IL CLAN DEI NAPOLETANI (MASTELLA-BOCCHINO-LATORRE-VELARDI) DIETRO IL PUZZONE - UNA LAPIDE PER WALTERLOO CHE, DUE MINUTI DOPO IL VOTO, ANNUNCIò LE DIMISSIONI - VILLARI alla Vigilanza ha fatto saltare la crostata-INCIUCIO Bettini/G. Letta
Antonello Caporale per "la Repubblica"
Dagli amici mi guardi Iddio? Manco per idea. Gli amici lo tengono per mano e se lo coccolano e se lo girano e rigirano come una frittella imburrata: «Resta». Tutti dietro Riccardo Villari, o un passo avanti o di fianco. Intervistato nella tenuta da lavoro (jogging sul lungomare di Napoli) Claudio Velardi, assessore della giunta Bassolino che, per contingenza politica, è essa stessa un po´ di qua e un po´ di là, gli intima di resistere.
«Restaaa». L´incoraggiamento di Velardi ha rinfrancato un altro campano, Italo Bocchino: «Velardi porta virtosamente indietro l´orologio della politica». Con Bocchino siamo a due, almeno due amici. Il primo di qua; il secondo di là. Bocchino (Italo di nome) è nel meglio della carriera ed è divenuto una stella del pastone politico Rai. Molto diligente, raccoglie i suggerimenti dei colleghi più autorevoli e di ogni schieramento.
Riccardo Villari
E´ toccato a Nicola Latorre, un altro pezzo grosso del Pd, indicargli, mentre insieme testimoniavano a Omnibus su La7 la loro visione, una mossa polemica per mettere in difficoltà il rappresentante dell´Italia dei Valori. Latorre ha scritto e Bocchino parlato: erano due ma apparivano una sola persona. E allora Villari, che sa far di conto, ha capito che non su due ma su tre amici poteva contare. Pure Latorre è dei nostri. Si era già notato che quando Latorre era stato interrogato sul caso, se l´era cavata assai brillantemente: «Villari agirà con senso di responsabilità».
Piano piano, zitto zitto, l´orizzonte mobile dell´epatologo napoletano ha come trovato un approdo e le sue dichiarazioni, da subito molto chiuse e difensive, si sono aperte alla sfida del dialogo e all´avventura del nuovo, come gli hanno insegnato Don Sturzo e De Gasperi suoi avi. La prosa si è fatta fluente e le dichiarazioni molto più problematiche. Si era partiti da un perentorio «non mi sento nemmeno presidente», dichiarazione pronunciata durante la calca del dopo elezione e quindi perturbate dallo stress, a un impegnativo «farò quello che deciderà il Pd». Col passare delle ore e l´aumento vertiginoso delle amicizie, molte più di quelle che si raccolgono su facebook, l´uomo ha mutato tono e profondità alle parole. Ha accorciato i periodi fino ad amputarli: «Io resisto».
Forte e deciso. «Sono limpido», ha aggiunto. Ed è andato a giocare a tennis. La sua attività di epatologo, molto promettente fino a che la carriera politica l´ha inghiottito, è stata conosciuta e illustrata. Anche la sua fede negli amuleti, di corna di ogni ordine, ha prodotto un moto di simpatia. Bipartisan. Marco Follini, che sta di qua ma ha un passato di là, ha inghiottito Veltroni in un sol boccone: «Chi è causa del suo mal, pianga se stesso». Villari ha preso nota e ha aggiunto un amico alla lista. E sono quattro. Poi forse cinque, perché persino Massimo D´Alema (sta di qua, certo, nessuna paura) si è fatto intervistare dalla sua televisione, Red tv. Anche Berlusconi lo fa spesso.
Sul punto D´Alema ha spiegato: «Non ho dubbi che si dimetterà». Poi ha rispiegato: «Penso che al più utilizzerà il suo mandato per fare qualcosa». Sono cinque, sono cinque gli amici!, ha esultato Villari. E che amici. L´aria si è fatta più tersa e la meta vicina. Da quella parte, cioè il centrodestra, hanno capito che Riccardo era l´uomo giusto, la testa di ponte, l´ariete, il cavallo di Troia, qualcosa di bello insomma: «Dopo Obama, Villari Clinton!» ha gridato Mario Landolfi, di Alleanza nazionale ma soprattutto campano.
