ÖZIL RIACCENDE LA MICCIA TRA ANKARA E BERLINO – DOPO LA CONTESTATA FOTO CON ERDOGAN, LE POLEMICHE E L'ADDIO ALLA NAZIONALE, IL GIOCATORE INCASSA LA SOLIDARIETÀ DEL GOVERNO TURCO CHE SI SCAGLIA CONTRO I TEDESCHI: "CHE PECCATO PER COLORO CHE DICONO DI ESSERE TOLLERANTI E MULTICULTURALI" – IL PRESIDENTE DEL BAYERN HOENESS: "OZIL? PER ANNI HA GIOCATO DA SCHIFO" – IN GERMANIA L’UNICO CHE LO DIFENDE E’ LA MERKEL

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Marco Ansaldo per la Repubblica

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Cartellino rosso. Per resistere". Così la prima pagina di Milliyet. Rosso ovunque: la maglia dell' Arsenal di Mesut Özil, quella della nazionale turca se un tempo avesse scelto di schierarsi con la patria d' origine, e sul fronte opposto la tenuta bianca dei tedeschi. Özil «nostro fratello», twitta il ministro turco dello Sport. « Che ha segnato il più bel gol contro il virus del fascismo » , si accoda il suo collega alla Giustizia. Siti e tv di Istanbul aprono tutti sul caso del centrocampista che abbandona la divisa della Germania dopo le critiche per aver posato prima dei Mondiali assieme a Recep Tayyip Erdogan.

 

Una foto giudicata poco opportuna già prima dell' avvio della spedizione, e usata come simbolo del fallimento dopo la clamorosa eliminazione degli ex campioni del mondo di calcio.

La scelta di Özil, ventinove anni, diventa un affare di Stato. L' ultimo, in ordine di tempo, a scuotere i rapporti, ormai ridotti ai minimi termini, fra Berlino e Ankara, già provati da una lunga serie di polemiche politiche e dalla detenzione del corrispondente a Istanbul del quotidiano Die Welt, infine liberato.

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Il carico messo dal governo di Ankara è di quelli da novanta. Il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, grande appassionato di calcio (tiene per l' Antalyaspor, squadra della sua regione, e per il Fenerbahce) telefona al giocatore. Gulnur Aybet, alto consigliere del presidente, twitta: « Quello che Mesut Özil ha dovuto passare e come è stato trattato non sarà dimenticato. Niente scuse al razzismo e alla discriminazione » .

 

Arriva quindi il messaggio dello stesso capo dello Stato, attraverso il suo portavoce Ibrahim Kalin: «Che peccato per coloro che dicono di essere tolleranti e multiculturali!».

Uno psicodramma che trova il suo zenit a Devrek, il villaggio sul mar Nero da cui proviene la famiglia del giocatore.

 

Già gli avevano dedicato la strada principale.

Ora il sindaco sostituirà la sua gigantografia, in cui appare con la maglia della Germania, con la foto che lo ritrae con il presidente.

 

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Da Berlino la cancelliera Angela Merkel dice di « rispettare » la sua decisione ed esprime attraverso un portavoce « apprezzamento » per un calciatore che « ha contribuito molto alla nazionale».

 

Il presidente della Federcalcio tedesca Reinhard Grindel respinge « totalmente le accuse che la Lega calcio sia collegata con il razzismo».

 

Chi non risparmia critiche è Uli Hoeness, ex gloria del calcio tedesco, ex dirigente entrato in carcere per frode sportiva e ora presidente del Bayern Monaco: « Per anni ha giocato da schifo, vuole nascondere dietro questo fatto il suo rendimento pietoso».

Özil, che aveva annunciato l' addio alla nazionale denunciando « razzismo e mancanza di rispetto » , torna a parlare.

 

Soltanto con tre parole, e riferendosi allo scatto fotografico contestato con il presidente turco Erdogan, dice: « Rifarei quella foto».

 

2. E I TURCHI DI GERMANIA ALZANO UN MURO

Tonia Mastrobuoni per la Repubblica

 

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Mesut Özil è sempre stato molto più di un calciatore. Per comprenderne la tragica parabola negli ultimi otto anni - che coincide con un drammatico estraniamento tra i turchi-tedeschi e la Germania basta fare il paragone tra due celebri fotografie. La prima risale al 2010. Allora Özil era una giovane promessa della Nazionale, un mancino cresciuto tra i campetti della Ruhr e approdato alla leggendaria Schalke 04 e poi nella 'Mannschaft' di Jogi Löw.

