"Lost in Pd" - UN LIBRO-LAPIDE SUi dispersi delLA sinistra - MARCO DAMILANO MARAMALDEGGIA SUL CADAVERE ANCORA CALDO: LA "WALTERLAND" DEL MAESTRO VELTRONI TRA intellettuali che LO APPELLANO "MAESTRO", STARRING CERAMI, FUKSAS, Van Straten...
Intellettuali - capitolo tratta da "Lost in Pd" di Marco Damilano
Lost in Pd
Hanno due televisioni, due giornali, una rete di siti Internet che non finisce più. E poi una pletora di fondazioni, riviste, think tank, cenacoli. Cosa manca? La materia prima, si direbbe. Quella che aveva fatto pronunciare tanti anni fa a un politico intellettuale come Aldo Moro una profezia ancora irrealizzata: «Il potere diventerà sempre più irritante e scostante, e varrà solo un'idea comunicata per tramite discreto e umanamente rispettoso». Nel Pd il potere non c'è più, a ogni tornata elettorale cade un pezzo, il governo, il Campidoglio, la Sardegna, ministeri, sottoministeri, la Rai... Ma non c'è neppure l'Idea, anzi, un'idea. Neppure il Pensiero, anzi, un pensiero.
È il fallimento peggiore del Pd: l'egemonia culturale è un ricordo del passato, gli intellettuali cambiano casa, si allontanano dal Partito democratico. Nulla di paragonabile al travaglio dell'intellighenzia rossa che accompagnò il passaggio dal Pci al Pds, quando Fabio Mussi, l'addetto alla cultura del partito, affrontò i pensatori orfani della falce e martello: «Vi stiamo togliendo il bambolotto di pezza». Né organici, né disorganici: gli intellettuali nel Pd sono semplicemente inesistenti. Il partito nuovo o il nuovo partito, il partito del XXI secolo, il nuovo modello di sviluppo... la scatola ruota su se stessa, incapace di produrre un contenuto.
Eppure, appena dieci anni prima, avevano eletto Walter Veltroni a loro mecenate, principe protettore delle lettere e delle arti. Lui li convocava, loro accorrevano. Tutti insieme. La vecchia guardia, i maître storici: Alberto Asor Rosa, Luciana Castellina, Angelo Guglielmi. I giovani scrittori: Maurizio Maggiani, Fulvio Abbate, Sandro Veronesi, Marco Lodoli, Valerio Magrelli.
marco damilano
I registi di ultima generazione: la romana Francesca Archibugi, il livornese Paolo Virzì. Nell'ultimo periodo di Veltroni sindaco di Roma si era aggregato pure Federico Moccia, autore di bestseller come Tre metri sopra il cielo e Scusa ma ti chiamo amore, pariolino e dichiaratamente di destra, ma pazzamente innamorato del leader democratico: «È una persona reale, concreta, sincera».
Tutti alla corte di Walter, come se fosse la Camelot kennediana. Tutti in pista per l'assemblea costituente del Pd, infilati come delegati nella storica prima volta del partito veltroniano. Tremila persone, quasi tutte portate dai vecchi partiti, ma con una robusta iniezione di registi, musicisti, scrittori, attori, tutti targati Veltroni. Ennio Morricone, Mimmo Calopresti, Ferzan Ozpetek, Massimo Ghini, Simona Marchini, l'immancabile Ettore Scola, la terrazza romana al gran completo. E poi Moni Ovadia, Lidia Ravera, Neri Marcorè, Sandro Veronesi, Vittorio Gregotti, Massimiliano Fuksas.
Walter Veltroni«Il Walterland», li definisce Filippo Ceccarelli su Repubblica. Creato dal leader, al punto che chiamati a eleggere il successore di Veltroni quasi tutti i vip preferiranno disertare l'assemblea. Da terra di Walter a terra di Nessuno.
Uno di loro viene promosso a ministro ombra dei Beni culturali, a portare la voce degli intellettuali nel partito. È lo scrittore Vincenzo Cerami, sceneggiatore di Benigni, allievo di Pasolini, grande amico di Walter. Nello shadow cabinet lo trattano con deferenza, come un guru. Lo chiamano «maestro». Ogni tanto qualcuno gli chiede un'opinione. Lui, il Maestro, tace e ascolta.
E quando parla è ancora peggio: nel primo faccia a faccia con il ministro Sandro Bondi manda in soffitta Gramsci: «Con Gramsci ho fatto colazione, pranzo e cena per trent'anni, se ci prendiamo una pausa non è male. Gramsci lo metto sul comodino e mi guardo intorno. Non possiamo guardare sempre indietro». Parole sante, Maestro: ma, riposto l'incolpevole Gramsci nel cassetto, cosa ci mettiamo sul tavolo dello studio?
Van STRATEN
Cerami ha le idee chiare: bisogna riscrivere l'alfabeto del Pd. «Basta con parole come ambiente, buongoverno, Costituzione. Basta, non se ne può più! La Costituzione ci esce dalle orecchie! Meglio A come amore, B come bellezza, C come coraggio...» tuona il ministro ombra. «È importante che la politica impari a essere lieve, che parli di felicità. Come diceva Pasolini, la società italiana ha perso allegria.»