Strada in discesa, traguardo vicino. Anche Piero Marrazzo il presidente della Regione Lazio, di origini campane, gli si è fatto incontro: «Il Pd rispetti le scelte compiute». Nessuno, davvero nessuno avrebbe mai potuto immaginare di più. Persino i radicali tifano per lui. Stamane Emma Bonino perorerà la causa, in difesa dell´onore istituzionale, e battaglierà fino allo stremo nella riunione dei senatori chiamata a comminare la pena capitale per il senatore democristiano.
Ma come sarà possibile espellere Villari?
Ieri faceva tenerezza Marco Pannella, l´unico a non volerci credere, a non voler scommettere nelle capacità e nelle amicizie di cui godrà Villari. Pannela s´è incaponito a fare uno sciopero della sete, una cosa volante, d´emergenza davvero, per lasciare attaccato Villari alla poltrona. I suoi, nella sede del partito di Torre Argentina, ad ammonirlo: «Guarda che lo sciopero è sprecato. Lui non ha proprio voglia di levare le tende».
Non ne ha.
Forza VillaRi...
Massimo Gramellini per "La Stampa"
Pensavamo di averle viste tutte, invece questa ci mancava: un figlio emerito della partitocrazia che diventa simbolo e potenziale martire della lotta alla partitocrazia. Riccardo Villari è un ex colonnello delle truppe mastellate eletto presidente della Commissione di vigilanza Rai con i voti della maggioranza e il disaccordo dell'opposizione alla quale, fino a prova contraria, appartiene. Per quello strapuntino di potere il centrosinistra aveva candidato il dipietrista Orlando, gradito ai berluscones quanto l'aglio ai vampiri (e a Berlusconi medesimo).

Ora i suoi amici (?) chiedono a Villari di rifiutare la polpetta avvelenata. E lui, che pure la trova estremamente digeribile e gustosa, ha ripetuto a Veltroni che non si dimette ma si dimetterà: futuro del verbo «se non mi date qualcosa in cambio, per esempio la seggiola di sindaco di Napoli, scordatevelo».
Ma la domanda vera è: perché Villari dovrebbe dimettersi? Dal punto di vista istituzionale è stato incoronato con tutti i crismi. Quanto all'etica politica, due parole che si vogliono bene come le finaliste di un torneo di wrestling, la sua elezione fa parte dei giochetti del potere. Anzi, giochetto per giochetto, non è meno etica di quella di Orlando, che obbediva alla vecchia pratica della spartizione fra partiti persino all'interno di una stessa coalizione. Perciò la resistenza di Villari assume un connotato paradossale di sfida alla partitocrazia, rappresentata dal partito del magistrato che la partitocrazia dissolse in tribunale. Sì, questa ci mancava proprio. Ora possiamo nausearci in pace.
Inciucio mancato! Ecco perché Veltroni si è scatenato contro Villari: la sua nomina alla Vigilanza ha fatto saltare la crostata Bettini/Letta. Ora a rischio i prescelti di W. per il cda:
Calabrese ma anche Borgna
Da "Il Foglio"
Roma. Passi per il "lodo Alfano", ma che alla fine si debba finire prigionieri pure di un "lodo Bocchino", a molti nel Pd pare decisamente troppo. Così, è stato tutto un mordersi la lingua fino all'incontro di un'ora tra Villari e Veltroni; poi, dopo un acceso scontro ("esigo delle scuse", ha fatto presente il neopresidente della Vigilanza Rai) e la certificazione che il primo non si sarebbe dimesso, ciò che il partito aveva nel cuore è finito sulle agenzie. "Villari trasformista, situazione inquietante" (Merlo), "Villari è un altro caso De Gregorio, solo più opaco" (Monaco), "un po` incurante del fatto di essere stato eletto con i voti dei parlamentari di Berlusconi" (Zanda),
Insomma, dopo un fine settimana di scarse speranze, ieri le aspettative si sono dissolte. E Veltroni è finito al centro di tutte le accuse. "Un colpo mortale al suo prestigio di capo dell`opposizione - dice un dirigente del partito - farsi dire dì no pure da un Villari qualsiasi".
