CHI TROVA UN RELITTO TROVA UN TESORO - NON SOLO IL BOTTINO DELLA CONCORDIA: SOLO NEL MEDITERRANEO CI SONO 2.500 NAVI AFFONDATE CHE TRASPORTAVANO ARMI, MERCI E LINGOTTI D’ORO, CHE VALGONO MILIONI DI EURO - TRA I PREDONI DEGLI ABISSI ANCHE SOCIETÀ QUOTATE IN BORSA CHE CERCANO DI RECUPERARE METALLI PREZIOSI - RITARDO NEGLI SOS: “CHI SOCCORRE UNA NAVE PUÒ RIVENDICARNE LA PROPRIETÀ O DEI DIRITTI. NEI NAUFRAGI SPESSO SI CONTRATTA CON I SOCCORRITORI"…

Tommaso Cerno per "il Fatto Quotidiano"

Cacciatori di tesori. Moderni predoni degli abissi. Società che ispezionano i relitti e, nel buio dei fondali, svuotano le stive delle navi affondate. Attorno alla tragedia del Concordia c'è un mondo che si muove. C'è chi tenta la corsa contro il tempo per salvare quel che resta della nave naufragata al Giglio e chi spera, invece, che il relitto si inabissi. Per dare inizio a una caccia subacquea, che non è affatto roba da film hollywoodiano ma è storia vera, una storia comune a decine di naufragi. Già.

Quel parco giochi del lusso trasformato in una gigantesca prigione d'acciaio per giorni in bilico sugli scogli del Giglio, alta come un palazzo di 20 piani e lunga come tre campi da calcio, per i moderni pirati degli abissi è già leggenda. Classificato come un nuovo Titanic, probabilmente la nave più ricca di tesori mai naufragata nella storia dell'uomo, è considerata una possibile preda, mentre ancora si contano i morti e si cerca la verità sulla manovra suicida che ha schiantato la nave sull'isola.

"Chi vive esplorando il fondo del mare lo sa", spiega Francesco Scavelli della Bluimage, una delle più importante società sub che studiano i relitti. Lui ha fatto decine di immersioni, al fianco dei più famosi oceanografi del mondo. Esplorazioni, ricognizioni, sopralluoghi a centinaia di metri sotto il livello del mare: "Sono decine, centinaia le storie di relitti svuotati, o assaltati, e sono tutte simili fra loro. Interessi scientifici e appetiti spesso si sono mescolati. E serve tenere alto il livello di attenzione e di controllo".

Sul fondo del Mediterraneo dormono 2.500 navi. Nel minuscolo quadrato di Adriatico fra Ravenna, Venezia e Trieste solo in epoca moderna 333 imbarcazioni sono state inghiottite dal mare. Di queste circa 89 sono bastimenti preziosi. Mercantili, scafi di piccolo cabotaggio, piroscafi, transatlantici e navi passeggeri. Spesso affondate vicino alla costa e facilmente raggiungibili. Tutte unite dal tragico destino del naufragio, proprio come il Concordia.

Alcune trasportavano tesori, finiti sul fondo del mare e ambiti dai predoni. Altre stanno inquinando in silenzio il mare, abbattute dagli stessi armatori che per conto della criminalità occultano, dietro lauti compensi, veleni e sostanze tossiche. E ancora unità militari colate a picco durante le guerre, piccole e grandi polveriere strapiene di armi, munizioni, mappe e documenti storici. Storie diverse fra loro, emergenze improvvise, errori umani, avarie, combattimenti.

Ma anche storie simili, che mostrano misteriosi tratti comuni. Uno su tutti, raccontano alla Bluimage, è il ritardato Sos: "Spesso nella storia dei naufragi dopo l'impatto con il fondale, o con uno scoglio, il "mayday" non arriva subito. Passano minuti, a volte ore preziose", racconta Enrico Cappelletti, classe '41, ex sommozzatore professionista e cronista veterano del mare: "In quei minuti spesso non si decide solo il destino dei passeggeri, ma anche quello dell'armatore. La legge del mare è molto complessa e, durante un naufragio, chi soccorre una nave spesso può rivendicarne la proprietà o, comunque, dei diritti. E così nei naufragi, in quei minuti, spesso si contratta con i soccorritori".

Nel caso del Concordia sarà la magistratura a ricostruire quelle ore tragiche. Si stanno passando al setaccio le testimonianze del comandante Francesco Schettino e dei suoi ufficiali. Forse nemmeno la scatola nera potrà fare davvero luce sul ritardato allarme. Certo è che nella storia dei naufragi moderni, molte volte i contenziosi nati al momento di un incidente in mare si sono trascinati per decenni.

Lo sa bene Cappelletti che, nel 2004, stava al fianco di Henry Germain Delauze, una leggenda dell'oceanografia, quando, localizzato il Polluce affondato nel 1841 al largo di Porto Azzurro, fu ritrovato un tesoro di provenienza sconosciuta. Gioielli, pietre preziose, rubini, intarsi dal valore inestimabile: "Telefonai da bordo del Minibex di Delauze, per sapere se ancora la società armatrice rivendicasse diritti su quel relitto. Dopo un po' mi fu comunicato che no, la nave non era più di loro competenza. E così il tesoro fu preso in consegna dalle autorità italiane. Ma gli interessi sono sempre molti".

