DIAVOLO DI UN MISTER LI - L’EX PROPRIETARIO DEL MILAN INDAGATO PER FALSE COMUNICAZIONI SOCIALI - L’ANNO SCORSO L’UOMO D’AFFARI CINESE AVEVA RILEVATO DALLA FININVEST LA SQUADRA ROSSONERA PER 740 MILIONI, MA NON ERA STATO POI IN GRADO DI ONORARE I DEBITI E SOTTOSCRIVERE GLI AUMENTI DI CAPITALE – OGGI ATTESA LA SENTENZA DEL TAS SULL’ESCLUSIONE DALL’EUROPA

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Luigi Ferrarella per www.corriere.it

 

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Yonghong Li, l’uomo d’affari cinese proprietario del Milan nell’ultimo anno e fino a dieci giorni fa, è indagato dalla Procura di Milano per l’ipotesi di reato di false comunicazioni sociali. L’inchiesta sul Milan, tante volte adombrata negli ultimi tre anni da proiezioni giornalistiche che periodicamente la accreditavano aleggiare su Silvio Berlusconi - prima nel 2015 all’epoca della telenovela del thailandese Mr. Bee Taechaubol a latere dell’arresto di fiscalisti italosvizzeri della Tax & Finance di Lugano, e poi alla vigilia delle elezioni politiche nel gennaio 2018 a carico asseritamente dell’ex premier per riciclaggio - finalmente affiora adesso per davvero, ma risulta tutta diversa da come era stata immaginata.

 

Allo stato, infatti, l’indagine riguarda solo Yonghong Li e non Berlusconi, e non la fase precedente la vendita del Milan al 48enne imprenditore cinese di stanza a Hong Kong, ma la sua opacità nei comunicati ufficiali con i quali nel corso del tempo, prima di non reggere più il bluff del pagamento dei debiti e di essere quindi scalzato dal fondo americano Elliott, aveva più volte affermato al mercato di poter invece far fronte agli impegni finanziari man mano richiestigli.

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Poco più di un anno fa, il 13 aprile 2017, l’uomo d’affari cinese aveva infatti rilevato dalla Fininvest (uscita con 600 milioni di plusvalenza consolidata) la squadra rossonera per ben 740 milioni, prezzo affrontato però con il sostegno decisivo di un prestito da 300 milioni (a tassi fino all’11%) appunto del fondo Elliott.

 

Un continuo trascinarsi tra ritardi, rilanci e scadenze di aumenti di capitale tappate solo in extremis, fino al mancato rimborso di una rata da 32 milioni, si era protratto anche a dispetto della sentenza di fallimento – ora agli atti del fascicolo dei pm Fabio De Pasquale e Paolo Storari – nella quale in Cina era intanto incappata la Jie Ande, forse la più importante delle società teoricamente vantate dal finanziere cinese nel proprio curriculum, nutrito per il resto da romanzeschi investimenti in miniere di fosfato.

 

MISTER LI MILAN MISTER LI MILAN

A muovere la Procura milanese sembrano essere in fondo le stesse domande da tempo poste dal mercato e dagli osservatori: perché mai l’uomo d’affari cinese ha perso 698 milioni (tra acquisto e aumenti di capitale) per non essere riuscito a rimborsarne solo 32? E se non li aveva ed era consapevole di non averli, perché non ha accettato l’offerta (non faraonica ma pur sempre molto meglio di niente) di uno dei possibili compratori stranieri palesatisi nell’ultima fase? Ha scelto lui, o non era in condizione di essere lui a scegliere il da farsi?

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L’indagine su Yonghong Li - nel cui ambito la Guardia di Finanza milanese svolge non perquisizioni a carico di indagati ma acquisizioni di documenti presso terzi negli uffici non solo del Milan ma anche di consulenti dell’operazione cinese quali Lazard (advisor di Fininvest) - agita il Milan in ore decisive per il suo destino sportivo ed economico, visto che, dopo l’odierna sentenza del Tribunale Arbitrale dello Sport (Tas) di Losanna sul ricorso dei rossoneri contro l’esclusione per un anno dall’Europa League (decretata dall’Uefa il 27 giugno per violazione del fair play finanziario nella campagna acquisti), la società domani terrà l’assemblea degli azionisti che, dopo l’escussione del pegno da parte degli americani del fondo Elliott del finanziere Paul Singer, avrà come unico ordine del giorno la nomina del nuovo consiglio di amministrazione.

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Favorito per la presidenza del Milan è l’ex amministratore delegato dell’Eni, attuale vicepresidente di Rothschild Italia e consulente del fondo Elliott, Paolo Scaroni, che peraltro ha pure una pendenza giudiziaria a Milano, in attesa a settembre della sentenza di primo grado del processo (istruito dal pm Isidoro Palma proprio insieme al pm De Pasquale) nel quale è imputato di corruzione internazionale in Algeria per commesse Saipem.

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