L' UOMO DALLA TRIPLA FACCIA: “MI SCHERNIVANO, OGGI STO BENE ANCHE SE HO MOMENTI DI GRANDE FATICA” - LA TERZA VITA DI JEROME, AFFETTO FIN DALLA NASCITA DA UNA RARA PATOLOGIA: E' AL TERZO TRAPIANTO DI VOLTO: “SE NON AVESSI ACCETTATO QUESTO NUOVO INTERVENTO, SAREBBE STATO UN DRAMMA. MA MI SONO GUARDATO ALLO SPECCHIO E...”

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JEROME HAMON 5 JEROME HAMON 5

Stefano Montefiori per il Corriere della Sera

 

«Mi sento molto bene. Anche se ho momenti di grande fatica», dice Jérôme Hamon, con la voce che esce a stento dalle labbra. Il recupero è lento e i nuovi tessuti non hanno ancora aderito completamente alla testa. A 43 anni, il signor Hamon è la prima persona al mondo che ha vissuto con tre volti: quello che lo ha accompagnato dalla nascita fino ai 35 anni, il secondo trapiantato nel 2010, e il terzo sostituito nella notte tra il 15 e il 16 gennaio scorso.

 

Jérôme Hamon è affetto dalla malattia di Recklinghausen, la neurofibromatosi nota anche come il morbo di «Elephant Man» dopo il film di David Lynch. A 18 mesi ha perduto un occhio, a 9 anni il volto era già completamente deformato. A 12 anni, la terribile domanda alla madre: «Perché mi hai messo al mondo?». Impossibile incrociarlo senza abbassare lo sguardo, e c' era chi lo prendeva in giro per strada. Nato a Landivisiau, in Bretagna, Jérôme mostrò però subito grande forza d' animo perché ha continuato a studiare, ha passato il Bac (più o meno la Maturità francese) e si è diplomato in una scuola di cinema. Ma intorno ai 30 anni ha cominciato a rivolgersi a uno psichiatra perché sentiva che «il corpo comincia a dire stop».

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La svolta nel 2007. Jérôme Hamon vede alla televisione un servizio sul professore Laurent Lantieri, all' avanguardia nella ricostruzione dei volti. Lo contatta, e tre anni dopo, nel 2010, la prima operazione di trapianto che dura 18 ore. L' intervento riesce, dopo alcuni mesi di convalescenza il signor Hamon lascia l' ospedale e scrive il libro « T' as vu le monsieur? » («Hai visto quell' uomo?»). Racconta di provare, per la prima volta, la gioia dell' anonimato: cioè cammina, o prende un treno, senza essere evitato o notato dagli altri, e nel peggiore dei casi schernito.

 

Il libro comincia con la domanda che il signor Hamon ha posto al professor Lantieri per decidere se tentare o no l' intervento: «Il risultato sarà definitivo?». «Sì, e le spiego perché. L' intervento» Ma il paziente già non ascoltava più: «Una sola cosa contava per me, e cioè che il risultato fosse definitivo. Niente più deformazioni. Ho interrotto il professore e ho sentito la mia voce gridare "lo facciamo!"».

 

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Per qualche anno in effetti le deformazioni si sono arrestate, come il professore aveva promesso, poi il calvario è ricominciato. Colpa della sbadataggine di un medico, che per curare un raffreddore ha prescritto al signor Hamon un antibiotico incompatibile con i potenti farmaci anti-rigetto.

Il nuovo volto ha cominciato a degenerare, vanificando tutti gli sforzi e le sofferenze patite fino a quel momento.

 

Jérôme ha ricominciato a essere visto come un mostro. Non solo, il deperimento del viso lo ha costretto a ricoverarsi, e l' équipe del professor Lantieri ha dovuto toglierli i tessuti trapiantati. Per tre mesi il paziente è rimasto in rianimazione, senza volto. Non restava che sperare in un nuovo trapianto.

 

La sera del 14 gennaio 2018, una domenica, il professor Lantieri riceve la comunicazione che un ragazzo di 22 anni è morto e il suo volto potrebbe essere trasferito su Jérôme. Il lunedì successivo il professor espianta il viso, a qualche centinaia di chilometri da Parigi, e lo fa trasportare il più rapidamente possibile verso l' ospedale Georges Pompidou della capitale.

 

Jérôme Hamon entra di nuovo in sala operatoria nel pomeriggio di lunedì 15 gennaio, e i medici posano il volto come se fosse una maschera. Jérôme esce dalla sala operatoria il giorno dopo, con qualche risultato incoraggiante perché il viso prende subito colore, segno che i vasi sanguigni sono stati collegati in modo efficace. «Se non avessi accettato questo nuovo volto sarebbe stato un dramma - dice adesso Jérôme -. È una questione di identità. Ma mi sono guardato allo specchio, e mi sento me stesso».

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