Sono gli abissi i soli custodi di quei segreti. Funziona così da sempre. Soltanto attorno al Concordia, in quello stesso specchio di mare, meta di turisti e di curiosi, dormono altri tre relitti. Nel 1976 si schiantò su quegli scogli il Nasim II, una grosso mercantile, e l'Anna Bianca, un traghetto che si rovesciò per il maltempo. Trecento metri a sud della prua del Concordia ci sono i segni di un altro naufragio. Una nave della Roma imperiale, sospinta da un fortunale sulla stessa rotta tenuta da Francesco Schettino per onorare la delirante prassi dell'inchino. Anche quella nave antica fu inghiottita dal mare e sul fondale sabbioso si leggono a distanza di secoli i segni delle preziose anfore che trasportava.

Lungo la costa italiana è così. Decine di scheletri sommersi incrociano le loro tragiche storie. E suscitano la curiosità dei sub, ma anche gli appetiti di chi vuole depredarli. I cercatori di tesori esistono ancora e spesso lavorano dietro a società oneste, gente che di giorno si occupa di studiare i relitti e di notte cerca i loro tesori. Talvolta sono business man, altre veri e propri predoni moderni: "Per chi è affascinato dai relitti, ossessionato dai naufragi, pronto a rimetterci quattrini, investimenti, nome e fedina penale, queste navi sono l'unico scopo della vita. Figuriamoci cosa accadrebbe al Concordia.

Pur di mettere le mani sul tesoro sommerso grondante di lingotti, monete, gioielli", spiega Scavelli che guida la spedizione che cerca di ritrovare il relitto della corazzata Roma, abbattuta il 9 settembre 1943, all'indomani dell'armistizio. È gente che là sotto ci ha passato mesi. Che s'è costruita i sommergibili per poter penetrare in quelle prigioni d'acciaio. E che conosce bene il business illegale che si cela dietro ogni tragedia del mare: "Quello dei predoni è un mondo che si muove nell'ombra, fra legale e illegale. Sono capaci di spostarsi in pochi giorni da un capo all'altro del pianeta a caccia di un nuovo scafo".

Perché anche dopo anni sotto il mare, gli scafi corrosi dalla ruggine e colonizzati da alghe e pesci sono una fonte di denaro. Dal piroscafo inglese Persia, naufragato a sud della Sicilia, una società scozzese estrasse una cassaforte a 3.600 metri di profondità. All'interno trovò una preziosa collezione di rubini. Decine di gioielli che venivano inviati come dono alla sposa del Maharaja. Dono che non arrivò mai, come la verità su quella missione, scoperta solo quando quegli stessi sub furono arrestati a Trapani poco tempo dopo per aver tentato di profanare un altro relitto.

Al largo della Liguria giace invece il relitto del Transilvania. È la nave più grande mai naufragata in questi mari prima del Concordia, lo scorso 13 gennaio. Un transatlantico inglese che sembra il gemello del Titanic, silurato nel 1917 e ritrovato solo un paio di mesi fa dai carabinieri subacquei di Genova assieme alla Guy Marine. Là sotto c'è un altro tesoro che fa gola a molti. Forzieri pieni d'oro proprio come nelle storie dei pirati. Erano le paghe delle truppe inglesi di stanza in Palestina, mai arrivate a destinazione.

Lingotti per milioni di euro. E così ancora. La Queen Charlotte, vascello da guerra con 101 cannoni, naufragata al largo di Livorno, ma ancora non individuata. Non è ancora stato recuperato nemmeno l'oro custodito nelle stive del piroscafo Ancona, naufragato sempre nel 1917. O quello del Minas, scomparso a sud della Sicilia con a bordo 25 casse di lingotti aurei, diretti alle truppe italiane in Turchia.

Fra gli obiettivi dei predoni ci sono anche le navi da guerra. E ci sono i mercantili. Lì i tesori sono metalli industriali e materie prime: "Grosse società internazionali anche quotate in Borsa tentano di arraffare carichi dispersi che mantengono una grossa rilevanza commerciale. Trasporti di rame o alluminio, anche dopo cinquanta o sessant'anni, conservano un valore come metalli non ferrosi e le carcasse dei cargo vengono sventrate per estrarlo", spiega Scavelli. "Oggi le operazioni di recupero di questo tipo si svolgono a profondità abissali anche nel Mediterraneo".

Il mercantile Glenlogan, un gigante di quasi 6 mila tonnellate naufragato dieci miglia a sud-est di Stromboli è stato completamente ripulito una decina d'anni fa da una società inglese che aveva acquistato il relitto dal governo britannico. "Dentro, praticamente intatto, c'era un enorme carico di alluminio, rame e gomma".

Tutte materie prime che sarebbero dovute servire per sostenere la produzione bellica durante la Prima guerra mondiale. E che invece hanno messo in funzione una moderna catena di montaggio. Dentro un'industria ad alta tecnologia. Da qualche parte in Europa.

 

RICOSTRUZIONE DEL RELITTO DELLA HENRY DESPREZLA MAPPA DEI TESORI SOMMERSI DA L ESPRESSOEVACUAZIONE DELLA COSTA CONCORDIA PH MASSIMO SESTINI PER L ESPRESSONave costa concordiaI PRIMI SOCCORSI ALLA CONCORDIA PH MODESTI DA REPUBBLICA jpegITALIA CHE AFFONDA - COSTA CONCORDIANAVE CONCORDIASOMMOZZATORI IN AZIONE ALLISOLA DEL GIGLIO VICINO LA COSTA CONCORDIA

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