ORA TONINO TREMA: L’EX PM CONTRO IL SUO POPOLO DURO E PURO BACIA IL “ROSPO” PLURI INDAGATO DE LUCA E CHIEDE AIUTO A BERSANI (E NON SOLO) - DE MAGISTRIS MESSO ALL’ANGOLO: “È ENTRATO PAPA… È USCITO PARROCO” - LO STRANO GIOCO DI GENCHI: AL CONGRESSO DELL’UNICO PERSONAGGIO (DI PIETRO) CHE NON HA SUBITO DANNI DALL’AVER INTRATTENUTO RAPPORTI CON SALADINO, PER DE MAGISTRIS IL DEUS EX MACHINA DEL COMITATO D’AFFARI DI WHY NOT -
1 - DI PIETRO ADESSO CHIEDE AIUTO: HA PAURA...
Francesco Cramer per "Il Giornale"
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congresso italia dei valori di pietro jpegLa metamorfosi dell'Idv imposta dal suo padre-padrone Di Pietro passa attraverso tre bocconi, in verità mal digeriti da un pezzo importante di partito: la sconfessione della piazza urlante; la ricerca di un'alleanza privilegiata con il Pd; il bacio al «rospo» De Luca. In occasione del primo congresso-patacca della sua creatura, Tonino ha parlato di «svolta». «Siamo pronti a un altro governo per il Paese - ha arringato il popolo dei delegati nella pancia dell'immenso hotel Marriott di Roma -.
Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza, che ci voleva a un regime piduista, ma ora siamo alla svolta». La citazione borrelliana è un richiamo alle radici ma adesso i frutti devono essere altri. Di Pietro sembra essersi stufato di solleticare la piazza manettara e di brandire la forca perché «è finito il tempo della sterile protesta e comincia quello della grande responsabilità di governo».
L'aveva detto pure venerdì, davanti al segretario del Pd Bersani, che poi era corso ad abbracciarlo: «Urlare in piazza non basta più e io non voglio morire d'opposizione. Non posso aspettare che Berlusconi vada in pensione, voglio batterlo politicamente». Meno proteste e più proposte, insomma. L'ex leader di Mani pulite sembra essersi stufato dei Palavobis, dei girotondi, dei vaffa-day, dei no B-day e persino del popolo viola. Roba difficile da mandar giù per l'ala più movimentista dell'Idv che tra gazebo, megafoni e sit-in ci sguazza che è una meraviglia. Ma tant'è: così ha deciso il capo e nessuno osi contraddirlo.
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Il secondo piatto forte riguarda le alleanze e parte dal presupposto che in solitaria non si cresce, non si vince, non si governa. «Se accettiamo soltanto il voto di pancia si può prendere il 2 o l'8 per cento e da soli possiamo prendere uno o due punti in più. Ma facendo così consegniamo il Paese a Berlusconi». Quindi ben vengano gli abbracci con Bersani e il Pd, interlocutori privilegiati per «costruire l'alternativa».
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La realpolitik impone di uscire dal ghetto dell'opposizione radicale: «Tra noi molti dicono che non dobbiamo andare con nessuno... Ma da soli non si fanno figli...», ripeteva con pittoresca metafora Di Pietro, alla ricerca del nulla osta nel siglare patti per vincere il più possibile e in ogni dove. Patti con chi? Sebbene «io con Tabacci ci parlo volentieri, tutti i giorni», l'interlocutore privilegiato resta il Pd. E anche in questo caso capita che la base debba mandar giù roba indigesta: al dipietrino, spesso orfano dei partiti della sinistra radicale, piace molto di più un Vendola che un D'Alema. La riprova è che al congresso il candidato governatore della Puglia sia stato osannato manco fosse la Madonna: «Ni-chi, Ni-chi, Ni-chi».
Il terzo boccone, forse quello più pesante da inghiottire, riguarda l'appoggio al candidato piddino in Campania, Vincenzo De Luca. L'attuale sindaco di Salerno, fino a ieri considerato inaccettabile, impresentabile, mascalzone, è stato riabilitato con uno show magistrale. Quella che è stata definita la «svolta di Salerno» è arrivata in seguito a un processo-farlocco, culminato con una sentenza di assoluzione. Lo scontato verdetto è giunto per acclamazione (e non per voto, ndr) dopo la sceneggiata dipietresca del «vieni qui e convincici che sei pulito».
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De Luca è andato, da abilissimo tribuno ha fatto la sua arringa difensiva e s'è così guadagnato l'appoggio dell'(ex?) Torquemada-Di Pietro. «Ma come - si domandavano anche ieri molti delegati al congresso - noi che siamo gli unici a sventolare la bandiera delle mani pulite adesso la arrotoliamo sostenendo un imputato? Nemmeno indagato... Imputato!».
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Un altro poi ragionava: «Lo capiamo o no che così si crea un precedente? De Luca si difende dicendo che ha fatto quello che ha fatto per il bene comune. Ma chi lo stabilisce qual è il bene comune? Lui? L'unico bene comune è il rispetto delle regole. Capito? Regole. Re-go-le». Nonostante Tonino abbia costretto il suo popolo a baciare il «rospo» De Luca, è evidente che quest'ultimo, agli occhi dello stesso popolo, non si trasformerà mai in un principe.
