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I TAGLI E LE RITRATTAZIONI CHE TONINO APPORTÒ ALLE BIOGRAFIE CHE LO INCENSAVANO - FLORES SEGA: "TONINO NON HA NULLA DA CHIARIRE MA QUESTA È L’ORA DI DE MAGISTRIS" - FACCI, LI MORTACCI! "A PROPOSITO DI 'DOMANDE DEL CAZZO': MA 'IL FATTO' NON È IL GIORNALE DI QUEL CERTO TRAVAGLIO CHE LAMENTA SEMPRE LA MANCANZA DI DOMANDE VERE, FATTE DA GIORNALISTI VERI? E ALLORA VOGLIAMO PARLARE DELL’INTERVISTA DI TELESE A TONINO? SONO NON-RISPOSTE PER IMBECILLI, MA EVIDENTEMENTE DI PIETRO CONOSCE I SUOI ELETTORI. MA A SUA DIFESA C'È DA DIRE CHE DI DOMANDE, I GIORNALISTI, NON GLIENE AVEVANO MAI SERIAMENTE POSTE PER LUSTRI INTERI. NON C'È ABITUATO" (FOTO MAI VISTE CON LA PRIMA MOGLIE) -

Filippo Facci - Di Pietro, la storia vera - Copertina MondadoriFilippo Facci - Di Pietro, la storia vera - Copertina Mondadori

1 - LE IMMAGINI NASCOSTE...
Da "Libero"

A sinistra, alcune delle foto che Isabella Ferrara, prima moglie di Antonio Di Pietro, ha dato a Gigi Moncalvo per la sua biografia dell'ex magistrato. Di Pietro, però, venne a saperlo e ne bloccò la pubblicazione. L'attuale leader dell'Italia dei valori cancellò anche molte parti del libro. Tolse, per esempio, ogni riferimento a quando lo bocciarono come magistrato. Via anche l'episodio di Michele Viscardi, terrorista di Prima Linea accusato d'aver ammazzato il giudice Alessandrini. Di Pietro, in questo caso, non voleva che fosse raccontata la sua frequentazione con Anna Bionda, fidanzata di Viscardi. Via, ancora, la parte riguardante i primi mediocri rapporti coi pm Piercamillo Davigo e Armando Spataro.

FILIPPO FACCIFILIPPO FACCI

2 - I TAGLI E LE RITRATTAZIONI CHE TONINO APPORTÒ ALLE BIOGRAFIE CHE LO INCENSAVANO
Filippo Facci per Libero

Dicevano di Berlusconi, ma il vero professionista della non-risposta resta lui, Di Pietro. Ieri non ce l'ha fatta più: ha sfanculato la collega del TgUno Ida Peritore («queste sono domande del cazzo») ma a sua difesa c'è da dire che di domande, i giornalisti, non gliene avevano mai seriamente poste per lustri interi. Quindi non c'è abituato.

DIPIETRO GIOVANEDIPIETRO GIOVANE

E c'era da divertirsi, ieri, nel leggere proprio su Il Fatto di Marco Travaglio - che lamenta sempre la mancanza di domande vere, fatte da giornalisti veri - una paginata intera di puro cazzeggio scambiato per intervista a Tonino: mero intrattenimento, stile ridanciano e cialtrone, domande banalizzanti e non-risposte finto-spiritose, scambi brillantoidi che alla fine lasciavano il nulla: e pensare che l'intervistatore modello «oh-come-sono-simpatico-e-irriverente», Luca Telese, aveva contattato il sottoscritto per documentarsi. Poteva evitare.

DIPIETRO GIOVANEDIPIETRO GIOVANE

Quelle di Di Pietro sono non-risposte per imbecilli, ma evidentemente conosce i suoi elettori. Parliamo dell'uomo che non ha mai neppure concepito non tanto il dissenso, ma neanche ogni minima personalità che potesse dirsi tale: alla ricorrente insofferenza di un generale verso i colonnelli, specchi di errori e contraddizioni, nel suo caso si è sempre affiancato un fastidio verso chiunque non fosse operosa e silente fanteria di terra: altro che giornalisti e domande.