Ah, ecco, ora tutto è chiaro. Sarà per questo che una serie di antipatici conservatori senza allegria cominciano a prendere le distanze dal Pd. Se ne va il nome più importante, Umberto Eco. Veltroni attacca la manifestazione di Di Pietro in piazza Navona? E l'autore del Nome della rosa, considerato da sempre l'intellettuale democrat per eccellenza, spedisce un messaggio agli organizzatori (il direttore di MicroMega Paolo Flores d'Arcais) per invitare a partecipare: «l'opposizione deve sempre esprimersi a voce alta se pensa che la maggioranza abbia torto».
Vincenzo Cerami
Nanni Moretti a piazza Navona ci va e scappa via schifato. Un segnale incoraggiante per Veltroni? Dovrebbe essere così, ma il regista più sensibile agli umori della sinistra resta zitto per mesi. E quando parla, in autunno, fa male anche lui: «Il Pd aveva messo in moto speranze e attese, mi pare che per ora le abbia frustrate», taglia corto Nanni alla festa del Cinema di Torino. «Per un elettore di sinistra conta, in senso negativo, la mancanza di reattività nei confronti dell'aggressività culturale della destra. C'è paura non solo di affermare una propria identità ma anche di mettere paletti. Ecco, quella che viene punita è l'inadeguatezza.»
Una delusione che unisce scrittori di tutte le età. Andrea Camilleri fino a poco tempo prima recensiva entusiasticamente i romanzi di Veltroni («La straordinaria qualità di Veltroni narratore consiste in questo continuo scorrere quieto... La felicità della scrittura di Veltroni si potrebbe dire, parafrasando Montaigne, consiste proprio nella facilità, nell'utilità e nel piacere del suo esercizio», scriveva sull'Unità). Sul Veltroni segretario del Pd è meno aulico: «Ha paura della piazza, è tutto un distinguo, agisce come se esistessero ancora gli elettori, non ci sono più, temo». E rifiuta di essere associato al Pd: «Quale scrittore vorrebbe un'etichetta addosso? Quell'etichetta, poi! Legata al potere, all'inamovibilità».
Anche il più giovane Roberto Saviano, lo scrittore italiano più famoso nel mondo con Gomorra, si defila. Veltroni lo corteggia, lo cita in ogni intervento, annuncia che parteciperà alla scuola di legalità del Pd, organizzata in fretta e furia dopo i suicidi e gli scandali napoletani. «Ho parlato a lungo con Roberto e mi ha detto che aderirà al progetto della scuola per il Mezzogiorno», assicura il leader. Subito smentito dall'interessato: «Sarò lieto di tenere una lezione alla scuola di formazione a condizione che il Pd si impegni a portare avanti un doveroso percorso di azzeramento della classe dirigente (meridionale e non solo) collusa e compromessa». A
lla fine non si fa né la scuola, né la lezione di Saviano, né l'azzeramento «doveroso» della classe dirigente, ma questo è ovvio. E il poeta Valerio Magrelli compone la sua «poesia di congedo»: «Un bel paio di guanti, ma fallati (o fatati?): / quello sinistro tende a rovesciarsi, / col dentro che va in fuori. / L'altro no. / E alla fine si resta con due destre».
Se il Pd rivoltato è solo un berlusconismo fallato, una destra più moscia, i nuovi chierici non hanno neppure bisogno di tradire, tanto la Chiesa di riferimento non c'è più. E gli ultimi intellettuali organici finiscono dove devono finire: nel consiglio d'amministrazione Rai. Il pomeriggio di mercoledì 18 febbraio, a dimissioni di Veltroni appena ufficializzate, i parlamentari democratici della commissione di vigilanza che deve nominare i nuovi amministratori di viale Mazzini vengono convocati da Franceschini nella sede del Pd. «Questi sono i nomi, è l'ultima cosa che Walter ci chiede...» informa il numero due del partito (ancora per poco).
Nell'elenco c'è la new entry Giorgio Van Straten: come scrittore lo conoscono in pochi, come cacciatore di poltrone non è secondo a nessuno. Presidente dell'Orchestra regionale toscana, consigliere d'amministrazione della Biennale di Venezia, presidente dell'Agis, sovrintendente della fondazione Teatro del Maggio musicale fiorentino, presidente del Palaexpo di Roma, che gestisce il Palazzo delle Esposizioni, le Scuderie del Quirinale, la Casa del Jazz e la Casa del Cinema...
L'ultimo erede della Terrazza, il film di Ettore Scola sulla Roma tutta premi letterari e cenacoli culturali, case in Umbria e ville a Sabaudia. Una casa a Sabaudia, precisamente, l'affitta ogni anno anche Van Straten, insieme agli amici Andrea Salerno (ex Rai, oggi Fandango) e Walter Veltroni, che lo ha seguito in ogni passo e in ogni nomina. E che prima di dimettersi lo ha piazzato anche in Rai, il suo affetto più caro. Che allegria, che felicità, come direbbe
Cerami.