2 - E IL DELFINO DEMAGISTRIS FU MESSO NELL'ANGOLO...
Goffredo Buccini per il "Corriere della Sera"
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Qualche voce maligna sussurra dal fondo del salone: «Era entrato papa, è uscito... parroco». Ha seguito in piedi e in un angolo le conclusioni di Tonino neopresidente, ha poi indetto una stizzita e irrituale conferenza stampa fuori tempo massimo, quando i delegati già avevano cappotti addosso e valigie in mano, quasi per dire: ci sono ancora.
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Di certo Gigi De Magistris, il delfino designato e ormai quasi spiaggiato, deve avere avuto modo di capire nei giorni del congresso dell'Idv perché mai uno come Di Pietro sia riuscito a risorgere almeno tre o quattro volte nella sua vita, fenice riemersa da veleni e scandali, invidie e rancori decennali.
Nell'angolo del salone Michelangelo in cui s'è ritrovato «Gigino Why Not», il presidente-fondatore lo ha spinto con poche mosse disinvolte, l'ultima delle quali vagamente condita di quel familismo che i militanti giustizialisti dicono di odiare tanto: ha fatto raccogliere dal cognato Gabriele Cimadoro centinaia di firme su una mozione che obbliga all'iscrizione al partito pena la sostanziale sparizione da congressi e assemblee; De Magistris, che sull'iscrizione aveva nicchiato per mesi, s'è affrettato a comunicare che prenderà la tessera ottenendo allora «un incarico»: quale, nessuno lo ha detto finora.
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Ma il destino dell'erede s'è consumato quasi tutto nella giornata clou di sabato, davanti agli alleati del centrosinistra e nel massimo dell'esposizione mediatica. Difficile non vedere nel filo lungo lasciato sul palco a Gioacchino Genchi un calcolo oltre che un azzardo. Lo «spione» che ha fatto indignare anche l'Italia non berlusconiana con le sue fole sull'aggressione al premier in piazza Duomo è, processualmente, l'altra faccia di De Magistris sul quale pesa, alla fine, la responsabilità politica dell'infelice comparsata. Di Pietro ha lasciato che Genchi fosse scuoiato per ore sulle agenzie e sui siti, ha lasciato che Gigino si sbilanciasse in sua difesa e poi lo ha sconfessato con cinque righe di comunicato al vetriolo.
Infine il colpo decisivo. De Magistris stava ancora domandandosi se cedere o meno al pressing dei molti che lo invocavano a gran voce candidato governatore in Campania al posto dell'inquisito De Luca, quando Di Pietro, a sorpresa, ha fatto apparire De Luca al congresso. È stata, per l'ex pm di Mani pulite, la mossa più avventurosa. Perché i delegati- che poche ore prima avevano dedicato ovazioni ai deliri di Genchi - avrebbero a rigor di logica potuto sommergere di fischi l'inquisito candidato del Pd.
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Lo hanno invece fatto santo. Per le sue indiscutibili qualità di tribuno e, soprattutto, perché benedetto da Tonino. Nell'Idv la pancia fa ancora premio sulla razionalità. E quando l'uomo di Montenero tuona nella sua neolingua «da soli non si fa figli... e mo' fallo!», per un ragazzo colto e beneducato come «Gigino Why Not» scocca l'ora di arrendersi.
3 - GENCHI, TONINO E QUEI BUCHI DI "WHY NOT"...
Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"
Ci sono giorni in cui uno è autorizzato a pensar male. Obbligato a fare due più due e a riflettere su certe inchieste e sugli effetti che producono sulla vita politica. Ieri è stato uno di quei giorni. Quando il superesperto informatico Gioacchino Genchi, consulente dell'ex pm catanzarese Luigi De Magistris in Why Not, s'è presentato al cospetto congressuale dell'unico personaggio (Antonio Di Pietro) che non ha subito danni politici o di immagine dall'aver intrattenuto rapporti con Antonio «Tonino» Saladino - considerato proprio da De Magistris il deus ex machina del comitato d'affari di Why Not - più di una persona ha sudato freddo.
Perché agli occhi dei tanti che hanno incrociato Saladino e da innocenti hanno avuto comunque la carriera e la vita rovinata, è stato un cazzotto allo stomaco vedere a congresso i protagonisti della discussa inchiesta catanzarese incentrata proprio su Saladino. Ecco perché, in tanti, hanno chiamato in redazione chiedendo di approfondire quel (poco) che era venuto alla luce sui rapporti fra il Tonino molisano e quello lametino.
Posto che non è mai stato trovato un riscontro alle indiscrezioni sull'esistenza di un'intercettazione esplosiva fatta dai carabinieri di Lamezia Terme; assodato che nonostante le voci sulla presenza del nome di Tonino Di Pietro nelle agende sequestrate a Tonino Saladino, quel riferimento non c'è fra le carte depositate; accertato che Di Pietro incontrò in diverse occasioni Saladino proprio mentre quest'ultimo era sotto indagine, intercettato e pedinato.
