KOLINDA DE LUNA  - TUTTI PAZZI PER LA CURVACEA PRESIDENTE CROATA: LE SUE LACRIME ALLA FINE DELLA PARTITA E MACRON CHE LA CONSOLA (VIDEO) - AL RIENTRO IN PATRIA MODRIC E COMPAGNI ACCOLTI COME VINCITORI: MIGLIAIA DI CROATI HANNO ACCOMPAGNATO LA SFILATA DEL PULLMAN DELLA NAZIONALE – E ANCHE GLI INTELLETTUALI DI SINISTRA HANNO TIFATO PER LA NAZIONALE SPESSO STRUMENTALIZZATA DAI NAZIONALISTI...- VIDEO

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Ugo Trani per il Messaggero

 

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Il bilancio sarà anche banale, ma è impossibile leggerlo in maniera diversa: l' unica sconfitta del mondiale non cancella la storica impresa della Croazia. Che, anche nella finale di Mosca, ha comunque dato un senso alla sua avventura in Russia. Più stanca della Francia per le 3 partite di fila giocate fino ai supplementari (e 2 fino ai rigori) e per il giorno in meno di riposo, ha fatto la partita. Nel senso che se l' è giocata più Dalic di Deschamps. Non è bastato, anche se il verdetto è sembrato esagerato. Il crollo nella ripresa sotto i colpi dei giovani campioni in bleus è stato fatale.

 

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Ma proprio lì si è capito che questa nazionale quadrata e tecnica, fisicamente robusta e caratterialmente superba, ha chiuso il suo ciclo fantastico a Mosca. L' età media (29 anni e abbondanti) degli undici che hanno iniziato la sfida allo stadio Luzhniki inciderà sul futuro del gruppo vicecampione del mondo. Subasic (33), Modric e Mandzukic (32), Strinic e Rakitic (30), e anche Lovren, Vida e Perisic (29): sono, insomma, 8 i titolari che non hanno la certezza di essere protagonisti tra 4 anni in Qatar.

 

I gol croati della finale vengono direttamente dalla nostra serie A: Perisic e Mandzukic (per lo juventino anche l' autorete di inizio match: mai successo nelle precedenti 20 edizioni) che nel torneo ne hanno realizzati 3 a testa. Sono stati i trascinatori della nazionale di Dalic, insieme con Modric (Pallone d' oro di Russia 2018).

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Ma accanto a loro sono stati protagonisti altri calciatori che giocano o sono passati nel nostro campionato. Da Vrsaljko, il terzino destro dell' Atletico Madrid che ha vestito la maglia del Sassuolo di Di Francesco e che vorrebbe tornare in Italia, Strinic, il fluidificante mancino che è passato dal Napoli e dalla Sampdoria prima di finire al Milan e Brozovic, il mediano dell' Inter di Spalletti. Come se non bastasse hanno partecipato pure Kovacic, l' ex centrocampista dell' Inter di Mazzarri e Mancini che è campione d' Europa con il Real, Pjaca, l' esterno offensivo che la Juve ha prestato nella scorsa stagione allo Schalke 04, Badelj, il play della Fiorentina di Pioli, e il difensore Jedvaj che, nemmeno diciottenne, entrò 5 anni fa nella rosa della Roma di Garcia, lasciata poi per il Bayer Leverkusen.

 

 

I 9 convocati dal ct croato (nei 23 addirittura 10, con Kalinic, centravanti del Milan, cacciato prima dell' inizio della competizione) sono la testimonianza che la serie A, nonostante la Nazionale abbia fallito la qualificazione dopo 60 anni, ha ancora il suo fascino mondiale. Poco o tanto che sia, le loro prestazioni hanno coinvolto direttamente i nostri club. Soprattutto la Juve e l' Inter.

