PEGGIO DI SCAJOLA! A FINI HANNO AFFITTATO LA CASA DI MONTECARLO A SUA INSAPUTA! - SCRIVE QUELLO CHE RESTA DI FINI: “QUALCHE TEMPO DOPO LA VENDITA HO APPRESO DA ELISABETTA TULLIANI CHE IL FRATELLO GIANCARLO AVEVA IN LOCAZIONE L’APPARTAMENTO. LA MIA SORPRESA ED IL MIO DISAPPUNTO POSSONO ESSERE FACILMENTE INTUITE" - MA SCARICARE SUI TULLIANI LA FIGURA DI MERDA NON SERVA A NIENTE. IN UN’INTERVISTA A “IL TEMPO” IL SENATORE ANTONINO CARUSO, CONSIGLIERE LEGALE DEL TESORIERE DI AN PONTONE, ASSICURA CHE “FINI ERA AL CORRENTE DI TUTTO” - DOPO ESSSERE STATO MOLLATO DAL CORRIERE, FINI HA CAPITO CHE ERA TUTTO FINITO - ORA SONO RIMASTI SOLO “REPUBBLICA” E IL TG DI MENTANA A FARE LA GUARDIA AL BIDONE - UN CONSIGLIO PER FINI: MEGLIO UNA FINE SPAVENTOSA CHE UNO SPAVENTO SENZA FINE
1 - UNA FIGURA DI MERDA! SCRIVE FINI - QUALCHE TEMPO DOPO LA VENDITA HO APPRESO DA ELISABETTA TULLIANI CHE IL FRATELLO GIANCARLO AVEVA IN LOCAZIONE L'APPARTAMENTO. LA MIA SORPRESA ED IL MIO DISAPPUNTO POSSONO ESSERE FACILMENTE INTUITE"
Ansa.it
"In quasi trenta anni di impegno parlamentare non ho mai avuto problemi di sorta con la giustizia e non ho assolutamente niente da nascondere né tantomeno da temere per la vicenda monegasca. Pertanto, chi spera che in futuro io sia costretto a desistere dal porre il tema della trasparenza e della legalità' nella politica è meglio che si rassegni".
fini montecarlo
FINI, ELI, GIANCARLO TULLIANI, LABOCETTA,
Gianfranco Fini in una lunga nota dice la sua verità per spiegare la vicenda della casa di An a Montecarlo, lascito al partito della vedova Colleoni, vicenda sulla quale il Giornale ha da giorni posto una serie di domande nella sua inchiesta.
"Un'inchiesta della magistratura accerterà se sulla vicenda della casa a Montecarlo sono state commesse irregolarità' o violazioni di legge. E' la ragione per cui mi sono fino ad oggi limitato ad affermare 'Ben vengano le indagini'. A differenza di altri non ho l'abitudine di strillare contro i magistrati comunisti...".
"La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite". Gianfranco Fini conclude così la nota, riferendosi al fatto che Giancarlo Tulliani, fratello della sua compagna Elisabetta, abbia in locazione l'appartamento. "La vendita dell'appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al notaio Aureglia Caruso e sulla natura giudica della società' acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla - scrive Fini - Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite".
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"Secondo molti la rilevanza che il caso ha assunto dovrebbe spingermi a chiarire rapidamente, senza attendere interrogatori e rogatorie internazionali, alcuni punti non facilmente comprensibili per l'opinione pubblica. Premesso che il caso è diventato tale per l'ossessiva campagna mediatica dei giornali berlusconiani, che fingono di ignorare che la vicenda non ha ad oggetto soldi o beni pubblici ma solo la gestione di una eredità a favore di AN., sento comunque il dovere di fare chiarezza per ciò di cui sono a conoscenza".
