1- TREMONTI CONTRO DRAGHI: FARE COME LA GERMANIA? 'E' UNA COSA DA BAMBINI'
Da Corriere.it
- Per lo sviluppo economico «serve un nuovo ministro». Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti nel suo intervento al WorkShop Ambrosetti. La frase suona come una risposta all'appello fatto dal presidente degli Industriali, Emma Marcegaglia, che poco prima, sempre a Cernobbio, aveva chiesto al governo di intervenire, lamentando l'assenza di una «politica della crescita».
tremonti draghi
draghi tremonti
LA POLEMICA CON DRAGHI - «Dire che bisogna fare come la Germania è superficiale, è roba da bambini», ha aggiunto il ministro nel suo intervento. Un invito a prendere esempio dalla Germania e alla sua capacità di ripartire e di rilanciare la crescita era arrivato venerdì, sempre dall'assise del Forum Ambrosetti, dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi.
«NON C'È EMERGENZA, ORA RIFORME» - Per l'Italia, ha detto ancora il ministro dell'Economia, «non c'è un'emergenza autunnale» ma solo l'esigenza di attuare le riforme. Tremonti ha precisato che la «realtà non è così come viene rappresentata». Il ministro ha anche invitato alla serietà, perché «quando i politici vanno in vacanza - ha detto - altri si mettono a fare politica».
2 - LIBICI, RAMPL INCALZA PROFUMO
Paolo Pica per il Corriere della Sera
RAMPL
Alessandro Profumo (ad Unicredit) e Dieter Rampl (Presidente Unicredit)
E' niente di meno che il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet a venire in soccorso di Alessandro Profumo, messo sotto pressione per la gestione dei rapporti con gli investitori libici divenuti i primi azionisti di Unicredit. «Viviamo in un mondo aperto e gli investimenti esteri diretti sono sempre possibili», ha detto il banchiere centrale che pure, e come ovvio, ha declinato commenti specifici sulla vicenda che sta facendo salire il nervosismo ai vertici di Piazza Cordusio.
Il clima - che rischia di rivedere i picchi di tensione della primavera scorsa, quando l'amministratore delegato era stato (quasi) messo in discussione per la gestione del progetto della Banca Unica - pare si sia fatto poco piacevole negli ultimi giorni tra lo stesso Profumo e il presidente Dieter Rampl.
Quest'ultimo non avrebbe gradito, e non ne ha fatto mistero con gli azionisti e con la Banca d'Italia, di essere rimasto all'oscuro fino all'avvenuta comunicazione alla Consob dell'operazione che ha portato il fondo sovrano di Tripoli (Lia) ad acquistare sul mercato ai primi di agosto quel 2% di azioni Unicredit che, aggiungendosi al 4,99% già in mano alla Banca Centrale, ha portato gli investitori controllati dal governo di Muammar Gheddafi al 7%.
Un assetto che, sulla carta, permette di aggirare il limite statutario del 5% al voto in assemblea dei singoli soci. Ci vuole vedere chiaro la Banca d'Italia e anche la Consob, ma prima di tutto tocca a Rampl ricostruire la dinamica dell'operazione e stabilire quali possibili effetti sulla governance potrebbe comportare la massiccia presenza dei libici nel capitale.
RAMPL PASSERA SCARONI - copyright Pizzi
BACIAMONO GHEDDAFI-BERLUSOCNI
I legali della banca avrebbero già prodotto un parere secondo il quale i due investitori, cioè la Central Bank of Lybia e la Lia, sarebbero da considerare distinti, autonomi l'uno dell'altro. E' un fatto però che uno dei quattro vicepresidenti di Unicredit, Farhat Bengdara, governatore della Banca di Tripoli risulta essere consigliere di amministrazione del fondo.
Molto insomma c'è ancora da chiarire e molte sono le domande che i soci porranno a Profumo e Rampl nel comitato governance già convocato per mercoledì 8. Chi sapeva del blitz? Chi ha realizzato gli acquisti? E quali potranno essere le richieste dei nuovi primi azionisti della prima banca paneuropea?
3 - I LIBICI E LE REGOLE VIOLATE IN UNICREDIT
Massimo Mucchetti per il Corriere della Sera
consob
Meglio una dittatura araba sedicente socialista o investitori istituzionali italiani legati alle comunità locali? L'articolazione del capitale consente al banchiere il divide et impera. È un bene o un male? Dipende. Nel caso di Unicredit, l'azionariato di comando si articola sulle fondazioni bancarie e su soci statali libici in crescita; rilevanti, ma fuori dalla gestione, il fondo sovrano di Abu Dhabi e il fondo americano Blackrock; poco rilevanti ma presenti in consiglio alcuni privati italiani ed europei.
È l'assetto ideale? Management, amministratori, Banca d'Italia e governo devono rispondere. Cavarsela con un «è il mercato, bellezza!» sarebbe come abdicare alle proprie responsabilità: con la Grande Crisi il mondo è cambiato; e il fatto che Unicredit non abbia preso i Tremonti bond, scelta meritevole, non basta a ricostruire ad personam il liberismo bancario.
Breve riepilogo. Il fondo sovrano Lybian Investment Authority (Lia) rastrella il 2% di Unicredit senza che il consiglio di amministrazione ne sia informato, nonostante gli acquisti azionari vengano effettuati attraverso la banca di piazza Cordusio. La Central Bank of Lybia (Cbl) ha già il 4,9. Tripoli, di fatto, diventa il primo azionista. E potrebbe salire al 10%. Ma, secondo lo statuto di Unicredit, nessuno vota per più del 5%. Può dunque votare la Lia?
BERLUSCONI NON ASCOLTA PIU GHEDDAFI
Il nuovo socio, entrato senza chiedere permesso, ha in mano il parere favorevole di uno studio legale consegnato informalmente dagli uffici di Alessandro Profumo. Ma Lia e Cbl sono due corpi e un'anima sola: in Libia tutti rispondono a Gheddafi, e il banchiere centrale Fahrat Bengdara, vicepresidente di Unicredit, è anche consigliere della Lia.
Vale dunque la pena di attendere il parere ufficiale della banca, richiesto per lettera dalla Banca d'Italia anche ai fini di vigilanza, e pure l'indagine Consob sulla scalatina, visto che nei periodi price sensitive i soggetti legati agli amministratori - com'è la Lia dove c'è Bengdara - non avrebbero potuto trattare azioni della banca.
massimo mucchetti myrta merlino
I nodi di legittimità non si sciolgono con l'elogio storico dei libici fatto, in tempi diversi, da chi li ha già avuti soci: in Fiat e Banca di Roma, Tripoli portò capitali freschi, mentre di Unicredit, ora, ha comprato titoli già emessi. Se è un investitore puro, la Lia non avrà bisogno di votare. Qualora fosse insoddisfatta, venderà.
Del resto, come chiudere un occhio con soci esteri opachi quando si son pretesi rigore e ben altri denari da fondazioni italiane e trasparenti? Nel 1988 Reagan fermò la Comit pronta all'Opa amichevole sulla Irving Bank per molto meno: era controllata dall'Iri, e tanto bastò benché fosse una banca quotata di un Paese della Nato. Ma sarebbe un peccato se tali critiche conducessero a chiusure provinciali.