FIAT TRAGEDY: JAKY NO CRYSLER, LA CASSA è CHIUSA, SOLO UN ANNO DI RINNOVO A LUCA - L’ACEA è MIA: ALEMANNO E CALTAGIRONE SILURANO L’ULTIMO MANAGER VELTRONIANO - Tremonti bond per allungare le mani sulle banche – GELO TRA PALENZONA E GERONZI
1 - ALEMANNO E CALTAGIRONE CACCIANO L'ULTIMO MANAGER DI SINISTRA
C'è un manager a Roma che sta per svuotare i cassetti e preparare le valigie.
È Andrea Mangoni, l'amministratore delegato dell'Acea che è entrato in rotta di collisione con il presidente Giancarlo Cremonesi, l'ex-presidente dell'Associazione dei Costruttori romani che Gianni Alemanno, il sindaco dalle scarpe ortopediche e la croce celtica sul collo, ha piazzato alla fine di ottobre sulla poltrona occupata dall'etrusco-superpresenzialista, Fabiano Fabiani.
Caltagirone
Mangoni è un 46enne di Terni, sposato e due figli, che dopo la laurea alla Sapienza e un po' di esperienza nella finanza è entrato in Acea nel '96 e da allora ha ricoperto vari incarichi fino a diventare direttore generale e nel 2003 amministratore delegato. Alle spalle ha un passato nel Partito Repubblicano, da cui poi si è sganciato per finire nei Ds e nell'entourage di Rutelli e Veltroni.
È suo il merito di aver aperto la porta agli azionisti francesi di Suez-GdF ed è con loro che ha lavorato e si è incontrato al settimana scorsa per chiudere altri accordi, ma la sua iniziativa è stata clamorosamente sconfessata dal presidente Cremonesi e da Francesco Gaetano Caltagirone che senza parlare ha fatto capire con le sopracciglia che l'intraprendenza di Mangoni deve essere stoppata.
Da qui la durissima dichiarazione che Cremonesi ha rilasciato: "l'amministratore delegato è un uomo libero. È persona conosciuta e stimata per cui penso che facilmente avrà interessanti proposte da altre società".
Nella serata di venerdì gli uomini della comunicazione di Acea, guidati dal giovane Pierguido Cavallina si sono affannati a smentire i conflitti al vertice, ma la sorte di Mangoni sembra ormai segnata perché Alemanno e il suo inguardabile staff del Campidoglio vogliono liberarsi del manager di sinistra mettendo la parola fine sull'epoca veltroniana.
Così mentre Cremonesi si gode il sole nella sua villa di Fregene dove abita tutto l'anno per combattere lo stress della città, Andrea Mangoni si sta guardando intorno alla ricerca di un'alternativa.
Tremonti Mao
2 - Tremonti bond, il formaggio che Giulietto ha messo nella trappola per poter allungare le mani sulle banche - GELO UNICREDIT TRA PALENZONA E GERONZI
Dopo il venerdì nero di piazza Affari in cui BancaIntesa e Unicredit sono crollate nella polvere, era prevedibile che il discorso di Draghi all'indomani durante i lavori del Forex di Milano, fosse sottotono.
Il clima è da "panic selling" e il Governatore non se l'è sentita di infierire più di tanto sui banchieri e su Alessandro Profumo che faceva gli onori di casa. Nelle 17 fredde pagine, pronunciate con voce atona, Draghi si è spinto a dire che le banche italiane sono in condizioni migliori rispetto agli altri intermediari e ha addirittura elogiato il governo per aver esteso a gran parte dei lavoratori atipici la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali. Così si legge a pagina 5 del suo intervento che è scivolato senza polemiche e si è concluso con l'invocazione a "proteggere i più deboli".
Questa sobrietà non ha incantato la platea, ma non è bastata a Giulietto Tremonti che nella stessa giornata ha trovato modo ancora una volta di polemizzare con la Banca d'Italia sul dovere-potere di Vigilanza sulle banche. Anche lui a dire il vero lo ha fatto in modo soft anche se dalla tribuna del convegno dell'Aspen ha detto chiaramente che fino a questo momento le sirene d'allarme non sono state attivate da Palazzo Koch e non si sono avute indicazioni sui problemi dell'Est europeo.
Fabrizio Palenzona
I giornali hanno preferito non intingere la penna sull'ennesima divaricazione tra i due personaggi che guidano l'economia, e nessuno si è preso la briga di ricordare a Giulietto che oltre alla Vigilanza della Banca d'Italia c'è anche in Italia una Consob che finora si è rivelata sonnacchiosa e deludente. I titoli delle più grandi banche italiane sprofondano nell'abisso ma nei confronti ai banchieri non si chiede di fare una feroce autocritica (come quella che hanno fatto pochi giorni fa i banchieri inglesi davanti alle telecamere), bensì di farsi carico dei Tremonti bond, il formaggio che Giulietto ha messo nella trappola per poter allungare le mani sulle banche.
