Paola Coppola per "la Repubblica"
Michele Placido
«I poliziotti facevano una vita grama nel ‘68: sveglia alle cinque, stipati per ore in camion simili a carri per il bestiame a presidiare un'ambasciata o una sede della Dc. Scendevamo solo per le cariche, se dovevi andare in bagno te la facevi addosso, e disobbedire allora significava finire nel carcere militare di Gaeta. E tutto per 58mila lire al mese. Aveva ragione Pier Paolo Pasolini che ci difese dopo gli scontri di Valle Giulia: noi eravamo i veri proletari».
Allora Michele Placido era appena arrivato a Roma dalla provincia di Foggia. Sognava di fare l'attore. Fece domanda ed entrò in polizia. Aveva poco più di 20 anni quando da celerino si trovò a picchiare studenti della sua età. Oggi da regista racconta quella stagione nel film che uscirà a febbraio "Il grande sogno": il suo ruolo è interpretato da Riccardo Scamarcio, le comparse sono gli studenti della Sapienza, le scene girate nella facoltà di Architettura a Valle Giulia e a Fisica.
Pier Paolo PasoliniChe pensavate quando vi trovavate davanti ai cortei degli studenti?
«Mi veniva da ridere: erano borghesi, vestiti bene, che parlavano della guerra del Vietnam, una cosa lontana e che non capivamo, potevano permettersi di protestare. Mica erano emigrati dal sud, figli di famiglie povere. Se ci gridavano "morti di fame" o "servi del potere" non coglievamo l'aspetto politico degli slogan, la prendevamo sul personale, pensavamo alle divise che puzzavano di minestrone. Gli scontri erano battaglie all'antica, ad armi pari, i nostri manganelli fanno ridere rispetto a quelli in dotazione oggi. Eravamo ragazzotti imberbi, e grazie anche alla spinta di quelle giovani leve la polizia si è dotata di un sindacato».
Celerino prima, poi attore e contestatore, a fine settembre ‘67 lascia la divisa per entrare all´Accademia nazionale di arte drammatica. Che pensa delle proteste degli studenti di questi giorni?
«Giusto scendere in piazza per rivendicare una riforma dell'università ma nel movimento c'è confusione. Quelli con cui ho parlato durante le riprese erano consapevoli delle ingiustizie dell'università, dall'accesso a quelle a numero chiuso fino all'urgenza di svecchiarla. Nel ‘68 gli studenti erano contro i baroni, oggi, avrebbero le ragioni per fare un altro ‘68, ma si sono alleati coi professori colpiti nei loro interessi dai tagli».