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INVITO A CENA (CON IL LODO) – MAZZELLA: “INVITERò ANCORA IL PREMIER A CENA. POTREI FARE ELENCO DI MIEI COLLEGHI CHE HANNO RICEVUTO PERSONALITà DELLO STATO” – DI PIETRO: “COME LA P2” - GIUDICE NAPOLITANO: “TENTATA INTIMIDAZIONE”…

1 - "Inviterò ancora il premier a cena"...
l. mi. per "la Repubblica"

Di Pietro, alla Camera, ne chiede le dimissioni, assieme a quelle del suo collega della Consulta Paolo Maria Napolitano e del Guardasigilli Alfano, ma l´alto giudice Luigi Mazzella per tutta risposta scrive al premier e gli dice: «Caro Silvio ti inviterò ancora».

LUIGI MAZZELLA E MOGLIE - Copyright PizziLUIGI MAZZELLA E MOGLIE - Copyright Pizzi

Alla famosa cena di metà maggio a casa di Mazzella, confermata dal ministro per il Rapporti col Parlamento Elio Vito, in cui si ritrovarono il Cavaliere, Alfano, Letta, i presidenti delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato Bruno e Vizzini. Per parlare di una bozza di riforma della giustizia scritta dal medesimo Mazzella.

Il giudice, ex Psi, ex ministro della Funzione pubblica con Berlusconi, va in collera: «Molti miei attuali colleghi ed emeriti della Corte hanno sempre ricevuto nelle loro case, come è giusto che sia, alte personalità dello Stato e potrei farne un elenco chilometrico».

L´Idv, il primo partito a reagire scandalizzato per la cena tra il premier e i due giudici della Corte che il 6 ottobre deciderà sul lodo Alfano (la legge fatta dallo stesso Berlusconi per bloccare tutti i suoi processi), considera Mazzella «reo confesso» e si appella al capo dello Stato e al presidente della Consulta perché intervengano «su un fatto grave che mortifica credibilità, sacralità e autonomia della Corte». Con un´interpellanza urgente la cena arriva in Parlamento. Dove lo scontro tra Di Pietro e il centrodestra è inevitabile.

LA PELATA DI ANGELINO ALFANO - copyright PizziLA PELATA DI ANGELINO ALFANO - copyright Pizzi

Nell´ora morta del question time Di Pietro scandisce: «Non si saprà mai se la decisione sul lodo Alfano sarà il frutto di un´autonoma scelta della Consulta o della riunione carbonara e piduista tra i due giudici e il premier pluri-inquisito». Vito, Maria Stella Gelmini, Sandro Bondi guardano il vice presidente di turno Buttiglione sperando in un intervento. Niente da fare.

Replica Vito che conferma l´incontro «conviviale» con tanto di mogli. Di Pietro insiste sulle dimissioni. Bondi si scatena: «È solo lei che infanga l´Italia, si vergogni». E ancora «vergogna, vergogna». Gli danno man forte Salvatore Cicu («Come si può permettere di usare questi termini?») e Roberto Tortoli («Sei l´unico reo confesso qua dentro»).

SILVIO BERLUSCONI - copyright PizziSILVIO BERLUSCONI - copyright Pizzi

Di Pietro in Transatlantico conferma: «In casi simili i giudici ordinari devono astenersi e possono essere ricusati. Quello di Mazzella è solo un atto di superficialità o piuttosto la precisa volontà di calpestare etica e diritto?». La Pd Anna Finocchiaro non ha dubbi: «Non sta bene invitare a casa propria qualcuno sul quale si è chiamati a decidere. Un magistrato della Consulta non dovrebbe mai farlo». La attaccano due del Pdl, Stracquadanio e Fasano, parlando di un suo pranzo con un giudice della Corte.

Tre ore dopo esplode Mazzella. Una lettera a Berlusconi inviata in copia all´Ansa. «Ritengo in buona fede di essere un uomo libero in un paese ancora libero e di avere il diritto umano di invitare a casa mia un amico di vecchia data quale tu sei», cioè Berlusconi. La cena non gli pare «un misfatto».

Ne farà ancora. E scrive: «Caro Silvio, quella non era la prima volta che venivi a casa mia e non sarà neanche l´ultima fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali».

