1- "UN BIG DEL FASHION è INQUISITO DA DIVERSE PROCURE PER MAFIA (MA NON è VERSACE)" - 2- A KLAUSCONDICIO GIGI NUZZI ANTICIPA UNA NUOVA "METASTASI" DELLA “MILANO DA BARE” - 3- STUDENTI MINIBOSS! "LA BOCCONI E LA LUISS ORMAI CENTRI DI SMISTAMENTO DELLA COCA" - 4- ’NDRAGHETA FASHION! CAPITOLO-BOMBA SULLA MORTE MISTERIOSA DI VERSACE: "TRA DI NOI SI DICEVA CHE FRANCO COCO DAVA SOLDI A VERSACE PER RIPULIRLI, PER RICICLARLI" -
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1- NUZZI: UN BIG DELLA MODA SOTTO INCHIESTA PER MAFIA: "NON È VERSACE"
Lo ha rivelato Gianluigi Nuzzi nel corso del suo intervento a KlausCondicio senza voler precisare il nome. "L'inchiesta è opera del lavoro di diverse Procure", ha poi precisato Nuzzi.
E, alla domanda di Klaus Davi "E' Versace?", la risposta è stata: "No, non è Versace. E' un'altra casa. Non le dico il nome, ma è un marchio conosciuto in tutto il mondo che vede fascicoli corposi negli archivi dell'antimafia", ha aggiunto.
metastasi
Nel corso del programma Nuzzi ha spiegato come i capitali mafiosi entrano nel circuito delle griffe. "Nel momento in cui hai una rete di negozi, quindi hai un cash flow cospicuo che entra ed esce. Hai una distribuzione in alcuni Paesi nei quali ci sono regimi fiscali molto interessanti per chi vuole entrare nella zona grigia (Singapore, Cina, Corea, Hong Kong, Taiwan) sicuramente in maniera sana. Ma consentono un movimento sia finanziario che economico che costituisce una rete molto appetibile".
2- LA CAMERA DELLA MODA NON FA PREVENZIONE ANTI-MAFIA
"Dalle istituzioni che presidiano la moda in Italia sarebbe condivisibile attendersi un moderno codice etico, un sistema di controllo interno per consentire al nostro made in Italy un'immagine indiscutibile in tutto il mondo. Iniziative significative e, soprattutto, preventive, metterebbero a tacere qualsiasi voce. Non è infatti tollerabile che su alcuni marchi concorrenti sleali o maligni facciano aleggiare leggende negative e voci infamanti sulla costituzione dei primi capitali.
Ed è ovvio che non mi riferisco a quanto due collaboratori di giustizia affermano in ‘Metastasi'. E' un discorso generale. Sarebbe bene che si prendesse esempio da quanto Confindustria sta facendo nel Mezzogiorno perché il silenzio confina con la complicità".
gianluigi nuzzi
E alla domanda "Farebbe bene la Camera della Moda a segnalare alla magistratura le aziende associate in odor di mafia e camorra?", la risposta è stata "Sì, come qualunque organismo di rappresentanza deve cercare la collaborazione della magistratura e non far finta di nulla".
3- RAMPOLLI ‘NDRANGHETA SMERCIANO DROGA ALLA LUISS E ALLA BOCCONI
"Non pagano la droga, quindi la smerciano alle feste degli studenti della Bocconi e della Luiss. L'arte è quella di essere in credito rispetto agli altri... E' quello il segreto. La ‘Ndrangheta non è generosa: sa colpire i punti deboli, cerca connivenza e consenso".
Così Gianluigi Nuzzi spiega il meccanismo con cui i rampolli della ‘ndrangheta smerciano droga negli ambienti studenteschi della Milano bene.
Nuzzi racconta come avviene: "Questi ragazzi della Luiss e della Bocconi sono boss in provetta a tutti gli effetti. Portano cocaina (tanto non la pagano), la mettono sul tavolo e la offrono a tutti, determinando leadership negative. E, per lo stesso motivo, pagano anche il conto dei tavoli nelle discoteche e nei ristoranti".