1) L'appartamento di Montecarlo (peraltro di modeste dimensioni) fu valutato, quando venne in possesso di A.N., circa quattrocentocinquanta milioni di lire e per tale valore fu regolarmente iscritto a bilancio. La stima fu fatta dalla societa" che amministra il condominio ed è stata spontaneamente esibita agli inquirenti insieme con gli altri documenti richiesti.
2) Chi ebbe modo di visitare l'appartamento, l'On. Lamorte e la Sig.ra Marino, mia segretaria particolare, riferirono che esso era in condizioni fatiscenti, inabitabile senza cospicue spese di ristrutturazione.
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3) Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o, per quel che mi risulta, all'amministratore Sen Pontone o ad altri proposte formali di acquisto.
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4) Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una societa" era interessata ad acquistare l'appartamento, notoriamente abbandonato da anni.
5) Verificato dagli Uffici di A.N. che l'offerta di acquisto era superiore al valore stimato (trecentomila Euro a fronte di quattrocentocinquanta milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per AN (spese di condominio ed altro), autorizzai il Sen. Pontone alla vendita come accaduto altre volte in casi analoghi.
6) Solo per restare nell'ambito dell'eredità Colleoni, alcuni terreni a Monterotondo, un appartamento ad Ostia ed uno in Viale Somalia a Roma furono venduti in tempi diversi con le medesime modalita".
In nessuna occasione, a partire dalle assemblee nazionali convocate secondo statuto per l'approvazione dei bilanci, alcun dirigente di A.N. contestò o sollevò perplessita" sulle avvenute vendite essendo evidente che la "giusta battaglia" cui faceva riferimento il testamento consisteva nel rafforzamento del partito anche attraverso nuovi introiti finanziari e non certo attraverso l'utilizzo di terreni o appartamenti (specie se all'estero) non necessari all'attività politica.
Fini Balotelli di Emiliano Carli per Il Riformista
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7) La vendita dell'appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al Notaio Aureglia Caruso e sulla natura giudica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla.
8) Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite.
CAPEZZONE: "LE PAROLE DI FINI NON SPIEGANO GRANCHÉ"
"Siamo garantisti verso tutti, ma non siamo ciechi. La cosiddetta 'spiegazione' fornita dal presidente Fini non spiega granché sulla ormai famosa vicenda della casa monegasca", afferma Daniele Capezzone, portavoce del Pdl. "Le spiegazioni si fermano proprio dove sarebbero dovute cominciare, e cioé sul punto che ha, diciamo così, suscitato 'sorpresa' anche nell'onorevole Fini - spiega Capezzone -
GIANFRANCO FINI UMBERTO CROPPI FABRIZIO ALFANO
Mettiamola così: nella nota si coglie solo un forte nervosismo e una certa insofferenza nei confronti delle domande poste dalla stampa. Strano atteggiamento per chi si dichiara tifoso incondizionato della libertà di informazione". "Quanto al merito delle questioni che hanno sollevato stupore nell'opinione pubblica - conclude - la nota di questo pomeriggio non chiarisce un bel nulla, mi pare".
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NAPOLI: "HA CHIUSO LA VERIFICA PRIMA DI APRIRLA" IL PRESIDENTE DELLA CAMERA HA DECISO OGGI DI CHIUDERE LA VERIFICA PRIMA ANCORA DI APRIRLA".
Così Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati del Pdl, commenta la nota di Fini. "Il presidente della Camera è certamente libero di non strillare contro i 'magistrati comunisti' così come, allo stesso modo, è libero di 'strillare sottovoce' contro i giornali che fanno le inchieste su di lui o sulla sua famiglia e chiedere la testa dei loro direttori - aggiunge - Nessuno pensa di chiedere a Fini o a Granata di fermarsi o di fare passi indietro nella loro battaglia per la legalità e la trasparenza in politica che combattono con tenacia e coerenza, ne siamo sicuri, a Roma come a Palermo, a Bari come a Napoli".