Il profilo censorio di Antonio Di Pietro fu evidente sin dall'inizio di Mani pulite. Tra il luglio e il settembre 1992, infatti, Di Pietro corresse e vistò personalmente due monografie a lui dedicate e in via di pubblicazione: lui stesso aveva suggerito i personaggi da intervistare. Questi scritti da un lato autorizzano a pensare che le informazioni contenute siano rispondenti al vero, o comunque gradite a Di Pietro, che altrimenti le avrebbe corrette o tagliate; d'altra parte vi è da ritenere che i tagli apportati da Di Pietro contenessero errori o particolari non graditi: il dato è interessante dal momento che Libero ne è venuto in possesso.

DIPIETRO GIOVANEDIPIETRO GIOVANE

I tagli fanno capire il personaggio. Luigi Moncalvo, autore della prima biografia, nel 1992 ebbe da Tonino un elenco delle persone da interpellare. Nella lista, i capifila erano assistenti, autisti e parrucchieri: ma un personaggio, in particolare, Di Pietro lo annotò e poi cancellò. Era Mario Casaccia, un magistrato romano che nell'88 aveva contattato Francesco Saverio Borrelli per fornirgli la chiave giuridica per scardinare Tangentopoli.

DIPIETRO GIOVANEDIPIETRO GIOVANE

Casaccia, occupandosi dell'inchiesta «carceri d'oro», aveva escogitato la prima ordinanza secondo la quale il denaro delle tangenti andava restituito allo Stato, seppur sborsato da privati. Era - ed è - la teoria base di Mani pulite: la tangente fa levitare i costi delle opere pubbliche e dunque prefigura un investimento e quindi corruzione, non più una concussione. In questo modo, codice alla mano, entravano in ballo i corrotti: i politici. Di Pietro depennò.

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Poi depennò altri due nomi: quello di un colonnello della Polstrada che aveva elaborato lo schema del processo "patenti facili" (attribuito solo a Tonino) e quello di un maresciallo, suo collaboratore a Bergamo, che lui aveva incaricato affinchè arrestasse il suo segretario, 24 ore prima di lasciare la città orobica alla volta di Milano.

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Questo maresciallo aveva assistito anche a un altro episodio - sempre a Bergamo, a casa di Roby Facchinetti dei Pooh - che avrebbe causato seri guai a Di Pietro: il pm, durante un party, aveva confidato di esser prossimo all'arresto di due famosi avvocati bergamaschi. Una vicenda che sarebbe finita in un rapporto disciplinare diuscusso davanti al Csm.

Neppure Isabella Ferrara, prima moglie di Tonino, compariva in quell'elenco. Moncalvo la contattò lo stesso, ma decise di ometterne i racconti. Roba penosa sui rapporti, pessimi, tra suo figlio Cristiano e la matrigna Susanna Mazzoleni. Tralasciamo. La Ferrara diede a Moncalvo mezza valangata di foto del Tonino prima maniera, ma il magistrato venne a saperlo furono guai.

Si vergognava del suo profilo più contadinesco - ha raccontato Moncalvo. Il quale finì il suo libro e nel luglio 1992 si ritrovò nella casa milanese di Tonino, quella della Cariplo vicino alla Scala. C'erano, oltre al magistrato, il fido assistente Rocco Stragapede e l'avvocato Giuseppe Lucibello. Tonino dava un'ultima occhiata al libro e tagliava, tagliava. La calligrafia è la sua.

dipietro contradadipietro contrada Di PietroDi Pietro

Tolse, per cominciare, ogni riferimento a quando lo bocciarono come magistrato. Via anche l'episodio di Michele Viscardi, terrorista di Prima Linea accusato d'aver ammazzato il giudice Alessandrini: Tonino non voleva che fosse raccontata la propria frequentazione con Anna Bionda, fidanzata di Viscardi.

