1. MARPIONNE ASPETTA CON UNA CERTA ANSIA IL 3 GIUGNO QUANDO UN GIUDICE DEL DELAWARE, EMETTERÀ LA SENTENZA SUL PREZZO DELLE AZIONI CHRYSLER CHE DOVREBBERO PASSARE NELLE MANI DI FIAT (IL DUELLO CON IL "SINDACATO GLOBALE" DI BOB KING) 2. DITE A LUCHINO CHE L’INGRESSO DI ENI, ENEL, F.S. IN CONFINDUSTRIA È AVVENUTO TRA IL 2000 E IL 2004 DURANTE LA PRESIDENZA D’AMATO E SOTTO LA SPINTA DI LUIGINO ABETE 3. AD AIUTARE BERNABE’ NEL SUO PERCORSO DI SCORPORO SARA’ CATRICALÀ, VICEMINISTRO ALLO SVILUPPO ECONOMICO CHE PRESTO AVRÀ LE DELEGHE PER LE TELECOMUNICAZIONI 4. IL CULO DELLO SCARPARO: OGGI DELLA VALLE POTREBBE USCIRE DALLA CATENA DEI GRANDI MAGAZZINI SAKS CON UNA PLUSVALENZA DI 191 MILIONI DI DOLLARI

1. MARPIONNE ASPETTA CON UNA CERTA ANSIA IL 3 GIUGNO - IL "SINDACATO GLOBALE" DI BOB KING
Da quando nel gennaio 2012 ha sbattuto la porta della Confindustria Sergio Marpionne non ha alcun interesse a seguire le vicende dell'Associazione guidata dal patron del Sassuolo Calcio, Giorgio Squinzi. E anche il dibattito aperto dal capelluto Guido Barilla sulla vocazione "manifatturiera" dell'industria italiana lo lascia assolutamente indifferente.

Ormai la Fiat sta viaggiando con il passaporto e il codice fiscale stranieri quindi agli occhi del manager dal pullover sgualcito e' gia' fuori dall'elenco delle grandi multinazionali manifatturiere del nostro Paese.

Prima di indossare definitivamente la casacca a stelle e strisce, Marpionne deve far digerire agli ultimi operai della Fiat un ultimo boccone che potrebbe chiudere per sempre il sogno di "Fabbrica Italiana".

Gli operai lo sanno, ma un filo di speranza l'hanno intravisto ieri a Lecce durante il Congresso organizzato dalla Fim Cisl dove ha partecipato Bob King, il leader del potente sindacato americano UAW (United Auto Workers) che detiene il 41,5% di Chrysler attraverso il Fondo pensioni Weba. Stamane Marpionne deve aver letto con attenzione le tre interviste che Bob King ha concesso all'"Unità", "Repubblica" e "La Stampa".

I rapporti con Bob sono formalmente buoni ed è lo stesso sindacalista, nato nel Michigan 66 anni fa, a dire che il manager italo-svizzero "è un genio del marketing". Questo giudizio può far piacere fino a un certo punto a Marpionne perché sa che l'amico Bob è un duro, allevato alla scuola dei gesuiti di Detroit, padre di cinque figli, e autore di un braccio di ferro che nel 2006 ha messo alle corde colossi come Ford e General Motors.

Nel panorama produttivo americano dove i sindacati negli ultimi decenni non hanno mai avuto un ruolo fondamentale, Bob King rappresenta un duro che con piglio militare (ha fatto il soldato in Corea del Sud per un paio d'anni) guida un esercito di 151mila operai ai quali bisogna aggiungere i 200mila pensionati riuniti nel Fondo Weba.

In questo momento sta conducendo un braccio di ferro con Marpionne che intende completare il suo capolavoro americano con l'acquisto della quota di Chrysler in mano al sindacato. Lo scontro ha assunto toni forti per la diversa valutazione che le due parti danno al pacchetto azionario. Secondo Fiat non vale più di 4,6 miliardi di dollari mentre Bob King ne chiede 11,4, e sarà un giudice del Delaware a dire l'ultima parola.

Chi l'ha visto ieri a Lecce dice che il leader sindacale targato Usa ha la stessa disinvoltura di Marpionne,solo che invece del pullover sgualcito, porta la camicia fuori dai pantaloni, ma come il capo di Fiat Chrysler infila nei suoi discorsi qualche dotta citazione perché ha studiato filosofia dai gesuiti.

