 che esenta la coppia dall'obbligo delle pubblicazioni. Avevamo scritto alla curia che la sposa era in stato interessante ma non era vero: avremmo avuto il nostro primo figlio solo due anni più tardi. Comunque bastò a farci avere la dispensa dal vescovo di Pistoia, De Bernardi. Dopo le nozze sono rimasto dieci giorni a casa, scortato da due agenti della Questura. Mi seguivano quando uscivo e controllavano chiunque si presentasse alla mia porta.

Italo Carobbi, responsabile del Cln, dà disposizione di trasferirla a Firenze.
Il Cln mi inviò una lettera, a casa. Io ero tornato a vivere a Pistoia, perché mi sentivo tranquillo e avevo deciso di sposarmi. La lettera era un avviso di convocazione presso la sede del Cln. Ci trovai l'onorevole Palmiro Foresi, il futuro senatore democristiano Braccesi, il presidente Italo Carobbi. Tutte persone perfettamente al corrente delle azioni che avevo svolto a vantaggio della lotta partigiana. Fui sottoposto a quattro ore di interrogatorio. Volevano sapere dove erano fuggiti i repubblichini, se davvero erano scappati. Dissi che sicuramente se ne erano andati; dove, però, non potevo dirlo. Mi ero consegnato ai neozelandesi e non avevo più saputo nulla degli altri.

Non aveva paura che la consegnassero a un plotone d'esecuzione?
Ero giovane. I partigiani davano la caccia ai fascisti della prima ora, ai vecchi squadristi. Certo in quella sede mi fu spiegato che la mia posizione, in quel momento tumultuoso, non era così sicura e che avrei dovuto lasciare Pistoia.

Carobbi le procura un lasciapassare e le credenziali per salvarsi la vita in una stagione contrassegnata da fucilazioni e feroci regolamenti di conti. I suoi rapporti con Carobbi, in realtà, proseguiranno anche dopo la guerra. Lei, fascista e repubblichino; lui, comunista e perseguitato, durante il Ventennio, dai fascisti, fino a essere licenziato e imprigionato. Cosa poteva legare due figure come le vostre?
Semplicemente un rapporto di vecchia conoscenza. Italo Carobbi, classe 1896, era un amico di famiglia. Di mio padre in particolare. Sua moglie, Leontina, passava spessissimo da casa nostra. Avevano due figli, uno dei quali, Arnaldo, di un anno più giovane di me, anche lui mio amico. I Carobbi venivano qualche volta per ascoltare, insieme a mio cognato, i dispacci di Radio Londra. Se mi ha rilasciato il lasciapassare è perché sapeva che non meritavo la morte. Era stato messo a capo del Cln di Pistoia, quello nato dopo gli arresti del dicembre del 1943, forse perché comunista di fama. La sua era una lunga militanza, che gli aveva fatto conoscere il carcere. Sono tornato da lui nel 1947, a chiedergli un attestato sulle mie attività a favore della Resistenza, dopo aver fatto domanda per una licenza commerciale, avendo deciso di aprire la libreria in corso Gramsci. L'ho visto l'ultima volta nel 1976, quando tornai da lui per chiedergli una copia di quell'attestato. Mi serviva per replicare ad alcuni attacchi della stampa.

Nel '44 lei ottiene di farsi mandare alla Maddalena, in Sardegna. Ufficialmente, per raggiungere Mario Canovai, marito di sua sorella Lorenza, che lì si era stabilito. Una vicenda singolare, anche questa. Renato Risaliti, nel suo "A carte scoperte", scrive che Canovai, alla fine dell'ottobre 1944, non si trovava nell'isola ma a Pistoia e che anche la scelta della Maddalena non era casuale perché sede di un'importante base militare.
Canovai, che era un ufficiale di marina, era di stanza alla Maddalena. Io dovevo andare in confino; l'idea di farmi mandare alla Maddalena fu mia ma credo che venne accolta solo perché, essendoci una base militare, sarei stato meglio controllato. D'altro canto Carobbi, che mi conosceva bene, non aveva motivo di punirmi. E sapeva che non ero uno da fucilare: altrimenti non mi avrebbe mai convocato con tanto di lettera inviata a casa.

Quanto tempo restò alla Maddalena?
Otto mesi. Fui imbarcato grazie a un salvacondotto rilasciato dal Cln. Alcuni componenti del Comitato, tra cui Bruno Tesi e due partigiani, mi accompagnarono in auto a Civitavecchia e, da qui, raggiunsi la Sardegna a bordo di una motozattera comandata dal tenente Visconti. Una volta alla Maddalena, a Parco Padule, fui affidato al maresciallo dei Carabinieri, Moggi, che venne informato al momento della mia situazione. Mi fu quindi spiegato che non avrei potuto uscire di casa prima del mattino e che tassativamente avrei dovuto rientrare nella mia abitazione al tramonto del sole. Ero al confino, ma avevo diritto ogni giorno a un chilo di pane e a 10 lire. Allora il pesce costava 3 lire e 50. Dopo poco fui raggiunto dai miei familiari. Vivevamo in una casa di due piani, con otto stanze a disposizione.

