URBANI, FATTO FUORI DALLA RAI DAL CAV., TIRA FUORI LE UNGHIE – “IL PDL è INCOMPATIBILE CON IL LIBERALISMO: LA DEMOCRAZIA MEDIATICA PREMIA LA MEDIOCRITà” – “PARLAI CON AGNELLI E MI PRESENTò A BERLUSCONI” – “LA BICAMERALE SALTò PER COLPA MIA”…
Fabrizio Forquet per "Il Sole 24 Ore"
Giuliano Urbani - Copyright Pizzi
L'ideatore, il fondatore, la tessera numero due. Dopo Silvio Berlusconi («il copyright è comunque suo») c'è solo un uomo che può osare di vantare con qualche ragione la paternità di Forza Italia: è Giuliano Urbani, 71 anni, una vita a studiar la politica, gli ultimi anni a occuparsi di Rai, e un'intuizione nella tarda primavera del '93 che gli ha cambiato la vita e, soprattutto, l'ha cambiata agli italiani.
Da domani il Pdl archivia definitivamente Forza Italia.
La considero un'evoluzione della specie.
Dunque un evento positivo?
Ci sarà un'ulteriore, utile, semplificazione del sistema. Il compito non è facile, i rischi sono tanti, ma è utile provarci. Certo, il nuovo soggetto non ha nulla a che fare con il progetto originario di Forza Italia.
Lei e Berlusconi avevate immaginato il primo grande partito liberale di massa italiano.
Ed è evidente che il Pdl non sarà questo. È figlio di altri tempi. Di un'altra storia.
Lo dice con amarezza.
Lo dico da politologo. Forza Italia è stato un grande successo storico: ha colmato un vuoto che si era aperto dopo Tangentopoli, evitando il rischio di una democrazia senza demos;
e ha liberalizzato forze, come An, la Lega e gli stessi eredi del Pci, che all'epoca erano ai limiti del sistema. Ma già Forza Italia non è stato il partito liberale che avevamo immaginato. Tanto meno potrà esserlo il Pdl, che nasce in una situazione diversa dal '93.
Guiditta Saltarini Ida Di Benedetto Giuliano Urbani - Copyright Pizzi
Pronunciata da lei è una riflessione che va approfondita.
Ci sono state una serie di delusioni. Ma il punto cruciale è uno: c'è una contraddizione, una incompatibilità, tra la democrazia di massa, la democrazia mediatica che stiamo vivendo, e il liberalismo. Lo dico sulla base dell'esperienza storica. Il liberalismo è tante cose, ma è prevalentemente cultura della responsabilità individuale o, se vuole, dell'individualismo responsabile. Insomma: valori individuali permeati di responsabilità sociale, diritti e doveri.
E questa compenetrazione non la riscontra nella cultura espressa dal Pdl?
Nella democrazia di massa, nella democrazia mediatica, prevale una cultura non compatibile con quella dell'individualismo responsabile del liberalismo. E il Pdl nasce immerso in questo nuovo contesto.
Estraneo alla cultura del liberalismo.
Non è un caso se le democrazie liberali sono sempre state in qualche modo aristocratiche, fondate su 'quelli che sanno'. La democrazia mediatica premia, invece, la mediocrità, così come la democrazia di massa premia la rozzezza. La rappresentanza democratica è sempre più reclutata e selezionata su base mediatica. Questo è il punto. Come tale è mediocre e grossolana: con la democrazia televisiva si selezionano i più belli e più faciloni, non i più competenti.
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Come ricorda, lei, la nascita di Forza Italia?
Il copyright è di Berlusconi. Io segnalai i pericoli che derivavano dal vuoto che si era creato dopo Tangentopoli, la necessità di fare qualcosa per evitare il rischio di una democrazia senza demos. Ma senza di lui il nuovo soggetto non sarebbe mai nato. Sentimmo Giuliano Amato, Mino Martinazzoli, Mario Segni. Alla fine prendemmo atto che solo lui poteva fare quello che poi è stato fatto.
Fu lei a contattare Berlusconi o viceversa?