4- DAL LIBRO "METASTASI" - LA MORTE OSCURA DI GIANNI VERSACE
di GianLuigi Nuzzi con Claudio Antonelli, Chiarelettere editore
MARIO BOSELLI PRESIDENTE CAMERA DELLA MODA ......l'omicidio Versace, e soprattutto il suicidio del suo assassino Cunanan, presentano zone d'ombra e misteri che possono alimentare una facile pubblicistica, ma le ipotesi alternative formulate nel tempo sono finora naufragate. Dalle più fantasiose (c'era chi lo indicava ucciso dalla mafia russa, che aveva lasciato un piccione morto vicino al cadavere) alla grandinata di domande rimaste senza risposta, come quelle del compagno storico dello stilista, Antonio D'Amico, che subito dopo la morte di Gianni andò rapidamente in rottura con la famiglia; fino a qualche anno fa, quando sostenne a proposito dell'indagine americana: «È stata chiusa solo in un mese, troppo frettolosamente. Assurdo che la famiglia abbia accettato questa risoluzione».
Le amicizie pericolose di Versace
Di Bella prosegue il suo racconto. «Franco Coco Trovato aveva una fissa per gli abiti di moda, per le firme del made in Italy. È stato uno dei primi boss italiani curato nel vestire, attento agli accessori, al dettaglio, al marchio da sbattere in faccia ai morti di fame. Franco chiamava i ragazzi, mostrava le cravatte di Versace autografate davanti e dietro, lo indicava come un amico, uno del quale si fidava.
VERSACE CAMPBELL BRUNI x
Quando parlava di Versace si faceva spavaldo. Gonfiava il petto, ti squadrava dall'alto, insomma si atteggiava come se conoscesse chissà chi. Ci descriveva Gianni Versace come fosse il presidente della Repubblica. E poi un giorno aveva una cravatta, un giorno un'altra: "Questa me l'ha data Gianni, questa me l'ha personalizzata Gianni con le iniziali".
«Non chiedetemi come si sono conosciuti, non credo che si fossero visti in Calabria, anche se Gianni era nato giù. Penso che si fossero incrociati a Milano all'inizio degli anni Ottanta. Franco aveva il pallino della moda e delle boutique, tanto che ne aveva aperta qualcuna. La prima a Calolziocorte, vicino a Lecco, intestata a un prestanome di lì, uno zoppo che aveva la gamba sifulina.
versace villa di Miani
Abiti su misura e confezionati; in vetrina esponeva Versace, Pierre Cardin... Poi l'amicizia deve essersi fatta più stretta. A noi diceva solo che facevano viaggi insieme. Andavano a Palma di Maiorca, in Brasile, ma io ho saputo che il rapporto era più intimo. Si divertivano insieme, viaggi e affari. Franco chiedeva di soddisfare qualsiasi esigenza di Gianni.
VERSACE ASSASSINATO Così Beta [nome in codice di soggetto che potrebbe essere sottoposto a nuove indagini, nda] si rivolgeva ai fratelli Marinaro, che procuravano coca buona, di prima classe, che arrivava dalle mani di Aldé, amico strettissimo di Musolino, uno dei narcotrafficanti di punta di Franco, uno che collegava la famiglia direttamente con il Sud America. «Tra di noi si diceva che Franco Coco dava soldi a Versace per ripulirli, per riciclarli. Anzi, posso dire, e me ne assumo la responsabilità, che dal 1983-84 Versace collaborava con Franco Coco per il riciclaggio dei soldi.
versace jpeg
Il primo a dirmelo è stato Beta, che conosceva vita, morte e miracoli dei soldi di Coco Trovato. Meglio di lui non c'era nessuno. Io non rimasi sorpreso. Franco era molto bravo con le relazioni. Non è detto che Versace conoscesse l'origine dei soldi che riceveva. Anzi, forse nemmeno sapeva che il suo amico Coco Trovato era uno di noi, uno della 'ndrangheta. Ma, vedete, per me uno più uno fa due; se tu mi dai un miliardo, fai parte della mia famiglia, altrimenti il miliardo non me lo dai, o sbaglio? Io mi alzo la mattina, vengo da te e ti do un miliardo per cosa? Per giocare? Tutto in simpatia? Dico, siamo impazziti?