 

All' Olympiastadion di Berlino si giocava una partita importante: Germania-Turchia, per la qualificazione agli Europei.

 

Nonostante i fischi dei tifosi turchi a ogni tocco di palla, Özil segnò il 2 a 0. Alla fine della partita, Angela Merkel si precipitò negli spogliatoi e i fotografi la immortalarono mentre stringeva la mano al centravanti turco. Özil era raggiante e a petto nudo, con un asciugamano intorno ai fianchi.

 

La Bild titolo "il nostro Özil", qualcun altro lo battezzò "la mascotte dell' integrazione" e il mister della Nazionale che poi vinse i Mondiali, Löw, lo festeggiò come "uomo del futuro".

 

La seconda foto è di quest' anno.

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E lo mostra spalla a spalla con l' autocrate turco, Recep Tayyip Erdogan, davanti alla bandiera turca, prima delle elezioni presidenziali in cui ben due terzi dei turchi che vivono in Germania ha regalato il suo voto al Sultano. Quella foto ha messo in moto un processo micidiale che ha portato, inesorabilmente, alle dimissioni del giocatore nato a Gelsenkirchen. Un addio, dopo una orrenda scia di veleni e insinuazioni e il suo lunghissimo e ostinato silenzio, che è sembrato un urlo addolorato.

Anche contro quello che lui ha sempre considerato il suo Paese.

 

Quello che lo ha visto crescere, che lo ha coccolato come un campione ma con un' ambiguità di fondo, sostiene Özil: considerarlo tedesco "quando vincevo" e immigrato "quando perdevo".

 

In mezzo a queste due foto c' è un mondo. Otto anni fa, nella tribuna all' Olympiastadion c' era anche Erdogan, e nessuno si sarebbe scandalizzato allora di una sua foto con Özil. Ma nel frattempo il Sultano ha trasformato il suo Paese in una dittatura in cui si rinchiudono gli oppositori e i giornalisti scomodi.

 

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E ha cercato di fare la campagna elettorale per il referendum e per le presidenziali anche in Germania, dove vive la più grande comunità all' estero di suoi connazionali. Soprattutto, ha tentato di tirarli dalla sua parte, nelle sempre più frequenti crisi diplomatiche con Berlino.

 

Quella turca è una comunità che fatica a sentirsi del tutto integrata.

 

E va ricordato forse che Özil continua ad essere chiamato "turco-tedesco" nonostante sia un immigrato di terza generazione: i nonni erano arrivati in Germania portandosi il padre duenne. In un' intervista del 2015, se ne lamentò pubblicamente: "Perché Khedira non viene chiamato tunisino-tedesco e Klose polacco-tedesco?". Difficile dargli torto. Secondo uno studio dell' Università di Muenster, il 51% dei turchi si sente ancora "cittadini di seconda classe". E il 54% pensa che "non farà mai del tutto parte della società tedesca".

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Un fallimento clamoroso, che fa il paio con i sondaggi sui turchi e la Germania: a dicembre un' indagine di Panorama rivelò che per la maggioranza (52%) i rapporti erano peggiorati a causa delle continue crisi tra Merkel e Erdogan. E due terzi erano convinti che il Sultano stesse rendendo i turchi di nuovo orgogliosi della loro patria di origine.

 

La schizofrenia di una comunità che vota in Germania soprattutto per la Spd, che si gode le libertà di una repubblica parlamentare funzionante e sceglie di appoggiare un presidente che rappresenta invece l' opposto di una democrazia liberale, è solo apparente. Il riaccendersi dell' orgoglio nazionalista turco è un grido di aiuto di una minoranza che non si sente ancora arrivata in un Paese in cui vive da decenni.

 

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Ed è questa la riflessione che i politici tedeschi, colpevolmente ammutoliti nei mesi in cui andava in scena un processo totalmente esagerato contro un calciatore "dai due cuori, tedesco e turco", non hanno capito. E dopo aver costretto all' addio l' idolo di milioni di giovani turchi, il pericolo è ritrovarsi con una minoranza il cui cuore potrebbe battere per un Paese solo. E potrebbe non essere la Germania.

 

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