“IL MATTINO” RICORDA: “QUANDO TONINO VOLEVA MAUTONE ASSESSORE” - NIENTE DOMANDE SU DI PIETRO. I GIUDICI: “QUELLO CHE DICE LA STAMPA NON INTERESSA” - BREVE BIOGRAFIA, GRANDI MIRACOLI E PICCOLE VIRTÙ DEL GIOVANE CRISTIANO…
1 - "QUANDO TONINO VOLEVA MAUTONE ASSESSORE"
Paolo Mainiero per "Il Mattino
Successe dieci mesi fa. Bassolino era alle prese con il rimpasto e il suo telefono squillava a ripetizione. Dall'altra parte, Antonio Di Pietro. Il leader dell'Italia dei Valori chiedeva un posto in giunta, ma il governatore si oppose. E un giorno Bassolino raccontò ai suoi assessori dello scontro avuto con Di Pietro che insisteva per un assessorato, in particolare quello lasciato libero da Enzo De Luca, dimessosi per candidarsi al Senato.
De Luca (Pd) aveva la delega ai Lavori pubblici e Di Pietro fece a Bassolino il nome di Mario Mautone, l'ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise che ad agosto 2007 l'allora ministro aveva trasferito al ministero delle Infrastrutture quale responsabile della direzione centrale dell'edilizia abitativa. Il no di Bassolino alla richiesta di Di Pietro fu fermo e fu dettato da un principio stabilito con i partiti della coalizione alla vigilia delle regionali del 2005: avrebbero avuto un assessorato solo i partiti che avessero eletto almeno due consiglieri. L'Idv ne elesse uno solo e restò fuori.
Bassolino si mantenne fedele alla sua linea anche quando l'Italia dei Valori passò da uno a quattro consiglieri grazie al passaggio nel suo gruppo di un ex Udeur, un ex socialista del Nuovo Psi, un ex repubblicano. Fatto sta che da quello scontro sull'assessorato il rapporto tra Bassolino e Di Pietro si è definitivamente rotto. Il leader dell'Italia dei Valori da allora insiste per le dimissioni del governatore e il 13 marzo scorso, di fronte al nuovo attacco di Di Pietro, Bassolino intervenne personalmente per rispondere alle accuse.
«Capisco - disse - la insistente aspirazione dell'Idv, da tre anni fino ad oggi, di entrare in giunta. Ma non si può fare. L'Italia dei Valori ha eletto un solo consigliere e la situazione non può ritenersi cambiata per l'ingresso nel gruppo di altri consiglieri provenienti da altri partiti».
2 - MAUTONE INTERROGATO, DOMANDE SU TUTTO TRANNE CHE SUI RAPPORTI CON L'EX MINISTRO E COL FIGLIO CRISTIANO: "QUELLO CHE DICONO I GIORNALI NON CI INTERESSA".
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il Giornale"
Ore e ore di interrogatorio per il provveditore Mario Mautone, e nemmeno una domanda sui suoi rapporti con Cristiano Di Pietro ed, eventualmente, col papà Antonio. Ovvero con colui che lo trasferì per motivi «punitivi» al ministero a Roma - così dice Tonino - «non appena ebbe le prime avvisaglie di un'inchiesta» che nessuno conosceva.
Nessuna domanda nemmeno sui rapporti col capo della segreteria dell'ex ministro. Niente sui favori chiesti da Di Pietro jr. Ai magistrati di Napoli che lo interrogano «non importa nulla di quello che scrivono i giornali». E così la complessa vicenda dei rapporti tra Cristiano Di Pietro e Mautone, e la probabile fuga di notizie che fece sì che Antonio Di Pietro sapesse che il funzionario era indagato già a fine luglio del 2007, scivola via dal verbale e non viene più contestata dai magistrati napoletani.
Questo il passaggio saliente, che smentisce un'altra volta ancora Di Pietro senior.
Pm: «(a proposito delle tariffe regionali, ndr). Che il suo trasferimento datava...».
Mautone: «10 agosto».
Pm: «Però era già in procinto... lo sapeva dal marzo precedente e quindi non è cascato così a sorpresa sulla sua testa il trasferimento».
Mautone: «Ma non è un trasferimento punitivo come hanno scritto, insomma».
Gip: «Va bene, questo non interessa».
Pm: «No, questa è proprio una cosa che francamente non ci interessa proprio».
Gip: «Quello che scrivono i giornali non va bene».