Era la tarda primavera del '93. Da politologo andavo facendo alcuni calcoli e mi resi conto che, con il maggioritario, la sinistra avrebbe preso il 65% dei seggi con solo il 30% dei voti. Mi sembrava un rischio enorme: una minoranza avrebbe governato sulla maggioranza. Ne parlai, tra gli altri, con Gianni Agnelli. Lui ne restò colpito e ne parlò a Berlusconi.
Fu l'avvocato a metterla in contatto con Berlusconi? Lei non lo conosceva?
Già. Agnelli gli raccontò dei miei studi. E io mi presentai da lui con un volumetto di cento pagine e, soprattutto, con una tabella che faceva cogliere il pericolo che avevamo davanti. Non c'era un minuto da perdere. Berlusconi si convinse subito. Eravamo a giugno: serviva un'azione immediata.
Forza Italia sarebbe nata dopo pochi mesi. Fu lei a lavorarci?
Credo di poter dire di essere l'artefice di due iniziative che organizzativamente diedero il via a tutto il resto. L'associazione del Buon governo, cui aderirono intellettuali come Nicola Matteucci e Angelo Maria Petroni, che varò da lì a breve il manifesto ideologico liberale della futura Forza Italia. E la fondazione dei club.
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Quelli con il kit.
Proprio quelli. Eravamo ormai a dicembre. E con la nascita dei club il progetto diventava operativo. Quei nuovi centri di aggregazione incontrarono un grande successo, rispondevano a una domanda, furono la pallina di neve da cui nasce la valanga.
Dopo di allora lei sarà ripetutamente ministro. Ma a un certo punto qualcosa si rompe.
Per un intellettuale le esperienze di questo tipo devono avere un inizio e una fine. È giusto che sia così. Nel 2005, poi, Berlusconi si fece imporre la crisi di governo da Marco Follini. Io gli dissi che non avremmo dovuto subire ricatti. E sulla «Stampa» scrissi che se si fosse fatta la crisi io non ci sarei più stato. Andò così. In più si usciva da una stagione di fallimenti sulle riforme costituzionali, era ormai chiaro che non c'era più spazio per riforme condivise, e io ne sentivo il peso.
Lei era stato vicepresidente della Bicamerale presieduta da D'Alema. La storia racconta che quell'iniziativa fallì perché a un certo Berlusconi fece saltare il tavolo.
In realtà la responsabilità fu in gran parte mia. Mi resi conto che ci stavano tendendo una trappola e dissi al Cavaliere che saremmo dovuti uscire.
Non fu un'occasione persa?
Forse. Ma la Bicamerale era nata su un pilastro fondamentale. Lo ricordo bene. Eravamo nella cucina di casa mia e io dissi a D'Alema: siete in grado di votare la separazione delle carriere dei magistrati? Lui, pur contrario, fece capire di essere disponibile. Ma a un certo punto la morsa dei contrasti interni alla sinistra lo bloccò. E io dovetti spiegare a Berlusconi che non avremmo mai ottenuto quello che volevamo: era meglio far morire subito quell'esperienza.
Si dice che al Congresso del Pdl Berlusconi potrebbe rilanciare il presidenzialismo.
Non mi entusiasmo più a parlare di ingegneria istituzionale. Vedo una difficoltà di funzionamento nella nostra democrazia. Come le dicevo rischiamo di non essere più una democrazia liberale. Questo è il vero problema. E l'elezione diretta a questo punto è un dettaglio per appassionati.
Chi sarà il successore di Berlusconi?
Berlusconi non avrà successore. È una figura che non esiste in natura.
Un'ultima domanda: perché non è stato confermato come consigliere della Rai?
Lo deve chiedere ad altri, non a me. La Rai è una realtà difficile, i feudi la fanno da padrone. Dopo qualche anno ti rendi conto che è difficile incidere davvero... Ora sto curando un progetto sui rapporti Italia-Cina per il presidente del Consiglio. Lì c'è il nuovo. Per noi ci sono grandi opportunità. Sarò più utile così al nostro Paese.







