dalle tangenti della prima repubblica ai conti intestato ad Andreotti e ciancimino - dai conti correnti criptati dei Ferruzzi ai soldi per Provenzano e Totò Riina - Lo svela un libro "Vaticano spa" che raccoglie l’archivio di monsignor Dardozzi - Tra il '90 e il '91 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avv. del 'divo'

Condividi questo articolo

Gianluigi Nuzzi per Panorama (estratto), in edicola domani

Agostino CasaroliAgostino Casaroli

Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell'Istituto per le opere di religione (Ior), l'impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa.

Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d'Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali. Oltre 4 mila documenti che costituiscono l'archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent'anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.

Angelo SodanoAngelo Sodano

Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un'intervista pubblicata in Vaticano spa l'esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).

Dall'Ambrosiano all'Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell'archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di «ufficio affari riservati» all'interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell'arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell'Ambrosiano di Roberto Calvi.

Bernardo ProvenzanoBernardo Provenzano

Dall'archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici («Fondazione per i bambini poveri», «Lotta alla leucemia»), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior.

Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino.

Totò Riina dietro le sbarreTotò Riina dietro le sbarre

È il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d'interesse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l'ombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso l'allora Papa Paolo VI.

Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c'è traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosità. Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse un'occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l'operatività del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti. «Non mi ricordo di questo conto» fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama.

Giovanni Paolo IIGiovanni Paolo II

Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del «gestore», appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: «Quanto risulterà alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87».

Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche l'attuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall'apertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia dà ormai per scontato che «il conto della Fondazione cardinal Spellman che l' ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre...».

Paul MarcinkusPaul Marcinkus

Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se «la carità copre una moltitudine di peccati», come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. L'elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dell'Eucarestia, orsoline di Cortina d'Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane d'Arezzo.

Beneficenza quindi, ma non solo. L'apparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l'avvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa.

Il pool di Mani pulite busserà al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi all'avvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: «Non bisogna indurre in tentazione» i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici.
Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus, «la Chiesa non si amministra con le Ave Maria».

 

 

Condividi questo articolo

FOTOGALLERY

politica

CI VUOLE UNA FACCIA DA DE BENEDETTI PER DIRE “LE ELITE FACCIANO AUTOCRITICA” (IL MEA CULPA E’ SEMPRE DEGLI ALTRI…) - E INFATTI L’INGEGNERE LO DICE: “NEGLI ULTIMI 20 ANNI SIAMO STATI TUTTI TROPPO INNAMORATI DELLA GLOBALIZZAZIONE E DELLE TECNOLOGIE. TENENDO IN SCARSA CONSIDERAZIONE I DANNI CHE QUESTA COMBINAZIONE DI FATTORI AVREBBE AVUTO SULLA CLASSE MEDIA E SUI LAVORATORI. POLITICAMENTE, LA RESPONSABILITÀ È DA ATTRIBUIRE A BLAIR E AL BLAIRISMO CHE HA CONTAGIATO LA SINISTRA EUROPEA…”