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Alcune cose poco chiare necessitano di spiegazioni, almeno secondo i tanti detrattori di Genchi, De Magistris e Di Pietro. Primo: perché, come nel caso Contrada, Di Pietro ha inizialmente negato di ricordare chi fosse Antonio Saladino? Secondo: perché Di Pietro non è stato interrogato per chiarire i suoi rapporti con Saladino, al pari dei tanti (vedi Mastella) che con Saladino ebbero rapporti, vennero indagati, salvo essere infine scagionati da giudici terzi che ritennero legittimi quei rapporti? Terzo: se Saladino era pedinato e intercettato nel periodo in cui incontrò Di Pietro, come mai non risulta un atto, un brogliaccio, un'intercettazione, un'informativa, in cui si fa riferimento, diretto o indiretto, all'ex pm di Mani pulite?
Il povero Saladino, il 5 dicembre 2008, riferì d'aver avuto più rapporti con Antonio Di Pietro «fino a quando, nel febbraio del 2006, mi è stato notificato il primo avviso di garanzia». Dopodiché Saladino preferì non incontrare più Di Pietro per evitargli problemi: «Confidai a un soggetto vicino a Di Pietro come fosse inopportuno l'incontro precedentemente fissato proprio per non creare imbarazzo all'onorevole. Di tutto ciò vi è ovviamente ampio riscontro nelle conversazioni intercettate».
Non è così. Fra le migliaia di telefonate depositate alle parti, quella in cui si parla di Di Pietro e di appuntamenti con il leader dell'Idv, come detto, non è depositata. E come nel caso delle foto con Contrada, Di Pietro non solo ha evitato di dire subito che conosceva e aveva incontrato per ben due volte Saladino (la prima in un viaggio in auto dall'aeroporto di Lamezia Terme a Catanzaro, la seconda a Roma) ma come se nulla fosse ha continuato ad attaccare tutti coloro (vedi sempre Mastella) che erano finiti sotto inchiesta per i contatti con Saladino. E ancora. Quando venne fuori questa storia dei due Tonino, dapprima il padre-padrone dell'Idv non ricordava «né il nome, né il volto, né chi sia questo Saladino». A meno che, metteva però le mani avanti, «non sia una di quelle migliaia di persone che mi si avvicinano in occasione delle campagne elettorali».
Guardacaso ci azzeccò. Era proprio uno a cui Di Pietro si rivolse sotto elezioni: si parlò di una candidatura di Saladino per l'Idv. Messo alle strette, Di Pietro ammise gli incontri con slancio ipergarantista: «Non so se questo Saladino abbia commesso qualcosa di penalmente rilevante e mi auguro che non sia così, i miei rapporti con lui non sono stati né opachi né illeciti. Solo incontri elettorali, senza alcun altro fine». E per dimostrare che non aveva niente da temere, Di Pietro auspicò «una ricostruzione profonda dei fatti contestati e dei rapporti fra le persone citate nelle inchiesta». Il consiglio ovviamente riguardava altri, visto che a lui nessuno ha mai chiesto niente.
Se la miglior difesa è l'attacco, in quell'occasione Di Pietro fu un centravanti di sfondamento eccezionale: «Non posso che augurarmi che Why Not vada avanti e buon senso vorrebbe che a proseguire le indagini fosse proprio De Magistris, il magistrato che, avendo iniziato l'indagine, conosce a menadito tutte le carte». Era talmente convinto che il pm di Why Not dovesse portare a termine l'inchiesta, che di lì a poco, proprio quando i giornali parleranno delle sue frequentazioni con Saladino, gli offrirà una poltrona in Parlamento. Lo confesserà lo stesso De Magistris: «Di Pietro mi ha chiesto se volessi candidarmi, gli ho detto di no perché voglio continuare a fare il magistrato». Per la cronaca, un anno dopo cambierà idea.
Di più: a sollevare dubbi sulle modalità d'indagine, il 19 marzo 2009, non fu «il solito Giornale», bensì La Stampa: «I detrattori di De Magistris, poi, scommettono che l'agenda di Saladino non sia stata sfruttata del tutto dal consulente Genchi. L'imprenditore della Compagnia delle Opere aveva rapporti con il presidente della commissione giustizia della Camera, Pino Pisicchio, dell'Idv. E con Aurelio Misiti, ex assessore regionale calabrese della giunta Chiaravalloti transitato nell'Idv».
Dall'agenda non uscì fuori Pisicchio, non uscì Misiti e nemmeno uno degli incontri con Di Pietro appuntati. Il consulente Gioacchino Genchi si è sempre difeso sostenendo d'aver svolto correttamente il compito affidatogli dal pm Luigi De Magistris. «Sfido chiunque a dimostrare il contrario» disse a chi scrive. Fino a prova contraria ha ragione Genchi, che proprio per non dare linfa ai suoi sempre più numerosi detrattori forse poteva evitare la passerella fra gli amici Luigi e Antonio.







