1- DOPO MARPIONNE, ANCHE PROFUMO STA TRAMANDO AD UN PIANO SEGRETO PER TOGLIERSI DALLE PALLE CONSOB E DRAGHI E POLITICI DI OGNI COLORE, LEGHISTI IN TESTA - 2- ECCO QUINDI LA FRENETICA RICERCA DI FONDI ESTERI, ATTRAVERSO MCKINSEY (VITTORIO TERZI) PER AUMENTARE LA QUOTA "STRANIERA" IN UNICREDIT E DISINNESCARE GLI ITALIANI CHE SI SONO SVENATI PER SALVARE LA SUA TRABALLANTE POLTRONA - 3- OVVIAMENTE DELLO SPOSTAMENTO DELLA SEDE (SOGNO SEGRETO, AMSTERDAM MA SCARTATO PERCHÈ TROPPO SPREGIUDICATO) IL PRESIDENTE DIETER RAMPL NON SA NULLA - 4- ED IL GOVERNO CHE PUO’ FARE PER IMPEDIRE CHE LA BANCA, DI FATTO GIÀ GESTITA DALLA GERMANIA, POSSA TRASLOCARE? NULLA. COSÌ COME LA BANCA D’ITALIA. L’UNICA POSSIBILE MOSSA È QUELLA DI RIUNIRE LE FONDAZIONI ITALIANE E PUNTARE I PIEDI. MA IL TEMPO STRINGE E L’ASSEMBLEA DI MARZO È MOLTO VICINA E QUESTO CAOS POLITICO NON FA CHE RAFFORZARE ALESSANDRO IL GRANDE PRONTO A DIRE "BYE BYE ITALY"... - 5- IL TRASFERIMENTO DELLA SEDE IN TERRA STRANIERA RENDEREBBE MENO COMPLESSO PER MOTIVI SINDACALI IL LICENZIAMENTO DI OLTRE 4 MILA DIPENDENTI UNICREDIT
1- DAGOREPORT
Alla faccia della Consob e di Banca d'Italia che indagano sulla partecipazione libica in Unicredito, Alessandro Profumo sta pensando ad un piano segreto per togliersi dalle palle autorità costituite e politici italiani di ogni colore, leghisti in testa.
ALESSANDRO PROFUMO JONELLA LIGRESTI
Il piano è elementare e nascerebbe da un'idea di un suo vecchio amico l'avvocato Daniele Discepolo che ha un avviato studio legale a Milano dove passano i dossier più caldi di Piazza Cordusio: spostare la sede legale dall'Italia alla Germania e precisamente a Monaco cosi da dribblare in un colpo solo i troppi curiosi, con le Fondazioni in testa che vogliono sindacare sul suo lavoro e soprattutto sulla farragginosa organizzazione messa in piedi (il cosiddetto "BancOne").
Alessandro Profumo foto di MarinoPaoloni
E come si fa? Occorre ovviamente un'assemblea con una maggioranza qualificata che metta proprio nell'angolo le Fondazioni italiane nel nome di una internazionalizzazione della banca che tanto potrebbe piacere ai mercati facendo di Alessandro il banchiere mondiale.
Ecco quindi la frenetica ricerca di fondi esteri che possano aumentare la quota "straniera" e mettere ko gli italiani che negli anni scorsi si sono svenati per salvare la sua traballante poltrona. Questo incarico delicatissimo, tra Hong Kong e Dubai è stato affidato ad un altro fedelissimo compagno di avventura, Vittorio Terzi capo della MCKinsey Italia dove Profumo ha cominciato a muovere i primi passi e che in queste ore sta trattando con i libici.
PIAZZA CORDUSIO
VITTORIO TERZI DI MCKINSEYOvviamente dello spostamento della sede (il sogno segreto sarebbe ad Amsterdam in Olanda ma scartato perchè troppo spregiudicato) il presidente Dieter Rampl non sa nulla ma questo non meraviglia affatto così come è avvenuto con l'aumento della partecipazione libica nonostante un documento che era stato preparato dagli uffici legali interni e mai arrivato in Presidenza. E di questo aspetto lo stesso Rampl si è sfogato con Maramotti un altro azionista di peso (gruppo Max Mara) critico sull'attuale gestione.
DANIELE Discepolo
Per spostare baracche e burattini prosegue l'affannosa ricerca di nuovi azionisti - come il Fondo di Singapore - che vedono interessante l'investimento con il titolo a livelli cosi' bassi e ben lontano dai 3,08 euro pagati dalle Fondazioni italiane per evitare il crack dell'Istituto. Libici e arabi, fondi tedeschi ed austriaci sarebbero ben lieti di fuggire dall'Italia ed è difficile che la germanica Allianz si possa opporre ad un trasferimento a Monaco nonostante gli ottimi rapporti con il governo italiano.
piromallo03 ignazio luigi maramotti
Ed il governo che puo' fare per impedire che la banca, di fatto già gestita dalla Germania, possa traslocare? Nulla. Così come la Banca d'Italia. L'unica possibile mossa è quella di riunire le Fondazioni italiane e puntare i piedi. Una regia molto difficile che politicamente forse può fare solo la Lega con i governatori del Piemonte e del Veneto, Cota e Zaia che possono cercare di fare fronte comune e mettere Profumo in un angolo.
Fino ad oggi l'unico che ha capito sembra essere il potente sindaco di Verona Tosi che ha lanciato più di un allarme che pare sia finalmente arrivato alle orecchie di Bossi e di Tremonti. Ma il tempo stringe e l'assemblea di marzo è molto vicina e questo caos politico non fa che rafforzare Alessandro il Grande pronto a dire "bye bye Italy".