La villa di Versace a Miami
«Anche Sandrino, l'autista di fiducia di Franco, mi confermò che i due erano in affari. Sandrino coglieva i discorsi delle persone che trasportava in auto. Ed era un tiratore di cocaina, di quelli forti, 5-10 grammi al giorno. Così si confidava, mi raccontava tutto. Un altro che era a conoscenza dei rapporti di Versace con l'organizzazione era Vincenzo Musolino, cognato di Franco: si era intestato diverse società fittizie per conto del boss e ripuliva un paio di miliardi di vecchie lire al mese. «La montagna di soldi da riciclare tutti i mesi era enorme. I soldi della droga, delle estorsioni, del pizzo, dei furti, dell'usura.
versace luogo del delitto
Un fiume di denaro che arrivava dai capi dei paesi che versavano il dovuto a Franco. Il denaro andava pulito. Sta di fatto che Franco utilizzava due canali: il reinvestimento in bar, ristoranti, appartamenti, beni di lusso, e il riciclaggio in aziende sane che davano utili puliti, candidi. «E poi Franco aveva la passione delle Ferrari, ne possedeva quattro o cinque, le comprava in contanti e le rivendeva.
Anche così puliva, come con i caterpillar comprati nuovi per le sue ditte di scavatori: li teneva fermi tre, quattro mesi e poi li rivendeva. Franco era uno semplice, non usava i computer. Non si fidava. "I soldi si contano, non si scrivono" mi diceva spesso. Così aveva bisogno di qualcuno che prendeva le somme in contanti e poi li riprendeva indietro sempre cash pur di cambiare i numeri di serie delle banconote.
Perché magari finivano dentro i soldi delle rapine ai portavalori, alle poste, alle banche; banconote segnate, pericolose, che bisognava girare subito. Io ti do le banconote sporche, tu mi dai indietro quelle pulite. Ma che poi i soldi davvero tornassero indietro è solo una mia supposizione. Io so che c'erano i versamenti, l'uscita. Nessuno però mi diceva se e come ci tornavano, i capitali puliti. I due lavoravano quindi come una società.
Gianni Versace
Per anni i soldi grossi glieli smaltiva Versace, con passaggi di somme all'estero, a Campione, in Svizzera. Di sicuro ci guadagnavano tutti: consegni un miliardo e ne tornano indietro 800, perché anche chi riceveva i soldi da Gianni doveva avere il suo tornaconto.
.... Nello stesso periodo tra di noi si diceva che Gianni Versace iniziava ad andare male, non aveva nemmeno i soldi per pagare i dipendenti. Iniziò a traballare, a fare debiti. Non ce la faceva più ad andare avanti, per cui la messinscena che Alfa mi confidò sulla finta morte io la interpretai come un modo per togliere Versace dai guai finanziari.
«Rimane invece un capitolo a parte la questione dei quadri rubati da rivendere senza seccature. Le bande compivano furti nelle ville, nelle case di lusso, tele di valore, Dalí, Picasso, Fiume; solo che Franco non capiva un cazzo di arte perché era ignorante, e li girava a chi si fidava. I ragazzi di Franco, quando andavano a compiere furti su commissione negli appartamenti di qualcuno che contava, trovavano sempre quadri di valore. Nella nostra zona c'erano molti di questi quadri. Si cercava qualcuno all'altezza di smaltirli e tutti si rivolgevano a noi. Gianni Versace conosceva parecchia gente e così alcuni glieli piazzava a meraviglia.
CHI28 2006 antonio damico gianni versace
«Una volta li ho visti insieme, nei primi mesi del 1992. Eravamo a Bellagio, sul lago di Como, a pochi metri dall'imbarcadero. Stavo passeggiando con mia moglie quando alla gelateria di fronte ai traghetti, prima del fotografo, notai parcheggiata la Ferrari di Franco, una Testarossa. A un tavolino, Franco stava parlando con una persona che non vedevo in faccia perché era di spalle. Mi vide, ma da come mosse la testa capii che non voleva che gli si rompessero i coglioni.
Non mi avvicinai neanche. Franco, quando ti vedeva in giro, aveva due modi di salutare: se alzava la mano era un invito ad avvicinarti; altrimenti, se faceva un movimento veloce con la testa, dovevi fare finta di niente e continuare per la tua strada. Fece così, e io me ne andai fuori dalle palle. Dopo però mi girai per guardare di nascosto verso il tavolino: l'uomo seduto con lui era Gianni Versace. L'ho riconosciuto subito.»