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"Fini sbaglia due volte in un solo comunicato: tenta di buttare in politica un'inchiesta giudiziaria, che tale resta in assenza di nuovi elementi o sviluppi - conclude Napoli - In questo senso nessun esponente istituzionale ha chiesto a Fini di rispondere del proprio operato: dovrà risponderne eventualmente ai magistrati e, se crede, ai giornali che fanno inchieste. Fini sbaglia poi una seconda volta, perché si rivolge al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sprigionando un rancore le cui radici non hanno niente di politico ma molto di personale".
LA SANTANCHÉ: "INDISPENSABILI LE DIMISSIONI"
"Ho letto con stupore le dichiarazioni di Gianfranco Fini sulla nota questione della casa di Montecarlo. Le ho trovate ambigue, contraddittorie e inverosimili, con il vergognoso tentativo di scaricare le colpe di compagna e parenti". Lo afferma Daniela Santanché, sottosegretario al ministero dell'Attuazione del programma di governo. "Non solo non fa chiarezza ma dimostra il rifiuto del presidente Fini a dire agli italiani la verità fino in fondo, cosa non ammissibile per la terza carica dello Stato - aggiunge - A questo punto, le sue dimissioni non sono solo auspicabili, ma diventano indispensabili".
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Fini e Montezemolo Chi
2 - TUTTA LA VERITÀ SU MONTECARLO - INTERVISTA ESCLUSIVA DE ‘IL TEMPO' AL SENATORE CARUSO: "ERO NEL PRINCIPATO CON PONTONE". "TULLIANI? INCREDIBILE". "FINI SAPEVA". "PER LA CASA CI ARRIVÒ UN'OFFERTA DI SEI MILIONI DI FRANCHI"
Mario Sechi per Il Tempo
Senatore Antonino Caruso, quando si imbatte nell'eredità della contessa Colleoni?
«Fine del 2000 inizio del 2001, quando sono iniziate le procedure per l‚accettazione dell'eredità della signora».
Lei cosa faceva?
«Ero già senatore, stavo in commissione giustizia, che poi ho presieduto dal 2001 al 2006».
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E in quale veste se ne occupava?
«Il senatore Franco Pontone, amministratore del partito, mi chiese di dargli dei consigli e assistenza, lo affiancai. Lo feci per spirito di servizio nei confronti del partito».
Qual è la sua professione?
«Avvocato civilista».
L'uomo giusto al posto giusto.
«Sono materie che ho sempre trattato. Sono di mia competenza».
Andiamo avanti. Cosa fece con Pontone? Quali furono i vostri primi atti sull'eredità Colleoni?
«Pontone mi mise in contatto con il notaio di fiducia di An, che seguiva tutte le questioni del partito su quel versante, dalla più modesta delle procure da rilasciare, alla compravendita degli immobili».
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Come si chiama il notaio?
«Mario Enzo Romano. Presi contatto con lui, redassi l'accettazione dell'eredità con beneficio d'inventario così come prescritto dalla legge e avviammo le operazioni di inventario».
DONATO LA MORTE FRANCESCO PONTONE
Lei prese prima visione di una lista?
«Come si fa in questi casi, si parte dalle volontà testamentarie e poi cercando di avere una lista della spesa, cioè delle cose di cui bisogna occuparsi».
Ricorda a quanto ammontava il valore complessivo del lascito?
«Mi pare che nella prima dichiarazione di successione - poi ce ne fu una integrativa - fosse di circa due miliardi di vecchie lire».
Cosa c'era nella lista?
«Due appartamenti a Roma. Quello dove abitava in viale Somalia e quello di via Paisiello ai Parioli, che all'epoca era affittato. Un bell'appartamento, ben arredato. La signora non era ricca, o meglio era senz'altro benestante, aveva tanti beni, appartamenti e quant'altro, ma viveva in maniera direi modesta, come si poteva desumere anche vedendo la sua casa. E credo che l'affitto dell'appartamento di via Paisiello fosse il suo reddito quotidiano».
