1- C’E’ UN CAPITOLO DEL BESTSELLER DI NUZZI CHE FINORA NESSUNO HA PRESO IN CONSIDERAZIONE: IL FITTO DIALOGO AVVIATO FIN DAL 2006 TRA TREMONTI E BERTONE SULL’ICI 2- NELL’ESTATE DEL 2010 GIULIETTO E BERTONE AFFRONTANO IL TEMA DELL’ICI. DI QUELL’INCONTRO SI TROVA TRACCIA IN UN “DOCUMENTO RISERVATO E CONFIDENZIALE” CHE GOTTI TEDESCHI, CARISSIMO A TREMONTI, MANDÒ A BERTONE IL 30 SETTEMBRE DELLO STESSO ANNO. IL TITOLO PORTA LA DIZIONE “SINTESI DEL PROBLEMA ICI (MEMORIA PER IL CARDINAL TARCISIO BERTONE, SUGGERITAMI RISERVATAMENTE DAL MINISTRO DEL TESORO)” 3- DI TUTTE LE CARTE PUBBLICATE NEL LIBRO-BOMBA DI NUZZI, QUESTA È SICURAMENTE LA PIÙ SIGNIFICATIVA DAL PUNTO DI VISTA POLITICO PERCHÉ RAPPRESENTA LA RISPOSTA DEL “GRAN SUGGERITORE” GIULIETTO ALLE PRESSIONI DELLA COMUNITÀ EUROPEA SUL PROBLEMA DELLA TASSAZIONE AI 50MILA IMMOBILI DELLA CHIESA. ED È SORPRENDENTE LEGGERE CHE TRA LE STRADE PERCORRIBILI C’È ANCHE QUELLA DI “ABOLIRE LE AGEVOLAZIONI ICI”, MA ACCANTO AL TITOLO DEL DOCUMENTO C’È ANCHE UNA PARENTESI DOVE SI LEGGE TESTUALMENTE: “(TREMONTI NON LO FARÀ MAI)”. AMEN!

Il mondo della finanza si è fermato giovedì scorso alle ore 18,09 quando quel sito disgraziato di Dagospia ha battuto sul tempo tutte le agenzie di stampa per dare la notizia che era caduta la testa del presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi.

La notizia è stata come un fulmine nel cielo poco sereno delle banche e in particolare di quegli ambienti della finanza bianca milanese dove il 67enne economista di Pontenure era considerato insieme ad Abramo-Bazoli una delle due personalità più importanti.

Per questi ambienti, che già due anni fa avevano assistito alla cacciata di Angelo Caloja il banchiere che per 15 anni ha gestito le finanze vaticane, la sorpresa è stata enorme anche se l'amore per la visibilità e una certa fama di chiacchierone, tipiche di chi conquista un certo prestigio sociale partendo da una famiglia di piccola borghesia, avevano intaccato l'immagine di Gotti Tedeschi come cattolico coerente e integralista.

Ad aumentare l'emozione è poi arrivato il durissimo comunicato del consiglio di amministrazione dello Ior al termine di un processo di stampo galileiano che ha elencato in nove punti le ragioni della sfiducia. Nella casistica delle aziende, e non solo del Vaticano, è difficile trovare un siluramento pubblicizzato in maniera così micidiale addirittura nei confronti di un uomo che dal 1980 al 1984 ha lavorato in McKinsey, la società di consulenza dove si coltivano i manager con l'accetta affinché sappiano usarla nei confronti del personale.

Anche Carletto De Benedetti quando licenziava i suoi collaboratori non ha mai usato e tantomeno esposta in pubblico la sua ira, ed è noto che tappava la bocca al manager da liquidare con la frase: "accetto le sue dimissioni".

Così non è stato per l'economista piacentino che secondo il quotidiano "la Stampa", da ieri pomeriggio è in clinica per un intervento al colon e appare duramente amareggiato per la forma e il contenuto del suo licenziamento. La prima battuta che giovedì sera gli è stata strappata di bocca è stata "preferisco non parlare altrimenti dovrei dire solo brutte parole e non voglio disturbare il Santo Padre perché il mio amore per il Papa prevale su ogni altro sentimento, persino di difesa della mia reputazione che vilmente viene messa in discussione", e a chi nelle scorse ore ha insinuato di essere uno dei corvi ha minacciato querela.