RAMPL
2 - MCKINSEY REGISTA DI UNICREDIT-LIBIA
Fabrizio Massaro per "Milano Finanza"
La visita di Alessandro Profumo a Roma in occasione dell'arrivo di Muammar Gheddafi era obbligata, essendo ormai il governo libico il primo azionista del colosso bancario italiano. Del loro colloquio non è filtrato nulla («Oggi fate i bravi», ha scherzato lunedì notte nella casera di Tor di Quinto il ceo, parlando con i cronisti che gli chiedevano dell'incontro), ma di certo è servito a saldare un legame già esistente come eredità della fusione con Capitalia e ora rafforzato dalla crescita fino al 7%.
ROBERTO COTA
Lo scorso 4 agosto il fondo sovrano Lybian Investment Authority (Lia) ha comunicato di avere il 2%, che si è così aggiunto al 4,9% posseduto dalla Central bank of Lybia (il governatore Farhat Omar Bengdara è uno dei vicepresidenti di Unicredit).
Profumo, oltre a disporre del favore del governo Berlusconi verso gli investimenti di Gheddafi in Italia, può vantare anche un mediatore d'eccezione in Vittorio Terzi, amministratore delegato di McKinsey Italia ma anche presidente della Camera di commercio Usa in Italia. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, c'è proprio la regia del colosso della consulenza da cui proviene lo stesso Profumo dietro la mossa che portato i libici al 7%.
LUCA ZAIA
Sarebbe stato il consulente a trattare la crescita del Lia in Unicredit, naturalmente con l'avallo di Profumo. La mossa ha fatto gridare allo scandalo la Lega Nord, partito al potere in Veneto e con grande influenza sulla fondazione Cariverona, primo socio italiano di Unicredit con il 4,9%. Terzi avrebbe lavorato in solitudine, mentre non sarebbe stato della partita il vice-ceo Sergio Ermotti, responsabile del corporate e tessitore dell'ingesso degli altri soci arabi, quelli di Abu Dhabi con il fondo Aabar, ora al 4,9%.
MUAMMAR EL GHEDDAFI
Il presidente dell'istituto, Dieter Rampl, invece sarebbe stato informato solo a cose fatte, così come le Fondazioni italiane azioniste che Rampl ha incontrato il 28 luglio, quando l'operazione Lia era già conclusa: in quell'occasione non avrebbe affrontato l'argomento Libia (a differenza di quanto era emerso nell'imminenza dell'ingresso libico).
Nonostante l'operazione sia stata concordata con Profumo, resta il fatto che l'arrivo al 7% dei libici in Unicredit (e non sono esclusi altri arrotondamenti, fino al 10% in base anche alle condizioni di mercato) sta creando scompiglio anche a livello di governance, visto che lo statuto pone un vincolo ai diritti di voto alle quote oltre il 5%. Come riferito da MF-Milano Finanza a metà agosto, dapprima la Banca d'Italia, poi la Consob hanno cominciato a guardare all'evoluzione dell'azionariato.
UMBERTO BOSSI
Bankitalia non era stata informata preventivamente dell'acquisto, perché il Lia si considera soggetto distinto dalla Banca Centrale libica.
TREMONTI
Tuttavia su questo le fondazioni hanno storto il naso, sia pur facendo buon viso a cattivo gioco. La Consob ha quasi subito cominciato «verifiche di routine» sulla trasparenza della comunicazione, come ha ribadito ieri dopo alcuni articoli di stampa che sono tornati sulla questione.
Abu-Dhabi
Il Lia non è un soggetto nuovo in Unicredit. Era già azionista dentro la banca sicuramente dal 24 dicembre 2009, con una quota piccola (36,7 milioni di titoli), come indicato nel prospetto dell'aumento di capitale di gennaio. Ma lo era in realtà fin dall'ottobre 2008: «La Banca Centrale della Libya (Cbl), la Libyan Investment Authority (Lia) e la Libyan Foreign Bank (Lfb) annunciano di aver acquisito sul mercato una quota ulteriore che consente loro di raggiungere il 4,23% del capitale Unicredit», recitava il comunicato diffuso alle agenzie il 17 ottobre 2008 dopo le comunicazioni in Consob per spiegare il blitz su Piazza Cordusio.
ERMOTTI
«Come azionisti di lungo periodo Cbl, Lia e Lfb hanno concordato la scorsa settimana di partecipare all'aumento di capitale Unicredit attraverso bond convertibili fino a 500 milioni». Insomma, a fine 2008 il Lia era considerato collegato alla Banca Centrale dalle stesse istituzioni di Tripoli. Ora invece si considera come entità separata e come tale si è dichiarato in Consob.
milano finanza
La questione non è indifferente: in questo momento i libici voterebbero in assemblea per l'intero 7%, mentre se fossero considerati collegati avrebbero i voti congelati al 5%. Per le Fondazioni azioniste (Cariverona, Crt, Carimonte Holding, più le minori Cassamarca, CrTrieste, Banco di Sicilia e Manodori) sarebbe un modo per riequilibrare i pesi nella governance, essendo ora diventati secondi azionisti con il 12% circa subito dopo la compagine araba, anch'essa sopra il 12%.
Ambasciatore Libico in Italia Gaddur
Chi invece non appare al momento preoccupato dell'arrivo dei libici è il socio Allianz (2,05%), rappresentato in Italia, e nel cda di Unicredit, da Enrico Tommaso Cucchiani. Anche perché da quanto trapela, gli stessi libici nonostante il maggior peso nella banca, non vorrebbero forzare la mano chiedendo altri posti in cda. D'altronde alla vigilia della visita di Gheddafi, l'ambasciatore libico a Roma, Abdulhafed Gaddur, era stato chiaro: «La Libia vuole investire rispettando le leggi, non vogliamo forzarle o aggirarle».
Enrico Cucchiani