Via tutta una parte sul procuratore generale di MIlano Adolfo Beria di Argentine, ad esempio la faccenda - è Moncalvo a raccontarla - dei controlli che Tonino faceva nei cestini dell'allora procuratore capo, complice un addetto alle pulizie. Tolse la parte riguardante i primi mediocri rapporti coi pm Piercamillo Davigo e Armando Spataro, ed eliminò completamente la parte dove l'avvocato Lucibello raccontava di quando divenne difensore, per l'inchiesta Patenti facili condotta da Di Pietro, di larghissima parte degli imputati.

Antonio Di PietroAntonio Di Pietro

L'intero capitolo sull'informatizzazione del palazzo di giustizia milanese - quello per cui Tonino sarà inquisito a Brescia - venne poi decapitato. Tonino tagliò e ritagliò. Ridimensionò anche tutta la parte dedicata al processo cosiddetto CoDeMi, quello al costruttore Bruno De Mico, indi sorvolò su uno degli interrogativi più inquietanti di quell'inchiesta: perchè certe sigle non vennero mai decrittate?

Enzo lo giudiceEnzo lo giudice

Il giochino fece epoca: «Ni5ZI» era Franco Nicolazzi, «Co.De.Mi» era De Mico, eccetera. Altre sigle, tuttavia, rimasero indecifrate: per esempio «Sa2Ch» (Mario Chiesa), "Na15De" (Democrazia Cristiana), «Ti29Sin» (sindacati) e «Unità» (il quotidiano del Pds).

Ecco un'altra parte tagliata da Di Pietro: «Il processo De Mico infatti è stato un vero processo politico, ma Di Pietro non lo ha creato del tutto, se lo è trovato sul tavolo. E' un po' strano che ciò sia accaduto anche perchè abbiamo visto che Di Pietro dice che non gli davano molto da fare. Il successo raggiunto coi computer e con l'inchiesta sulle patenti era ancora insufficiente, diciamo così, per fargli meritare l'onore di un simile processo delicato.

Gigi Moncalvo e moglie - copyright PizziGigi Moncalvo e moglie - copyright Pizzi

Un processo, guarda caso, dove non ci furono intoppi, e dove tutto filò liscio e in cui la toga e l'ermellino che di norma metteva ostacoli o rallentamenti e che lanciava diffide ai sostituti procuratori in quell'occasione non fece alcun tipo di pressione. Commenta l'avvocato Lucibello: «Probabilmente accadde tutto questo perchè De Mico, consapevole o inconsapevole, faceva molto comodo a Craxi. C'era la necessità di distruggere la sinistra socialista e anche il Psdi, l'occasione era ghiotta per rovinare la reputazione di Nicolazzi, di Rocco Trane e di Gianstefano Milani, il leader della sinistra Psi sulla piazza milanese».

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E per un processo del genere, stile Prima Repubblica, avevano scelto Antonio Di Pietro. Il Di Pietro che di lì a poco avrebbe ottenuto la casa di via Andegari. Dai socialisti. Di Pietro che li frequentava, i socialisti. Che frequentava i democristiani.

Il libro di Moncalvo era più che autorizzato da Tonino, che come visto fece i tagli, diede suggerimenti, fotografie, addirittura impose una dedica: «Dedicato a Peppino, Anna, Anna jr, ...» e vario presepe. Tuttavia qualche guaio, dopo la pubblicazione, al magistrato lo provocò. Specialmente il capitolo dedicato a Tonino e le donne. Così Di Pietro fece diramare un comunicato dove specificava che no, quella biografia non era autorizzata. Moncalvo se la prese a morte.