Ciò non toglie che quando si sarà ripreso dallo choc Gotti Tedeschi potrà magari raccontare la sua versione a qualche giornalista, e già a Milano circola il nome di Fabio Tamburini, il direttore di Radio24 che nel 1992 ha scritto in maniera mirabile la storia di Enrico Cuccia. Se questo avverrà avremo un secondo bestseller come quello di Gianluigi Nuzzi, il giornalista che il Vaticano vorrebbe scomunicare mentre i colleghi negli altri giornali preferiscono (per la solita sindrome dell'invidia) evitare di citare il suo nome e la sua opera.

Anche questo è un segno del parossismo che si è creato fuori e dentro le stanze vaticane dove gli unici a tenere i nervi saldi e ad apprezzare il libro sulle carte segrete di Benedetto XVI sono le Guardie Svizzere.

Ieri dopo l'Angelus i 110 uomini che compongono il Corpo si sono precipitati nelle loro stanze e senza nemmeno togliersi l'uniforme rinascimentale che portano dal 1506 hanno letto con avidità alcuni capitoli. Era dai tempi dell'omicidio del loro comandante Esterman nel 1998 che non vivevano un giallo così eccitante e divertente. Per loro che nei giorni scorsi hanno seguito i movimenti intorno al torrione Niccolò V dove ha sede lo Ior, il povero Paoletto, Maggiordomo del Papa, è soltanto la pedina di una trama ben più grande e più potente di quell'Opus Dei che Gotti Tedeschi rappresentava.

A divertire le Guardie Svizzere fino al punto di bagnarsi i pantaloni alla zuava disegnati da Raffaello, sono state le pagine in cui si parla dei regali al Pontefice e delle buste zeppe di banconote che arrivano da anni oltre i 40-150mila euro raccolti durante ogni udienza in piazza San Pietro.

E sorprendente è lo zelo (descritto con documenti inequivocabili nel libro di Nuzzi) di banchieri come Caloja e Bazoli che mandano al Papa assegni da 50 e 25mila euro, seguiti dall'obolo di Ghizzoni e Dieter Rampl di cui non si conosce la generosità. E che dire poi dei doni in natura che come gli assegni dei banchieri sono stati mandati a padre Georg per dimostrare beneficienza e acquisire benevolenza?

Le Guardie Svizzere ieri pomeriggio si sono abbracciate per il godimento di fronte all'episodio del tartufo da 100mila euro che un industriale piemontese, Antonio Bertolotto, ha inviato per avere l'assenso del Vaticano all'asta di beneficienza del tubero di Alba.

Il grande storico e critico dell'arte Federico Zeri diceva che per capire i capolavori fiamminghi e il Giudizio Universale della Cappella Sistina bisognava guardare soprattutto i dettagli. Ed è da questi che si conferma come il Vaticano sia considerato uno straordinario crocevia di carità e di potere. L'hanno capito perfino le case automobilistiche straniere come Renault, Mercedes e Volkswagen che nell'ottobre 2011 chiedono udienza al segretario del Papa per presentare al Papa le migliorie dell'auto pontificia e i veicoli elettrici da utilizzare a Castel Gandolfo.

Beneficienza in cambio di benevolenza. Benevolenza in cambio di potere. È questa la spinta che ha mosso banchieri, prefetti, giornalisti come Bruno Vespa e perfino manager dell'automobile a cercare nelle stanze più intime del Papa qualcosa di meno spirituale di una benedizione.

Se Gotti Tedeschi scioglierà la lingua in maniera meno suicida di quanto ha fatto il suo predecessore Angelo Caloja nel libro-intervista "Finanza bianca" di Giancarlo Galli, allora questi dettagli potranno trovare la giusta considerazione e ad essi si potrà aggiungere chiarezza su un capitolo del bestseller di Nuzzi che finora nessuno ha preso in considerazione.

Stiamo parlando del fitto dialogo avviato fin dal 2006 tra Giulietto Tremonti e Tarcisio Bertone a proposito dell'Ici, la tassa sui beni vaticani sulla quale non si trova una parola di esenzione nemmeno nei Patti Leteranensi. Su questo punto va detto che le Guardie Svizzere ieri si sono smarrite perché è materia complessa, e dopo aver bevuto qualche boccale di birra e una cassa di "Corvo di Salaparuta", hanno preferito assopirsi nella beatitudine.