Parla per ore, Mario Mautone, pressato dai magistrati che gli chiedono conto di tutto. Le domande quella mattina restano alla larga da quel tema, che pure investe una questione cruciale: l'origine della fuga di notizie sull'indagine. E quando lo sfiorano, sono le toghe a deviare altrove la conversazione.
«NON HO MAI PRESO UN SOLDO» - I magistrati domandano a Mautone in che qualità abbia dato quel parere sulle tariffe per la manutenzione stradale che rialzava i prezzi che il Comune avrebbe versato per il Global Service. E lui replica candido che l'ha fatto «da esperto, da libero professionista, per un rapporto personale». E ancora: «Nugnes mi chiese se gli potevo dare una mano, come ho sempre fatto, perché la mia disponibilità è sempre stata piena con chiunque e dovunque (...). Non sono mai stato pagato per questa consulenza, mai ho accettato soldi».
Se ha fatto quel che ha fatto «è solo per il buon rapporto e la stima che avevano per me. Per questo Nugnes mi chiamava». Le toghe chiedono quali fossero i suoi rapporti con Romeo, visto che all'imprenditore Mautone chiese l'assunzione di due conoscenti. Lui glissa, minimizza. «L'avevo conosciuto ad aprile, mi sembrava normale chiedere a lui una mano. Anche l'assunzione per il figlio del portiere l'ho chiesta per aiutare quel ragazzo che si stava perdendo, piangeva, cercava lavoro ed era stato pure arrestato». Mautone respinge anche l'addebito di aver passato documenti all'ex assessore Giorgio Nugnes, suicida a fine novembre.
3 - QUANDO CRISTIANO ESULTAVA: "PAPÀ, DEVI ARRESTARLI TUTTI...
Filippo Facci per "Il Giornale"
Cristiano Di Pietro è nato il primo ottobre 1973 a Vasto, in Abruzzo, al confine col Molise. Per andarci, sino a poco tempo fa, si doveva prendere l'autostrada adriatica e uscire a Vasto Sud: ora, dopo che Di Pietro è stato ministro delle Infrastrutture, l'uscita ha cambiato nome ed è diventata «Montenero di Bisaccia/Vasto Sud». Antonio Di Pietro aveva conosciuto Isabella Ferrara, la futura moglie, durante una delle ultime licenze da militare. Fu un matrimonio riparatore: apprese che era incinta nel febbraio del 1973 e si sposarono il 7 aprile successivo.
Di Pietro si presentò in chiesa con basettoni, vestito nero attillato, papillon, calze bianche e cinturone. Dopo un viaggio di nozze di dieci giorni (Roma-Rimini-Svizzera) con tanto di colonna sonora dell'idillio (Montagne verdi di Marcella Bella) lui andò subito a Milano perché aveva vinto il concorso in Aeronautica. Lei presto l'avrebbe raggiunto, ma voleva assolutamente partorire a Vasto, nella sua terra: quando accadde, purtroppo, papà era appena ripartito.
Di Pietro decise di smettere di fumare e si fece crescere la barba. Una foto dell'epoca lo mostra in scarpe bianche, pantaloni bianchi, giacca bianca, cravatta bianca e camicia nera. Nell'appartamento definitivo, a Lurago d'Erba, 35 chilometri da Milano, andarono nel giugno 1974, ma poi comprarono casa in un paesino adiacente, Lambrugo. Stando alle biografie, Di Pietro passava ore e ore con Cristiano: gioco preferito, secondo il figliolo, era «la lotta». Era un bambino buono: aveva preso il fisico dal padre e il carattere dalla madre.
Papà ogni tanto si arrabbiava perché il bimbo era poco ambizioso: da grande, diceva, voleva fare il camionista. «Mi ricordo», ha rammentato Cristiano, «quella volta che mi ha regalato un orsacchiotto, Gelsomino. Mi raccontava che andava nelle foreste dell'Amazzonia».
Orsi in Amazzonia: questo nel lasso di tempo che secondo la leggenda vide Di Pietro laurearsi in giurisprudenza (1974-1978) e diventare vicecommissario e poi addirittura magistrato. Fu nel periodo successivo che la storia con Isabella cominciò a scricchiolare. Di Pietro, da neo magistrato, fu destinato a Bergamo e si prese due stanzette in città, in via Mazzini.
Decisero per la separazione, e qui accadde qualcosa che la moderna giurisprudenza non sa spiegare: il padre reclamò Cristiano, che aveva quasi dieci anni, e vinse lui. Vendette la sua parte di casa a Isabella, e salutò.