Alla Maddalena lei si inventa anche un lavoro: venditore di filo per cucire. Un trucco, secondo lo storico pistoiese Renato Risaliti, per potersi muovere e tenere contatti con altri suoi conterranei, tutti in Sardegna in veste di informatori.
Lavoravo per poter guadagnare. Ormai avevo una moglie. Vendevo rocchetti e spolette perché anche di quello c'era bisogno in Sardegna in quel momento. Potevo farlo grazie a un amico di Pistoia, il tenente Vittorio Panichi, che acquistava il filo per cucire alla manifattura Cantoni di Lucca e lo portava in Sardegna. Qui, io pensavo a distribuirlo, cedendolo in cambio di oro. Con un acido, la famosa pietra nera, valutavo la caratura di ogni pezzo. In genere, guarnizioni d'oro, tipiche della zona. Pur avendo dei limiti orari, per recarmi a vendere, nell'arco di una giornata, potevo spingermi fino a Sassari, a Tempio Pausania, a Olbia. Misuravo il filo dopo averne avvolto 50 metri in una rocchetta a forma di farfalla. Sulla strada principale, via Garibaldi, la sera venivano una ventina di ufficiali dell'Alto comando, e con loro mio cognato, che portavano bottiglie di cognac e si fermavano a parlare. Erano tutti monarchici e fascisti.

Eppure Risaliti, nel suo "A carte scoperte", nota una strana coincidenza nella partenza da Pistoia di comunisti come Gino Fedi e Renato Bianchi e la loro scelta di buttarsi nel commercio. Fedi a Ferrara e Bianchi a Sassari: «Il primo produceva fiori e piante, il secondo le vendeva! Quanti prodotti si saranno inviati negli anni successivi! Forse - cito testualmente - non erano solo fiori ma anche opere di bene se si pensa che vicino a Sassari c'era una base militare importante come la Maddalena», dove operava il capocannoniere Canovai, cioè suo cognato. La tesi di Risaliti è che a Pistoia, già a partire dagli anni Trenta, esistesse una cellula informativa di matrice comunista che sfuggiva al controllo dello stesso Pci e che avrebbe avvicinato anche lei.
Conosco questa storia, ma non è vera. Alcuni hanno pensato, creduto che ci fossero questi misteri, ma si sbagliavano.

C'è di più. Prima di farla imbarcare per la Maddalena, lei viene accompagnato a Roma per incontrare un certo Ercoli, alias Palmiro Togliatti. Il colloquio sarebbe avvenuto presso la direzione del Pci. «Togliatti - scrive Risaliti - parlò con Gelli non tanto del passato, quanto del futuro. Lo stimolò a raffinare la sua enorme capacità di entrare in tutti gli ambienti».
Assolutamente no. La verità è che mi era stato chiesto da Carobbi di incontrare Togliatti perché questi gli aveva espresso il desiderio di conoscermi. Un giorno, andando a Roma, verso sera, gli ho fatto una telefonata e quindi ci siamo incontrati. Un colloquio breve: Togliatti mi aveva chiesto se volevo passare al partito comunista, che sicuramente avrei fatto carriera. Ma io avevo risposto con due parole. Dopo il no, l'avevo liquidato ricordandogli che mio fratello era morto in Spagna per combattere il comunismo e io ero della stessa opinione. Il colloquio sarà durato 15 minuti; io e Togliatti non ci siamo più parlati.

Eppure il sospetto di essere, dietro la facciata, un informatore dell'Est, l'inseguirà per anni come un'ombra. E proprio a partire da questo momento.
Non so che dirle. Io sono sempre stato da una parte sola. Magari avessi avuto tutti quei contatti di cui si parla: sarebbe stata un'esperienza interessante, credo... Alla Maddalena ho conosciuto e frequentato un comunista vero: il sindaco Marchetti. Era anche massone. Facevamo lunghe chiacchierate e fu lui, anzi, a fornirmi i primi rudimenti sulla massoneria. In quel periodo gli americani stavano favorendo la riapertura delle logge in molte città italiane e i massoni che negli anni del fascismo si erano messi "in sonno" stavano tornando allo scoperto. Marchetti accennava a cose come queste ma niente di più.

 

 

 
[27-09-2008]