Il bello è che con la biografia successiva capiterà la stessa cosa, anzi peggio. Il cronista de Il Giorno Paolo Colonnello, oggi alla Stampa, aveva scritto assieme a tre colleghi un'altra biografia a dir poco elogiativa. Colonnello e Di Pietro peraltro si conoscevano da anni e si frequentavano. Comunque fosse, il libro - siamo sempre nell'estate ‘92 - venne fatto leggere e correggere al magistrato.

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Sembrava tutto a posto quando all'improvviso Tullio Pironti, l'editore, ricevette una furibonda telefonata di Tonino e addirittura una raccomandata datata 5 ottobre: il testo andava stampato con ulteriori correzioni. Pironti corresse, ma non bastò. Il libro uscì e il 6 novembre altra raccomadata di Tonino versus Pironti: nel testo - recitava - sono contenute «palesi falsità, ingiustificate e diffamatorie valutazioni nei confronti di altre persone» il che costituiva «un'illecita intromissione nella mia vita sentimentale-familiare». Ma come, non l'aveva letto e corretto lui?

Leggenda vuole - o perlomeno, così scrisse Riccardo Bocca su «Cuore» del 17 giugno 1995 - che Di Pietro dopo l'uscita del libro sia stato sbattuto fuori di casa per venti giorni da Susanna Mazzoleni, indi abbia dovuto ripiegare sulla casetta-Cariplo abitata dal figlio Cristiano.

pier camillo davigopier camillo davigo

Ma vediamo qualcuno dei tagli apportati da Tonino. A parte un paio di sciocchezzuole (un po' di zucchero versato nella scollatura di una cameriera del bar davanti al tribunale, e un apprezzamento un pizzico pesante sulla moglie dell'indagato Roberto Mongini) il grosso dei tagli riguarda ancora lui, l'avvocato Lucibello.

PAOLO FLORES D ARCAIS MARCO TRAVAGLIO - copyright PizziPAOLO FLORES D ARCAIS MARCO TRAVAGLIO - copyright Pizzi

Tutti i passaggi dove era scritto «racconta Lucibello» diventò «gli amici dicono», «un amico intimo dice». Riga rossa anche in tutte le parti dove si racconta che Lucibello era il miglior amico del magistrato, che erano stati in vacanza assieme senza le rispettive donne. Tonino fece aggiungere che al limite "a furia di averlo come controparte nei processi, gli è diventato amico".

Par di capire che due cose temesse Tonino: di palesare troppo i suoi variegati rapporti con Lucibello e di rovinare quelli con quel peperino di Susanna. Probabilmente aveva buone ragioni in entrambi i casi.
Comprensibile, dunque, che abbia tagliato un lungo passaggio dove l'ex moglie, Isabella Ferrara, sparava sulla stessa Susanna. Ma è un passaggio che, per decenza, omettiamo anche noi.

3 - «TONINO NON HA NULLA DA CHIARIRE MA QUESTA È L'ORA DI DE MAGISTRIS»
Serenella Mattera per "Libero"

Luca TeleseLuca TeleseFLORES D'ARCAIS E MORETTIFLORES D'ARCAIS E MORETTI

Comportarsi da «vero leader» e candidarsi alla presidenza della Campania. È l'appello che il direttore di "MicroMega" Paolo Flores D'Arcais ha rivolto all'eurodeputato dell'Idv Luigi De Magistris. Con un editoriale sul quotidiano "Il Fatto" che si conclude con le parole: «Concittadino De Magistris, non puoi sottrarti».

Direttore, cosa la convince a lanciare questa candidatura?
La situazione tragica della Campania sotto il profilo democratico. Abbiamo un candidato del regime (Stefano Caldoro, ndr) che è praticamente scelto da quello che doveva essere il vero candidato, l'onorevole Cosentino, che non è in galera solo per un voto di impunità dei suoi colleghi della Casta. Invece dall'altra parte, con una vera e propria follia, il Partito democratico candida una persona (Vincenzo De Luca, ndr) che ha due rinvii a giudizio per accuse particolarmente pesanti.