2 - Il giudice Mazzella scrive a Berlusconi: "Siamo oggetto di barbarie"...
Da "la Repubblica"

Di PietroDi Pietro

"Caro Presidente, caro Silvio, ti scrivo una lettera aperta perché sto cominciando seriamente a dubitare del fatto che le pratiche dell'Ovra (la polizia segreta fascista, ndr) siano definitivamente cessate con la caduta del fascismo". "Ho sempre intrattenuto con te - scrive Mazzella - rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto.

A casa mia, come tu sai per vecchia consuetudine, la cena è sempre curata da una domestica fidata (e basta!). Non vi sono cioè possibili 'spioni', come li avrebbe definiti Totò. Chi abbia potuto raccontare un fantasioso contenuto delle nostre conversazioni a tavola inventandosi tutto di sana pianta - è sottolineato nella lettera - resta un mistero che i grandi inquisitori del nostro Paese dovrebbero approfondire prima di lanciare accuse e anatemi. La libertà di cronaca è una cosa, la licenza di raccontare frottole ad ignari lettori è ben altra! Soprattutto quando il fine non è proprio nobile".

Giorgio Napolitano - Copyright PizziGiorgio Napolitano - Copyright Pizzi

"Caro Silvio, a parte il fatto che non era quella la prima volta che venivi a casa mia e che non sarà certo l'ultima fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali, mi sembra doveroso dirti per correttezza che la prassi delle cene con persone di riguardo in casa di persone perbene non è stata certo inaugurata da me ma ha lunga data nella storia civile del nostro Paese. Molti miei attuali ed emeriti colleghi della Corte Costituzionale hanno sempre ricevuto nelle loro case, come è giusto che sia, alte personalità dello Stato e potrei fartene un elenco chilometrico".

"Caro presidente - conclude la lettera -, l'amore per la libertà e la fiducia nella intelligenza e nella grande civiltà degli italiani che entrambi nutriamo ci consente di guardare alla barbarie di cui siamo fatti oggetto in questi giorni con sereno distacco. L'Italia continuerà ad essere, ne sono sicuro, il Paese civile in cui una persona perbene potrà invitare alla sua tavola un amico stimato. Con questa fiducia, un caro saluto".

3 - GIUDICE NAPOLITANO,TENTATA INTIMIDAZIONE - NON MI ASTENGO NE' MI DIMETTO, REAZIONE SPROPOSITATA SU CENA...
(Ansa) - Come il suo collega Luigi Mazzella il giudice costituzionale Paolo Maria Napolitano non ha intenzione di astenersi dalla seduta della Corte che il 6 ottobre decidera' sul lodo Alfano. Anzi, contattato telefonicamente dall'ANSA, Napolitano dice di ritenere che la richiesta di dimissioni, avanzata dall'Idv nei confronti dei due giudici che hanno partecipato alla cena con il premier Berlusconi e con il ministro della Giustizia Alfano, 'possa essere interpretata come un tentativo di intimidazione'. E giudica una 'reazione spropositata' quella suscitata dalla notizia della cena col premier.

Se gli si chiede a quale genere di intimidazione si riferisca, Napolitano spiega: 'Non sono un dietrologo. Sto ai fatti, e cioe' che c'e' stata una reazione violenta e sproporzionata rispetto al tipo di contestazione. E la contestazione quale era? Quella di essere andato a cena col presidente del consiglio in carica?' Secondo Napolitano, consigliere di Stato ex capo di gabinetto di Gianfranco Fini, nominato giudice costituzionale dal Parlamento nel 2006, 'alcuni per ignoranza, altri per malafede hanno confuso e confondono il ruolo del giudice costituzionale con quello di normali Tribunali, Corti di appello etc.

E' chiaro che un giudice di Tribunale non puo' andare a cena, pranzo o colazione con persone che deve giudicare. Ma in questo caso e' diverso: noi - sottolinea - non giudichiamo mica il presidente del Consiglio dei ministri, noi giudichiamo sulle leggi. Poi di tutte le leggi ci sono coloro che ne beneficiano e coloro che invece vengono danneggiati da certe pronunce, ma e' un effetto indiretto. Il giudice costituzionale - puntualizza ancora Napolitano - non e' un giudice ordinario e non fa parte dell'ordine giudiziario. Basta leggersi la Costituzione!'.

 

 
[02-07-2009]