IL MASCHIO E’ NEL PALLONE - IL MARCHESE FULVIO ABBATE: “IL GIOCO DEL CALCIO CONSENTE ALL’UOMO, PERFINO AL PIÙ SCEMO DEL VILLAGGIO, DI REPUTARSI IN POSSESSO DI UN PENSIERO SUL MONDO - NELLA FRASE DI COLLOVATI SEMBRA CHE LE DONNE DEBBANO ANCORA “PERDERE LA CODA” PER POI DIMOSTRARE L’IDONEITÀ IN SAPERE CALCISTICO. FORSE, LA SOLIDARIETÀ MANIFESTATA ALL’EX GIOCATORE DALLA MOGLIE CATERINA, MUOVE DAL…”

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Fulvio Abbate per “il Corriere dello Sport”

 

A proposito di donne e raziocinio. In un film con Roberto Benigni, la scena di un’assemblea dedicata proprio al tema del pensiero femminile, introdotta da un maschio alfa locale in maglietta ornata di puma, si chiude con queste parole in garantito vernacolo toscano, sincero verbo da bar con annesso televisore per pubblica, democratica, partecipazione al campionato: “Pole la donna parmettisi di pareggiare con l'omo?” Il medesimo soggetto precede la discussione con un secco “No” già definitivo.

FULVIO ABBATE FULVIO ABBATE

 

D’altronde, nulla deve stupire, si dice addirittura che alle femmine il possesso dell’anima sia stato riconosciuto in tempi relativamente recenti, non tutti erano propensi a concludere che tra donna e nutria vi fosse differenza, almeno sul piano dell’intelletto; Simone de Beauvoir, filosofa che sulla questione ha molto ragionato e scritto, non è giunta al mondo solo per diletto narcisistico. Non sottilizziamo, ci stupisce semmai, restando con la palla rasoterra, che, nonostante Rita Pavone, ricordate, no? “Perché perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone Perché perché una volta non ci porti anche me…”, si debba tornare sulla stessa palla. 

 

fulvio e caterina collovati fulvio e caterina collovati

Sì, mezzo secolo dopo quel suo successo supplice e liberatorio, qualcuno suppone la femmina geneticamente inadatta al simposio calcistico, ossessione trogloditica che tuttavia fa il paio con un altro adagio, quasi invincibile nonostante la motorizzazione di massa: sempre la donna, al volante, sarebbe altrettanto negata. Sembra ieri quando il “Cinemondo”  mostrava le patentate come fossero zebre, licaoni.

 

Tornando a rincorrere la nostra palla, ci sembra che per impegno, pervicacia, curiosità, partecipazione e perfino ossessione maniacale e immersioni nel merchandising, le femmine brillino sullo stesso piano del tifoso garantito maschio. Certo, massicci di un antico riflesso subculturale, i detrattori del talento femminile, segnati in volto dal monociglio, diranno che un conto è l'intuizione delle regole generali, ben altro è la trigonometria che si disvela in campo, parlano insomma come se avessero conseguito un’abilitazione naturale, predisposti ontologicamente perché maschi. Risiamo alla donna che “non può parmettisi di pareggiare”. 

caterina collovati caterina collovati

 

Assodato che il gioco del calcio, per assioma, consente all’uomo, perfino al più scemo del villaggio, sempre certificato come maschio adulto, di reputarsi in possesso di un pensiero sul mondo, appare inaccettabile l’idea stessa di cancellare “l’altra metà del cielo“, dai pronostici, dai patemi, dal seminario permanente settimanale, dal giudizio sulla moviola, dai talkshow, dove peraltro non sembra che i maschi troneggino sempre per brillantezza sulle commentatrici femmine, al di là delle schermaglie, del gioco delle parti, dei selfie e della scaciata vocazione esibizionistica.  

 

collovati collovati

Tuttavia nella frase di Collovati sembra che le donne debbano ancora “perdere la coda” per poi, emendate da se stesse, dimostrare l’idoneità in sapere calcistico. Forse, la solidarietà manifestata all’ex giocatore dalla moglie Caterina, muove proprio dall’appena enunciato teorema della coda: “Di tattiche io e Fulvio non parliamo mai. Su questo io e Fulvio siamo d’accordo, le donne devono stare un passo indietro, lo dico ad alta voce: lasciamo che il calcio resti commentato dai maschi, basta con questo politicamente corretto che ci distrugge”.

 

caterina collovati caterina collovati

E qui, di fronte al richiamo al “politicamente corretto”, come dice Jep Gambardella proprio a una signora ne “La grande bellezza”, cioè “Mi vanto di essere un gentiluomo non mi fare crollare l’ultima certezza che ho”, assodata l’assolutezza del tema che neppure un nuovo concilio potrebbe sciogliere; rilevato il peso politico generale della cosa, resta da inviare una supplica dolente e allarmata a Rita Pavone: ci doni presto un remake musicale definitivo, una canzone-lapide, sempre a forma di pallone, che butti lontano da ogni campo la banalità maschilista, anche quando supportata dall’amorevole, doverosa, vicinanza delle congiunte.

 

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