GIANCARLO TULLIANI
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Oltre ai due appartamenti a Roma cos'altro c'era?
«Terreni e un altro appartamento a Monterotondo. Terreni che a mia memoria non erano di grande qualità dal punto di vista reddituale, erano terreni agricoli, coltivati. Poi c'era una casa del mare a Ostia».
E la casa a Montecarlo.
«Sì, poi la casa a Montecarlo».
C'era liquidità?
«Sì, c'erano dei conti correnti. E investimenti in titoli di Stato. I classici risparmi di tutti gli italiani in quel momento».
A questo punto, presa visione della lista il bravo avvocato e il bravo tesoriere che fanno?
«Insieme al notaio è stato fatto l'inventario formale, la lista dei beni immobili e dei beni mobili. Quindi abbiamo trascorso un po' di giorni nella casa di viale Somalia in particolare, insieme al notaio, per inventariare anche i mobili e gli oggetti della contessa Colleoni. Che erano un po' lo spaccato della sua vita quotidiana. La signora era morta in ospedale, assistita da un'amica. La casa di viale Somalia era l'ultima in cui aveva abitato».
MONTECARLO TULLIANI
Cos'ha pensato quando ha visto un lascito così importante da parte di un cittadino a un partito? Qual è stata la sua reazione?
«Non mi sono stupito più di tanto. Perché, non in questa dimensione, ma c'erano stati altri piccoli lasciti da parte di altri militanti. An era l'erede del Movimento sociale italiano e l'opinione che io mi ero fatto frequentando Ignazio La Russa e Pinuccio Tatarella, amici personali prima di tutto, è che quel partito fosse una straordinaria comunità umana. Era assolutamente naturale che chi non avesse figli o eredi diretti, una famiglia, vedesse nel partito, nel nucleo politico che frequentava la sua vera famiglia. Lasciare le proprie sostanze, piccole o grandi che fossero, in questa chiave non mi sembrava una cosa innaturale. Certo, l'ultima erede del condottiero Bartolomeo Colleoni, l'entità, la varietà delle cose, hanno rappresentato un unicum, almeno per quanto riguarda An».
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Lei andò a visitare le case insieme a Pontone?
«Quella di viale Somalia dove, come le dicevo, sono rimasto personalmente insieme al notaio a fare l'inventario dei beni. E poi ho visto quella di Montecarlo».
CASA TULLIANI A MONTECARLO
Cosa c'era nella casa di viale Somalia?
«É la storia politica della signora Colleoni. La contessa conservava una collezione nutritissima del Secolo d'Italia e de Il Tempo. Oltre ad altri giornali, c'erano anche numerose copie di Repubblica. Tutti chiodati, ben conservati e sottolineati. La signora forse guardava poca televisione, ma era una lettrice attenta e cercava di fare, per dirla in maniera pomposa, della elaborazione politica, almeno per come sembrava dagli articoli che ritagliava e dalle chiose che vi poneva accanto».
Storia interessante.
«Sì, fa riflettere soprattutto oggi che c'è una disaffezione verso la politica, come una persona che non aveva alcuna ambizione di carriera politica, ma era semplicemente appassionata all'idea di elaborare tesi sulla costruzione di vita della collettività, cioè la politica».
Com'era arredata la casa di viale Somalia?
«Modestamente. C'era qualche sintomo di piccole manie. Aveva delle scatolette ricolme di bottoni. Sì, la signora aveva un'originale collezione di bottoni».
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Argenteria, ceramiche preziose?
«Non in maniera particolare. Non era la casa di Alì Babà. Era una casa direi ordinaria, modesta, di una persona che la viveva intensamente. Quella per la contessa non era una casa ma una fortezza».
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Fotografie? Effetti personali?
«Di tutto di più. Fare queste operazioni, l'inventario dei beni dopo una morte, diventa un inevitabile viaggio nella vita di una persona. Di quella persona si vedono le cose di tutti i giorni, le banalità, le piccole manie, i ritagli di giornale».