Rileggendo le tre interviste rilasciate dal sindacalista Usa, al manager italiano non è sfuggito il richiamo alla necessità di creare un "sindacato globale" da contrapporre a Fiat Chrysler in ogni trattativa. Questa affermazione farà godere sicuramente Maurizio Landini, il leader della Fiom Cgil che ha non ha studiato dai gesuiti, ha 15 anni di differenza rispetto al collega americano, e quando appare nei comizi e in televisione suona una musica in crescendo che alla fine stordisce.

Ma non è questo a preoccupare Marpionne quanto piuttosto la saldatura di un asse transatlantico sull'ipotesi di un sindacato globale che potrebbe ridare fiato alle rivendicazioni degli operai italiani ai quali è rimasta soltanto la bandiera di Landini.
Per questa ragione Marpionne aspetta con una certa ansia il 3 giugno quando Donald Parsons, il giudice del Delaware, emetterà la sentenza sul prezzo delle azioni che dovrebbero passare nelle mani di Fiat lasciando mano libera al "genio del marketing" italiano.

2. QUEL PARAGURU DI LUCHINO
Anche Luchino di Montezemolo ha seguito l'esempio di Marpionne disertando l'Assemblea di Confindustria.

Nel suo caso si tratta di un comportamento disdicevole perché il presidente della Ferrari non può dimenticare i quattro anni di presidenza nell'Associazione degli imprenditori. Probabilmente ha preferito volare a Montecarlo dove domenica si corre la Formula1, ma la sua assenza è stata notata dagli ex-presidenti come la Marcegaglia, Luigino Abete e Giorgio Fossa che si sono sforzati di applaudire la relazione di Giorgio Squinzi quando quest'ultimo ha esclamato:"non siamo una casta!" e ha emesso il macabro verdetto: "siamo sull'abisso".

Luchino è praticamente fuori dalle logiche confindustriali e a questo strappo aggiunge anche quello politico nel momento in cui la sua "ItaliaFutura" ha ribadito non più tardi di ieri di prendere le distanze da "Sciolta Civica", l'infelice raggruppamento di Monti. Il disincanto non gli impedisce comunque di esprimere un giudizio positivo nei confronti dell'altro strappo che ha visto come protagonista Guido Barilla e con toni polemici abbastanza espliciti dichiara oggi che la sparata del Mulino Bianco "è perfettamente legittima".

Poi aggiunge che da tempo non si sente più parlare di temi veri quali ad esempio quello della concorrenza che gli sta particolarmente a cuore dopo la discesa in campo nell'Alta Velocità. E qui salta fuori l'inevitabile reazione di Mauro Moretti, il mancato ministro dei Trasporti che senza prendere di petto il tandem dei picconatori Barilla-Montezemolo dichiara in un'intervista a "La Stampa" che non ha alcun senso spaccare in due la Confindustria.

A suo avviso e' bene intendersi una volta per tutte sulla parola "manifattura" che secondo Moretti si deve attribuire equamente sia alle industrie tradizionali della meccanica che a quelle dei servizi come l'energia e le ferrovie. E dopo aver smentito che gli ex-monopolisti di Stato come Ferrovie abbiano un peso eccessivo dentro viale dell'Astronomia, il buon Moretti evita con eleganza di ricordare a Luchino che l'ingresso delle utilities nell'Associazione degli imprenditori è avvenuto tra il 2000 e il 2004 durante la presidenza D'Amato e sotto la spinta di Luigino Abete.

Tutto fa pensare che entro pochi giorni il dibattito sulle due anime di Confindustria (manifatturiera e di servizi) si spegnerà rapidamente. Il grido di dolore di Barilla sarà archiviato nell'indifferenza degli altri associati e lo storico torinese Giuseppe Berta (da sempre legato al mondo Fiat) continuera' a dire che la Confindustria è morta.

A tenerla in vita saranno i contributi associativi che le grandi aziende pagano ogni anno. Non a caso Moretti rivela nella sua intervista che le Ferrovie fanno la loro parte versando nelle casse di Squinzi circa 3 milioni di euro.