Dopo un periodo un po' allegro, nei ranghi di certa Bergamo-bene, Di Pietro conobbe la neo futura moglie Susanna Mazzoleni. Lui 34 anni, lei 31: alta, robusta, originaria di Rota Imagna, figlia di Arbace Mazzoleni, classe 1916, ex ufficiale dei carabinieri e rinomato avvocato: Susanna era un cremino di quella borghesia bergamasca che odia Milano e non ci vivrebbe mai, e per Di Pietro rappresentava un nuovo status sociale.
Lui, ovviamente, rimase attaccatissimo a Cristiano: e infatti, il 13 giugno 1987, quando andò a Montenero per il funerale del padre Giuseppe (travolto da cinque balle di fieno mentre scaricava un trattore) in auto con lui c'è solo il figlio. I rapporti tra Susanna e Cristiano furono a dir poco pessimi. Litigavano. Forte. Da una biografia di Gigi Moncalvo (Edizioni Paoline, 1992) Di Pietro espunse di proprio pugno una parte dove si accennava a faccende di frigoriferi divisi e di linee telefoniche separate.
Il padre disse al figlio che doveva andare in collegio. Lui puntò i piedi, ma dovette cedere, anche perché di tornare a Lambrugo dalla madre aveva ancor meno voglia.
Decisero per il convitto Esperia di Bergamo, dove stette per due anni.
Dalla citata biografia di Moncalvo, Di Pietro tagliò questa opinione di Isabella Ferrara sulla Mazzoleni: «Non posso certo stimarla per il modo in cui si è comportata con Cristiano: prima l'ha convinto ad andare a vivere con lei e Di Pietro. Poi, una volta nata la bambina, l'ha abbandonato a se stesso». Tagliata anche questa opinione di Cristiano: «Io e Susanna siamo come cane e gatto. Lei è gelosa di me perché vede che io e papà siamo così uniti. Infatti è questo il motivo che mi ha fatto andar via di casa scegliendo il convitto».
Poi Mani pulite, e tutto che va improvvisamente a meraviglia. Cristiano ottiene di fare la maturità in solitaria e riesce finalmente a passare. A Milano vince il concorso di polizia col primo posto su centocinquanta partecipanti, e papà interviene alla cerimonia. Cristiano, in un'intervista rilasciata dopo il giuramento, dice: «Imparare a sfondare una porta, come mettere le manette, in che modo presidiare un posto di blocco, è quello che mi attira di più in questo lavoro».
Papà ottiene un equo canone dietro piazza della Scala dalla Cariplo di Sergio Radaelli, segretario del sindaco Paolo Pillitteri, e ci piazza Cristiano: questo nonostante il contratto vietasse tassativamente qualsiasi tipo di subaffitto. Intervistato proprio in quella casa, con lo stemma della Procura appeso in corridoio, e la maglietta «Milano ladrona, Di Pietro non perdona», Cristiano disse: «Da una parte non vedo l'ora che finisca questa inchiesta per poter tornare a giocare a calcio con lui; dall'altra, non vedo l'ora che spacchi il culo a tutti. Glielo dico sempre: rompigli il culo, papà. Sono un suo tifoso, ho comprato le magliette di Mani pulite, pure i palloncini».
Papà, invece, gli stava per comprare una casa, a Curno, con i famosi 100 milioni «prestati» da Giancarlo Gorrini, lo stesso imprenditore ex inquisito che a Cristiano aveva dato un misterioso stipendio senza lavorare.
Poi, il 28 aprile 1994, durante il processo Cusani, tra una sospensione e l'altra ecco il colpetto di scena: si trova una bomba in aula. È un affare di famiglia: la scopre Cristiano Di Pietro, anche se è solo una bombetta a mano, da esercitazione, una specie di petardo per soldati di leva. I giornali ovviamente enfatizzano: chi non racconterebbe una storia così? Il giudice buono stava per condannare il cattivo, ma un'associazione di altri cattivi ha messo una bomba; ma ecco, il figlio del giudice buono accorre, e lo salva.
Il cattivo, Sergio Cusani, beccherà otto anni. Di tutto il resto si è già scritto. Cristiano, da poliziotto, ottiene l'avvicinamento a Vasto: e non si sa come. Diventa consigliere provinciale a Campobasso: e si sa come. Bussa dal padre, ministro, per perorare la costruzione di un parco eolico in Molise. Va a vivere a Montenero, in una casa venduta dal padre, e sposa Lara, che di cognome fa Di Pietro. Nel nome del padre.