Poi lei e Pontone siete andati a Montecarlo.
«Presi il contatto non ricordo se con l'ambasciata o il consolato italiano a Montecarlo, ma poco cambia. Volevo che mi indicassero un notaio di loro fiducia. Non volevo assolutamente avventurarmi in mezzo a leggi che non conoscevo. Mi sembrava non sufficiente il fatto di informarmi attraverso gli strumenti usuali, volevo un punto di riferimento autorevole e competente. Mi diedero l'indirizzo del notaio Aurelia, fissammo un appuntamento e insieme al senatore Pontone andammo a trovarlo. Ci spiegò che cosa bisognava fare, quali tasse pagare, tempi e modi, ci fece da chaperon, molto utile, con tutti i vari personaggi che si muovevano intorno alla casa a Montecarlo».
Quali personaggi?
«L'amministratore del condominio, persona palesemente molto introdotta nell'ambiente monegasco. C'era anche un architetto che mi pare svolgesse delle funzioni tra il mediatore immobiliare e l'arrangiatore di cose».
L'azzeccagarbugli della situazione.
«Eh, insomma...c'era anche un'altra figura, un consigliere giuridico, la persona che presta assistenza e consulenza in questi affari. Nessuno in Francia compra una casa senza questa figura».
Arrivati a Montecarlo che fate?
«Vediamo la casa. Tenuta più o meno con lo stesso concetto di viale Somalia. Una casa non grande, nemmeno microscopica come si è detto. Non sono un geometra ma tra i sessanta e settanta metri quadri ci sono».
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É in una bella zona?
«Se uno pensa alla casa con l'affaccio sul golfo di Montecarlo...non è quella. È una casa in una palazzina d'epoca, credo si chiami palazzo Milton, un appartamento al piano rialzato, verso l'interno ha una piccola loggia molto graziosa. Una casa gradevole nel centro di Montecarlo. Cinque minuti a piedi dal casinò. Un tempo era un albergo, il Shakespeare Milton».
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Quanto poteva valere?
«Non ricordo cosa mi disse il notaio. Finiti gli adempimenti dell'eredità, mi disinteressai della cosa. In epoca successiva, alla fine del 2001, io ero presidente della Commissione giustizia in Senato, mi telefonò una persona per chiedermi se ci interessava vendere l'appartamento. Ora non ricordo chi fosse e per chi lavorasse, mi disse che secondo lui poteva facilmente trattare la casa per sei milioni di franchi francesi».
Al tasso di cambio del 2001 sono circa un milione di euro. Rivalutazione esclusa. Informò Pontone?
«Informai Pontone. Gli chiesi cosa voleva fare, lui mi disse che non c'era un interesse a vendere la casa in quel momento».
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Pontone ha fama di essere un tesoriere dal braccino corto. Le sembra possibile che abbia venduto un immobile a Montecarlo per una cifretta?
«Pontone è sempre stato molto economo, attento alle spese e questo è un indubbio merito. Quando decidemmo di andare dal notaio a Montecarlo, arrivammo in aereo da Roma a Nizza. Poi da Nizza a Montecarlo ci sono vari modi per arrivarci: elicottero, auto a noleggio, taxi e autobus».
Pontone quale mezzo scelse?
«Naturalmente l'autobus».
Giunti in autobus a Montecarlo che fate?
«Arrivammo proprio davanti alla casa e la vedemmo da fuori. Avevamo appuntamento con il notaio, ma scoppiò un temporale inaudito e trovammo riparo dentro una concessionaria d'automobili. A Montecarlo le autorimesse non vendono Autobianchi, questa vendeva Bentley, Rolls Royce, Jaguar, Ferrari».
Il meglio su quattroruote. Continuiamo il racconto.