3. AD AIUTARE BERNABE' NEL SUO PERCORSO DI SCORPORO SARA' CATRICALÀ
Franchino Bernabè non poteva scegliere un giorno peggiore per portare sotto gli occhi dei consiglieri di Telecom la montagna di carte in cui si spiegano le ragioni per lo scorporo della Rete.

Nello spazio di 48 ore sull'azienda sono piovuti i missili terra-aria di Moody's e Standard & Poor's che sembrano la premessa per giudicare le azioni di Telecom "spazzatura". È facile immaginare con quale spirito i consiglieri abbiano seguito per 3 ore le parole di Bernabè e del direttore finanziario Piergiorgio Peluso (noto soprattutto per la megaliquidazione di 5 milioni ricevuta quando è uscito dal Gruppo Ligresti).

Alla fine hanno deciso di spostare al 30 maggio la data per dare semaforo verde alla costituzione di una newco per la rete, ma per quella data è già previsto il no secco degli spagnoli di Telefonica che con l'assenza al consiglio del loro big, Cesar Alierta, hanno manifestato plasticamente la loro ostilità.

In realtà Franchino non ha altra strada per salvare i conti dell'azienda sui quali pesa il fardello di 40 miliardi di debiti e il calo sul mercato italiano.

A sua difesa ha portato l'esempio di Vodafone dove Colao Meravigliao ha detto ,non più tardi di mercoledì, che i conti vanno male e ha aggiunto: "vorrei poter dire che abbiamo toccato il fondo ma temo non sia così".

A questo scenario irto di difficoltà e con i rating di Moody's e Standard & Poor's che incombono come mannaie, bisogna aggiungere le incertezze del quadro politico e del governo. Il progetto di scorporo è stato al centro di un incontro di Bernabè con Enrico Letta e subito dopo è saltata fuori una notizia (trascurata dai giornali) che potrebbe aiutare il manager di Vipiteno nel suo percorso. A darla è stato Tonino Catricalà, il magistrato calabrese che è diventato viceministro allo Sviluppo Economico. In una dichiarazione fuggevole a RadioUno ha detto che presto avrà le deleghe per le telecomunicazioni.

Non è un annuncio di poco conto perché la capacità di mediazione di Catricalà potrebbe accelerare i tempi per lo scorporo della Rete superando le obiezioni dei competitor e di Bruxelles. Citando Mao ieri Franchino ha dichiarato: "un grande cammino inizia sempre con un piccolo passo". Un altro passo si potrà fare quando Catricalà entrerà nel pieno possesso delle deleghe, ma la strada è tutta in salita e il rischio di vedere le azioni nella spazzatura e' una scure.


4. IL CULO DELLO SCARPARO:
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che anche Dieguito Della Valle, come il suo compagno di merenda Luchino di Montezemolo, è assolutamente indifferente alle sorti di Confindustria.

Dal marzo 2006 quando al convegno degli imprenditori di Vicenza Berlusconi lo strapazzò sotto gli occhi atterriti di De Bortoli e di Maurizio Beretta, Dieguito si è disamorato e nel luglio dell'anno scorso è uscito dal direttivo insieme a Nerio Alessandri.

Adesso la sua attenzione è concentrata su ciò che sta avvenendo nella Quinta Strada di New York dove si trova il più grande dei 54 negozi della catena Saks. Sembra infatti che Goldman Sachs abbia ricevuto l'incarico di valutare la vendita delle azioni in mano ai soci della società fondata da Andrew Saks nel 1867.

La quota in mano al patron della Tod's vale oggi più del doppio del valore pagato quando a febbraio 2009 Dieguito acquistò il 14,2% dei grandi magazzini per 164 milioni di dollari. Secondo i calcoli del "Sole 24 Ore" oggi potrebbe uscire con una plusvalenza di 191 milioni di dollari.

Un affare ben più serio delle polemiche provinciali sulle due anime di Confindustria".

 

SERGIO MARCHIONNE le02 guido barillaGIORGIO SQUINZI bob-king-FIAT CHRYSLER BOB KING E SERGIO MARCHIONNEMaurizio Landini Luca Cordero di Montezemolo Luigi Abete MAURO MORETTI BERNABEPiergiorgio PelusoCesar Aliertaantonio catricala Diego della valle

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