 

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Il testimonial dell' exploit della Croazia è senz' altro Mandzukic. Che si è confermato attaccante completo e decisivo. La sua affidabilità nasce dal lavoro fatto a Torino con Allegri che non lo ha considerato solo centravanti. Lo ha spesso spostato sulla fascia per mettere la sua fisicità e soprattutto la sua personalità al centro del sistema di gioco della Juve. Anche Spalletti, però, va alla cassa dopo questo mondiale, ricevendo da Dalic il miglior Perisic degli ultimi anni. Se n' è subito accorto Mourinho che lo vorrebbe con sè allo United. Perché non si vive solo di Ronaldo. E la spesa in Russia è appena cominciata.

 

2. UNA GRAN BELLA FAVOLA CHE HA GENERATO SIMPATIA PER LA CROAZIA

Massimo Gaggi per il Corriere della Sera

 

«Sono triste ma anche orgoglioso per quello che abbiamo fatto». Grondante di pioggia, quella che sta cadendo su Mosca, dal maxischermo della piazza centrale di Zagabria, Zlatko Dalic, l'«allenatore per caso» diventato eroe nazionale, sintetizza con semplicità i sentimenti suoi e della squadra. Che devono essere anche quelli di tutto il Paese, a giudicare dai cori della gente che gremisce la piazza, dallo sventolare di bandiere, i fumogeni, i petardi.

 

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La botta è dura, ma l' orgoglio e l' ammirazione per questa squadra sembrano più forti della delusione. Rammarico del minuscolo popolo che poteva entrare nell' albo d' oro del calcio mondiale in mezzo ai giganti: una bella favola infranta a un passo dal traguardo. Ma anche consapevolezza di aver generato un' onda mondiale di simpatia, grazie al gioco di una squadra straordinaria e matura, al buon senso e alla modestia di Dalic, al comportamento corretto dei giocatori in campo e dei tifosi sugli spalti: bel gioco, campioni ammirati. Agonismo senza scontri, incidenti, espulsioni, arbitri contestati.

 

Per questo oggi, Modric e compagni verranno accolti comunque come vincitori al rientro in Croazia.

 

La simpatia in Europa e anche nei Balcani, la stessa riunificazione dei croati sotto la bandiera di questo team, non erano scontati in un Paese nel quale la nazionale è stata strumentalizzata dalla destra nazionalista del partito HDZ.

 

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Una rappresentativa nata addirittura prima della Croazia: esordì nel 1990, con una partita con la Nazionale statunitense, disputata quando la federazione di Zagabria non era stata ancora riconosciuta dalla Fifa.

 

L' anno dopo la dichiarazione d' indipendenza. Poi la guerra civile. Riemersa dalle rovine della ex-Jugoslavia, la Croazia di Boban e Suker salì sul palcoscenico nei Mondiali del '98: arrivò in semifinale, battuta anche quella volta dalla Francia. Una Croazia diversa: forte ma anche rude, figlia di un Paese con le ferite ancora aperte.

 

Quella di oggi è la squadra di un Paese della Ue: giocatori che portano nel loro Dna le sofferenze della guerra di 27 anni fa - Modric fuggito dal suo paese, Modrici, dove i serbi gli bruciarono la casa e uccisero il nonno, Mandzukic tornato ad allenarsi su campi di fortuna dopo essersi rifugiato in Germania negli anni del conflitto, Corluka nato in Bosnia e riparato in Croazia - ma oggi sono globetrotter che militano nei migliori club europei.

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«Abbiamo tifato tutti, nessuno volta le spalle a questo team straordinario» sintetizza Igor Mirkovic, direttore del festival del cinema di Motovun: uno degli intellettuali più in vista, un barometro degli umori della sinistra.

 

In piazza il monumento equestre di Josip Jelacic, il conte che all' inizio dell' Ottocento creò la contea autonoma croata all' interno dell' impero austro-ungarico, è ancora coperto per metà dagli scacchi banchi e rossi dello stemma croato. Pochi sanno che richiama una leggenda del decimo secolo: un principe croato prigioniero dei veneziani che ottenne la libertà vincendo tre sfide a scacchi.

 

Hanno giocato a scacchi anche stavolta, ma l' ultima partita è stata fatale.

 

 

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