In realtà le pagine che si leggono su questo tema nel bestseller "scandaloso" sono di estremo interesse, perché confermano lo stretto legame tra l'ex-tributarista di Sondrio Giulietto Tremonti e il Vaticano. Che Tremonti fosse vicino alle stanze del Papa era noto dal novembre 2010 quando dopo l'uscita dell'enciclica di Benedetto XVI "Caritas in Veritate", l'allora ministro la definì "il primo e più completo manuale per affrontare la terra incognita del nuovo mondo globalizzato e una guida politica".

Un mese dopo Giulietto aumentò di 220 euro lo stipendio per gli insegnanti di religione e questo fu considerato un regalo da chi ignorava che fin dal 2007 il ministro aveva baciato l'anello del Papa a Lorenzago di Cadore, una scena ripetuta l'anno dopo a Bressanone durante le vacanze di Ratzinger. E non va dimenticata la "lectio" pronunciata sempre il 3 novembre 2011 nell'Aula delle Benedizioni per i dipendenti dello Ior invitati dal presidente-amico Gotti Tedeschi ad ascoltare gli scenari dell'economia globale del fantasioso e creativo ministro.

Ma questa è semplice aneddotica rispetto al dialogo a porte chiuse avviato nell'estate del 2010 dove Giulietto e Bertone affrontano il tema dell'Ici. Di quell'incontro si trova traccia in un "documento riservato e confidenziale" che Gotti Tedeschi mandò a Bertone il 30 settembre dello stesso anno. Il titolo porta la dizione "Sintesi del problema Ici (Memoria per il cardinal Tarcisio Bertone, suggeritami riservatamente dal ministro del Tesoro)".

Di tutte le carte pubblicate nel libro-bomba di Nuzzi, questa è sicuramente la più significativa dal punto di vista politico perché rappresenta la risposta del "gran suggeritore" Giulietto alle pressioni della Comunità europea sul problema della tassazione ai 50mila immobili della Chiesa. Ed è sorprendente leggere che tra le strade percorribili c'è anche quella di "abolire le agevolazioni Ici", ma accanto al titolo del documento c'è anche una parentesi dove si legge testualmente: "(Tremonti non lo farà mai)".

L'autore del volume che sta moltiplicando i corvi nei bar della Capitale e in via della Conciliazione, scrive che questo è un esempio di "sacra ingerenza" nelle cose italiane, ma è un'opinione reversibile perché la stretta collaborazione di Tremonti attraverso Gotti Tedeschi e Bertone si può leggere esattamente al contrario, cioè un esempio di laica ingerenza nelle cose vaticane da parte del ministro delle Finanze, cioè dell'uomo che aveva il compito istituzionale di garantire allo Stato il pagamento e le entrate delle tasse.

Come sia finita la storia dell'Ici è cosa nota, il Governo Monti chiude la vicenda per evitare qualsiasi deragliamento e in Vaticano battono le mani al Professore di Varese e ai sette ministri (Ornaghi, Riccardi, Passera, Profumo, Severino, Gnudi, Balduzzi) che il Governo tecnico è riuscito a schierare come un plotone di Guardie Svizzere.

Adesso il buon Gotti Tedeschi, ex-capo delle finanze vaticane, non deve aspettarsi che in sua difesa scenda l'ex-capo delle finanze italiane. Giulietto in casi come questi si tira subito in disparte e l'arma del coraggio non gli appartiene, come ha dimostrato nelle vicende disgraziate di Bossi e della Lega che pure l'hanno strenuamente sostenuto quando è caduto in disgrazia.

Al banchiere licenziato, all'ex-Mckinsey offeso, non resta che assistere inerte al volteggiare dei corvi e alle notizie che zampillano dal pozzo nero dello Stato Vaticano. Non è un pozzo cartesiano perché le acque limacciose e sporche arrivano direttamente in superficie senza alcun ausilio meccanico, e c'è da giurare che sulla faccia dell'ex-banchiere che in gioventù ha fatto il carabiniere si rovesceranno altre tonnellate di fango.

Quello che è certo, e l'hanno capito perfino le Guardie Svizzere che non brillano di acume, è che dietro il circuito perverso delle chiacchiere c'è un grumo di interessi più forte perfino della potente Opus Dei, un comitato d'affari, politici ma soprattutto economici, che non si ferma davanti a nulla e a nessuno.

 

 

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