Fabio Martini per "La Stampa"
Fini Casini Rutelli
È diffidente Roberto Menia, un istriano che resta orgoglioso della sua militanza missina. E' pieno di dubbi Luca Barbareschi, un attore diventato onorevole, che non ha smarrito lo smalto libertario della sua giovinezza. Ma è critico pure il professor Alessandro Campi, l'artefice del pensatoio finiano "FareFuturo"; che da anni vagheggia una "destra nuova"; di stampo europeo. All'indomani del suo battesimo, il "Polo della Nazione"; curiosamente suscita sospetti in tutte le anime dell'universo finiano, nella "destra", nella "sinistra" e nell'intellettuale più coinvolto.
Obiezioni che, da diversi versanti, finiscono per confluire in un sentimento comune: la paura di finire in un contenitore indistinto, senza anima e senza sapore. Un sospetto diffuso, che ha poco a che vedere con la questione della probabile leadership nel nuovo Polo di Pier Ferdinando Casini, questione che appassiona soprattutto le nomenclature e i giornali.
RUTELLI-FINI-CASINI
Certo, la plateale accelerazione decisa due giorni fa da Casini, Fini e Rutelli nasceva da prevalenti ragioni tattiche - condensare subito la massa critica capace di scoraggiare lo shopping berlusconiano - e dunque potrebbe apparire naturale l'emersione di uno spirito critico verso la nuova "creatura".
Ma nel dibattito informale dentro il Fli, già da settimane, si erano alzate voci energiche contro l'ipotesi di confluire in un'alleanza di sapore neocentrista. Nei tanti summit futuristi a porte chiuse, in diversi avevano chiesto a Fini di non assecondare la deriva terzopolista.
ELENA MONORCHIO LUCA BARBARESCHI
Lo aveva fatto sempre Silvano Moffa, ma anche l'avvocato Giuseppe Consolo, animatore di uno dei salotti più frequentati della Roma conservatrice e destrorsa. L'ex ministro Andrea Ronchi («Mai col Terzo Polo»), ma anche l'ex sottosegretario Roberto Menia, che aveva spesso paventato di finire alleati di un personaggio considerato troppo distante politicamente come Francesco Rutelli.
Ora però i dubbi vengono espressi a voce alta. Roberto Menia, 49 anni, triestino, artefice della legge che ha istituito il giorno del ricordo per i martiri delle foibe, dà la sua versione del neonato Polo: «Avremo le mani totalmente libere, risponderemo alla nostra coscienza. Non siamo davanti al un terzo polo nato per fare la politica dei "due forni", ma un'area di centrodestra che non si riconosce nella ricetta berlusconiana della guerra continua».
SOTTOSECRETARIO MENIA E SIGNORA
Menia teme di perdere un'identità di destra e anche Luca Barbareschi teme di perdere un'identità, ma nel suo caso di tipo "liberal";: «Non si può essere soltanto un agglomerato. Il Terzo Polo sarà veramente riformista come il Fli? Avrà una vera laicità? Bisognerà declinare tutti i temi ma in ogni caso penso sia difficile trovare posizioni comuni con Udc e Api su temi come il caso Englaro».
mfn27 alessandro campi angelo melloni
Il professor Campi, figura atipica di "intellettuale disorganico", non è preoccupato per la presenza di anime diverse («Nei grandi partiti di centrodestra europei cosa è il moderatismo se non una sintesi liberal-cristiana?») ma semmai dal rischio di restare senza un'anima: «Il Polo della Nazione può essere un'operazione strategicamente interessante per gli elettori, ma soltanto se non è un semplice cartello per andare alle elezioni, un'operazione di sopravvivenza di un ceto parlamentare finalizzataa creare qualche grattacapo a Berlusconi.
Se invece la riempi di contenuti, gli dai un'anima e ci credi, se ti poni in competizione con Pdl e Pd, il nuovo Polo può proporsi come il promotore di una rivoluzione moderata che cambia l'Italia». Altrimenti? «Rischia di apparire un'operazione che fai per necessità, ma alla quale, forse, non credono fino in fondo neppure i suoi promotori».