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Invece De Magistris...
Come «invece»? De Magistris è un magistrato dalla carriera specchiata, che ha fatto indagini che hanno colpito l'intreccio tra criminalità organizzata, apparati politici, corruzione e anche massonerie o apparati deviati. Rappresenta esattamente ciò di cui ha bisogno quella regione perché si riapra non dico un orizzonte, ma almeno un barlume di speranza.

De Magistris ha però escluso la propria candidatura, perché «sarebbe un torto», ha detto, verso chi lo ha eletto eurodeputato.
Questo non può essere un argomento da parte di De Magistris. Perché i suoi elettori, tra cui io, capirebbero perfettamente che impegnarsi oggi in una battaglia difficilissima in Campania non è un modo di sfuggire alle proprie responsabilità, ma un modo di sacrificarsi politicamente per una necessità urgente.

Lui invece auspica che si converga su un'altra personalità.
Se ci fosse stato un possibile altro candidato, e se ne parla da mesi, sarebbe già venuto fuori. In questo momento un altro candidato credibile in Campania non c'è. Per questo insisto nel chiedere a De Magistris quello che capisco essere un grandissimo sacrificio, ma che è anche la scelta di un vero leader.

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Nei giorni scorsi in Campania circolava anche il nome di Di Pietro.
Di Pietro non ha legami particolari con la Campania. Forse una sua candidatura avrebbe avuto senso a Milano, in Lombardia, più che in Campania.

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Questo fine settimana c'è il primo congresso dell'Italia dei valori. De Magistris non è candidato, ma sono mesi che si parla di un'alternativa alla leadership di Di Pietro e di uno scontro strisciante tra i due.
Questa domanda mi è stata fatta non so quante volte dopo che "MicroMega" ha pubblicato una inchiesta giornalistica molto seria sulle contraddizioni dell'Idv nelle varie regioni. Credo che non esista proprio questa rivalità. Io credo che esista la necessità di andare oltre l'Idv, a una forza politica molto più vasta e soprattutto capace di rappresentare quella parte crescente di società civile democratica che non si riconosce in nessun partito e che quindi rischia anche di non andare a votare.

Di Pietro e Contrada Vignetta Scoop di Giannelli per il CorriereDi Pietro e Contrada Vignetta Scoop di Giannelli per il Corriere

In un'intervista a "La Stampa", De Magistris ha fatto degli accenni più che espliciti in questa direzione. E quindi a maggior ragione credo che debba tradurre questa proposta con una sua candidatura in Campania, perché le idee giuste bisogna sperimentarle nell'azione. Questo è quello che fa un leader.

Di Pietro e Contrada a Cena nel 1992Di Pietro e Contrada a Cena nel 1992

Cosa ne pensa della polemica di questi giorni per le foto di Di Pietro con Bruno Contrada?
Ritengo che un magistrato che sta facendo delle indagini e viene invitato dal capo di una stazione dei Carabinieri a mangiare un boccone con altri colleghi, non sia né uno scoop né niente, ma una cosa che decine, centinaia di altri magistrati fanno, hanno fatto e faranno. Solo in un Paese dove si utilizza ogni pretesto, si dà importanza a una cosa che non ne ha alcuna.

Però gli avversari rinfacciano a Di Pietro di essere stato lui il primo ad aver chiesto chiarezza quando per altri politici emergevano certe frequentazioni.
Se c'è da chiedere chiarezza è un conto. Ma qui non c'è nulla da chiedere.

Neanche sull'incontro con Contrada nove giorni prima del suo arresto?
Ma scusi, se tra nove giorni mi arrestano perché ho commesso dei crimini efferati, il fatto che lei mi stia intervistando potrebbe avere un significato nei suoi confronti?

 

 
[04-02-2010]
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