«Sì, il meglio. Rimanemmo lì, al riparo dal temporale e Pontone era sempre più preoccupato per il tempo che passava. Temeva che il notaio potesse pensare che volevamo saltare l'appuntamento o che se ne andasse via».
DONATO LAMORTE - copyright Pizzi
DONATO LAMORTE ROBERTO MENIA
E a quel punto che succede?
«Pontone è sempre più agitato. Alla fine decide di comprare un ombrello per ripararci dalla pioggia e poter arrivare al poco distante studio del notaio. Sparisce. Lo vedo confabulare con il garagista. Poi torna da me. È tutto rosso in viso: il tizio gli aveva venduto un ombrello griffato per una cifra che costava quanto un viaggio! Più volte con Pontone al tavolo del ristorante abbiamo scherzato su questo episodio».
Pontone agiva grazie a una procura generale firmata dal presidente di An Gianfranco Fini. É credibile che Fini non fosse informato di tutto quel che faceva?
«Fini era da sempre l'unico ad esser informato di tutto. Lo dico perché lo so, Pontone lo ha sempre detto e ripetuto: rispondo al presidente e tanto basta. Questo è nel costume di An. Anche i cosiddetti colonnelli, li ho sempre visti estranei al problema dell'amministrazione del partito, forse colpevolmente, ma estranei».
DONATO LAMORTE MARIO BALDASSARI
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Erano dunque due persone che si occupavano della gestione del partito: il tesoriere Pontone e il presidente Fini.
«E l'onorevole Donato Lamorte. Io ho frequentato in maniera intensa due persone in An: Ignazio La Russa e Altero Matteoli. Dall'uno o dall'altro non ho mai avuto occasione di intuire che si stessero occupando di qualcosa vicina ai quattrini del partito. Se non, per entrambi, in termini di protesta per le poche risorse che venivano assegnate da Roma in occasione delle iniziative politiche del territorio».
Qual è stata la sua reazione quando ha visto che la casa a Montecarlo era stata affittata al cognato di Fini?
«Mi sono domandato perché non l'avesse presa in affitto un altro».
Lei attende ancora una risposta.
«Me la sono data da solo. Mi sembra una cosa che ha dell'incredibile. Nulla vieta al cognato del presidente Fini di innamorarsi di quella casa e affittarla. Nulla vieta che la possa acquistare. L'unica condizione è che la acquisti o affitti a un prezzo equo e alla luce del sole. E quel prezzo senz'altro non è congruo, è una bestemmia, non può essere quello di trecentomila euro, noi sappiamo che con quei soldi si comprano cento metri quadri alla periferia di Roma. Anche il fatto che la casa sia stata venduta, in sé non è una cosa scandalosa, semmai è scandaloso che sia stata venduta molti anni dopo».
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Perché Fini tace? Io trovo questo silenzio stupefacente. Lei?
«Abbozzo un'ipotesi banale: non sa cosa dire. Forse si rende conto che questa è una scivolata non facilmente giustificabile. Perché in effetti se ci fossero state delle ragioni - e Fini sa esporre bene le sue ragioni, in maniera convincente - l'avrebbe fatto senz'altro. Forse davvero non ce ne sono».
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Che ne è degli altri beni della contessa Colleoni?
«Desumo dall'esame dell'ultimo bilancio che gli appartamenti di viale Somalia e di Ostia siano stati venduti. Mentre quello a Monterotondo e quello di Roma ai Parioli sono ancora di proprietà di An».
A quanto sono stati venduti?
«Non ne ho proprio idea. Sono vendite risalenti al 2002-2003. Su tutte queste questioni a settembre bisognerà fare un file di sintesi per fare chiarezza e dare elementi utili al partito, che vanno doverosamente illuminati».
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Secondo lei la contessa Colleoni cosa penserebbe di questa vicenda?
«Non so se le contesse di lungo lignaggio possono permettersi il lusso di incazzarsi, se così fosse, s'incazzerebbe».
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