Nel Pd, adesso, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è tutto un desolato allargare di braccia. "La vicenda della Rai si complica terribilmente. Che cosa facciamo con il cda? Lo votiamo? Non lo votiamo? Lo facciamo votare a loro?". Anche perché Villari, ad alcuni deputati centristi, ha ieri confidato che, subito dopo l'incontro con Fini e Schifani, intende convocare la commissione per eleggere l'ufficio di presidenza e affrontare la questione delle norme per le elezioni in Abruzzo. "E la settimana successiva ha fatto sapere - si potrebbe passare alle votazioni per i membri del cda".
E' su questo fronte che la partita, per Veltroni, si annuncia ai limiti dell'impossibile. A parte che nel Pd c'è chi, oltre a mettere sotto accusa il leader per la conduzione dell'intera faccenda, punta il dito pure sull'ex ministro rutelliano Paolo Gentiloni, "ha coperto la candidatura Orlando per difendere il posto nel cda di Rizzo Nervo", sono i conti che già non tornano. Con l'elezione del dipietrista alla Vigilanza, dei tre membri che toccherebbero all'opposizione al vertice di viale Mazzini, due erano riservati al Pd (e se i margheritini si stavano battendo per Rizzo Nervo, i veltroniani miravano a far eleggere l'ex assessore capitolino Gianni Borgna) e uno all`Udc.
Adesso c'è il rischio, anzi la certezza - se si decidesse di andare regolarmente in commissione a votare il cda - che Di Pietro, fallita la presidenza della commissione, chiederà al leader del Pd, per il suo partito, uno di quei posti. Così alla fine, capolavoro dei capolavori, Veltroni non solo avrebbe perso la presidenza della Vigilanza, ma si ritroverebbe anche senza un diessino al vertice della Rai di stato. "E` stata fatta una battaglia senza un minimo di coerenza", accusano i diversi fronti interni di largo del Nazareno. E ieri, nei capannelli dei deputati, a Montecitorio, era tutto un analizzare i motivi che hanno condotto a una simile disfatta. Chi accusava Veltroni di aver sottoposto alla discussione del gruppo, facendolo così naufragare tra veti e accuse velate, l'intesa tra Bettini e Letta che prevedeva Pietro Calabrese alla presidenza e Stefano Parasi alla direzione generale.
Poi, il secondo fallimento quando l'abbinamento con Gaetano Pecorella alla Consulta "è stato fatto naufragare con le accuse rivolte dalla Finocchiaro". Poi, tralasciando gli avvertimenti a chiedere per tempo, a Di Pietro, una rosa di nomi. Infine, "dopo l'elezione di Villari, invece di dire subito: si deve dimettere, si è messo a fare il suo portavoce: mi ha detto che si dimetterà...". Circola molto veleno antiveltroniano, all'interno del Pd. "Non penso che sia colpa di Veltroni - dice Beppe Giulietti, indipendente dell'Idv - ma di sicuro Berlusconi si starà rotolando dalle risate sui tappeti di Arcore per la genialità della sua strategia.
Fossi l'Idv, e non lo sono, proporrei subito una rosa di nomi, anche di altri partiti, da Colombo a Zaccaria, da Tabacci e Donadi, per costringerli a venire allo scoperto, a dire no a tutti". Di sicuro, al momento è impossibile l'elezione del nuovo presidente al posto di Petruccioli (occorrono due terzi dei voti), ma ieri molti davano per certa quella del cda, "a quel punto si lavorerà con il consigliere anziano, come è già stato in passato".
E del resto, se Di Pietro è pronto a bussare, minaccioso, alla porta di Veltroni, l`Udc avverte che non è il caso di provare a fare giochi sulla sua pelle. "Abbiamo fatto una partita corretta, i nostri rappresentanti si sono sottratti a tentativi di condizionamento che pure ci sono stati - rivela Roberto Rao, membro della Vigilanza - adesso non ci si venga a fare le stesse proposte della Bindi, che dice di lasciare per protesta i posti in commissione. Un gesto inutile, dannoso. Proviamo con le proposte serie, basta con questo gioco dell`oca".







