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RUDERI IN GUERRA - CHI ACCUSA BONDI DI VOLERSI PRENDERE TUTTO - CHI ACCUSA SETTIS DI NON VOLER PERDERE NIENTE - CHI ACCUSA CARANDINI DI COLLABORAZIONISMO - CHI LI ACCUSA DI USARE ALTE E NOBILI RAGIONI PER LA SOLITA GUERRICCIOLA DI POTERE…

Mattia Feltri per "La Stampa"

salvatore settissalvatore settis

Se non ci conoscete guardateci i calzini / Noi siamo i radicali del conte Carandini». Qualcuno attribuisce il ritornello a Giancarlo Pajetta, rivisitazione di una canzoncina dei tempi fascisti. Giampaolo Pansa ricorda che lo cantava da ragazzo, quando dalla lettura del primo Espresso e del Mondo di Mario Pannunzio traeva il suo orgoglio laico e, appunto, radicale. Marco Pannella lo collega ai giorni gloriosi di via Veneto, con Arrigo Benedetti, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano ed Eugenio Scalfari.

Appunto, Scalfari: tornerà in questa storia. Il conte Carandini, invece, era Nicolò, partigiano e antifascista ma liberale e della banda di Benedetto Croce. Pare che Nicolò - blasonato di nascita e raffinato uomo di mondo e di lettere - si ostinasse a indossare calzini bianchi e lunghi sino al ginocchio contagiando i seguaci, giovanotti dalle madri furibonde che avrebbero preferito destreggiarsi su calzini corti e scuri per questioni di stretta lavanderia.

Ora il conte Carandini è tornato - senza dispute sulle calze - a scuotere la vita politica italiana. Andrea, figlio di Nicolò, è un gigante dell'archeologia italiana. Da mercoledì è il nuovo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, ruolo abbandonato da Salvatore Settis in polemica col ministro Sandro Bondi. Il che non è una novità: Settis - direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa - è contro i ministri dei Beni culturali per personalissimo statuto: la sua convinzione ferrea è che chiunque venga investito del compito non ne è all'altezza.

CARANDINICARANDINI

L'aspetto interessante della vicenda sta però nel fatto che Settis e Carandini sono vecchi amici. Come scrive il Corriere della Sera, trent'anni fa li chiamavano i «Dioscuri dell'archeologia italiana». Delle innovazioni portate nella disciplina sanno gli esperti e ne hanno riempito libri. Ma quello che tutti si chiedono è come sia successo che due colossi del genere, stretti da antico sodalizio, abbiano finito col dividersi in nome di Bondi.

La faccenda sembrerebbe riassumersi nel miliardo di tagli per il prossimo triennio inflitto da Giulio Tremonti e sopportato da Bondi. Settis, severo fustigatore anche dei tagli all'università, ha ripetutamente e pubblicamente contestato la riduzione dei fondi e infine, al termine di una teatrale controversia con Bondi, ha mollato il Consiglio superiore. Bondi non se ne dispiace.

I suoi propositi, al di là della dolcezza poetica e mariana, sono stati esposti sin dalle prime interviste: «Mi sto impegnando e mi impegnerò senza riserve a favore della cultura, quella vera, non la cultura irregimentata, non gli ammuffiti e arroganti centri di potere...». «Basta con gli intellettuali incancreniti», ha detto ieri Luca Barbareschi, non si sa quanto interprete del pensiero bondiano. Di certo, al di là delle dolcezze poetiche e mariane, Bondi è un ministro che sta mettendo le mani sulla cultura, senza infingimenti.

Settis è un uomo che per affinità non soltanto generazionali stringe rapporti affettuosi con Adriano Sofri, Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi. Un quartetto affiatato attorno alla Normale di Pisa, sebbene il percorso umano di Settis sia stato diverso e rigorosamente accademico. E siccome scrive per La Repubblica e vanta l'amicizia di Scalfari, viene naturale considerarlo di sinistra, ed è questa la spiegazione che i collaboratori di Bondi si danno per spiegare la baruffa. Un po' troppo semplice.

Altri, infatti, si chiedono per quale ragione si sia prestato - o si sia incastrato - uno come Carandini, in lista per le primarie della costituente del Pd, il figlio di Nicolò, il figlio della contessa Elena Albertini, a sua volta figlia del leggendario direttore del Corriere della Sera esautorato da Benito Mussolini. Elena, antifascista fino nell'anima, scriveva i suoi diari malinconici attorno alle figure della Resistenza e a quella struggente del «molare cariato», i resti del Colosseo imperiale. Ed è questo lo spirito in cui è venuto su Andrea Carandini.

Adriano SofriAdriano Sofri

È difficile capire se abbia ragione chi non vede Settis nei panni del collaborazionista di Bondi, oppure se abbia ragione chi crede che Bondi aspettasse soltanto il momento buono. O quanto, piuttosto, pesino le decisioni del ministro di nominare il ferrarese Mario Resca alla direzione generale dei musei e delle aree archeologiche, un supermanager superannunciato e poi ridotto dalle cronache - nonostante il gran curriculum - a ex amministratore di McDonald's. E quanto abbiano pesato i commissari straordinari piazzati qui e là, per ultimo Guido Bertolaso all'area archeologica romana. Settis non condivide, Carandini sì.

Anche due mostri sacri come Michelangelo e Leonardo finirono col battersi per minuzie di potere. Il passaggio dal potere culturale alla cultura del potere è non soltanto comprensibile, ma talvolta scontato. Nell'entourage di Alemanno raccontano che Carandini, dopo i trionfi con Francesco Rutelli - le contestatissime scoperte del Pomerio e del Lupercale sul Palatino - si sentisse accerchiato dal nuovo establishment e cercasse di accreditarsi. E dentro al Consiglio superiore dei Beni culturali c'è chi si domanda se Settis, uno che, per intendersi, quando gli dicono che la Normale di Pisa è una «scuola d'eccellenza» ribatte «scuola d'eminenza, prego», ecco, se uno così potesse mettersi a discutere le sue stratosferiche competenze con gente del McDonald's o della Protezione civile.

Sandro BondiSandro Bondi

Insomma, c'è chi accusa Bondi di volersi prendere tutto. Chi accusa Settis di non voler perdere niente. Chi accusa Carandini di concedersi per poco. Chi accusa ognuno dei tre di usare le alte e nobili ragioni della cultura e della politica (nell'accezione greca del termine, ovviamente) per combattere una più sostanziosa guerricciola. Perché, come sostiene uno che lavorò ai Beni culturali, un conto è dire «mi spedisca tutto a casa», altro è dire «mi spedisca tutto al ministero». La battuta è buona ma qui, probabilmente, si sconfina nella maldicenza.

 

 
[27-02-2009]
eugenio scalfarieugenio scalfari