Forse è questa la ragione per cui nella fotografia di gruppo del Forex di Milano le facce dei banchieri non erano radiose. Ed è questa certamente la ragione per cui Profumo ha fatto un intervento molto dimesso sotto gli occhi severi di Abramo Bazoli, Enrico Salza (più loquace che mai) e Cesarone Geronzi.
Cesare Geronzi
Nella foto di gruppo non appare la mole massiccia di Fabrizio Palenzona, l'ex-autotrasportatore di Novi Ligure che con i suoi 190 chili è entrato pesantemente nel risiko bancario. Ed è proprio sul suo attivismo sfrenato che nei corridoi del Forex hanno preso a correre le voci più disparate. Non è un mistero che Palenzona si è preso in grembo Alessandro Profumo e dall'inizio di gennaio lo sta difendendo davanti alle Fondazioni-azioniste e dentro le stanze di Palazzo Chigi.
Il vecchio democristianone, che gli amici chiamano Chopin per il conto segreto a Montecarlo intestato al musicista, vuole fare il mediatore tra chi chiede la testa di Profumo (colpevole di gigantismo) e Cesarone Geronzi che della mediazione è sempre stato un maestro.
Quest'ultimo ha dalla sua parte i libici entrati a piazza Cordusio e pronti a buttare sul piatto 100 miliardi di euro per scalare Unicredit, Eni e Telecom, tre partite che si decidono tra Palazzo Chigi e piazzetta Cuccia.
La variabile Palenzona per quanto grande e corposa non può offuscare l'orizzonte.
3 - FIAT INFELIX: JAKY VS. MARPIONNE PER CRYSLER, FORNITORI SENZA PAGAMENTI, RINNOVO PER UN ANNO A MONTEZEMOLO
I primi operai della Fiat che stamane alle 5 sono entrati a Mirafiori dopo l'annullamento della cassa integrazione, non avevano l'aria felice.
A colpirli duramente è stata la notizia trapelata sabato che Luchino di Montezemolo e Sergio Marpionne hanno percepito nel 2008 la metà degli emolumenti incassati l'anno precedente. È un colpo durissimo perché in luogo dei 7 milioni e dei 6,9 milioni che il tandem si era portato a casa due anni fa, si è passati a 3,3 per Montezemolone e 3,4 per il manager italo-canadese.
Marchionne
Questa è la prova provata che la recessione è arrivata anche in Italia al di là di ciò che dice l'Istat e dei dati di Confindustria sui quali il ministro dell'aeroporto di Albenga, Claudio Scajola, ha accusato la Marcegaglia di essere un "corvo". Di questo passo gli operai si chiedono dove si andrà a finire e sono pronti a fare una colletta perché sanno benissimo il valore che Luchino attribuisce al denaro e Marpionne alle stock options sempre più lontane.
A questa notizia se ne aggiungono altre ben più serie secondo le quali la Fiat, dal primo dicembre 2008, avrebbe bloccato il pagamento ai fornitori e 160 dei quali sono già falliti nell'hinterland torinese. Come se non bastasse sembra che nel mese di gennaio si siano vendute soltanto 8 Ferrari con un calo del 73% delle vendite per la Casa di Maranello.
In un quadro così fosco si aspettano le notizie dall'America sul futuro dell'intesa siglata il 21 gennaio scorso a Detroit per rilevare il 35% di Chrysler. A questo proposito l'agenzia Bloomberg avrebbe raccolto notizie che il governo di Obama e la task force per salvare l'automobile potrebbe privilegiare la fusione di Chrysler con General Motors, un'ipotesi che spazzerebbe via le ambizioni di sfondamento di Marpionne sul mercato americano anche se potrebbe rimanere la finestrella aperta di un accordo commerciale.
Prima di mettersi al lavoro davanti alla linea di produzione, gli operai di Mirafiori si sono scambiati anche le ultime sui rapporti tra Yaki Elkann e Montezemolo. I più informati di loro sostengono che Yaki avrebbe rinnovato al presidente della Fiat il contratto per un anno, ma sarebbe terribilmente preoccupato (e incazzato con Marpionne) per il futuro dell'accordo con Chrysler che una volta in porta caricherebbe sulla Fiat l'obbligo di pagare da aprile gli stipendi a decine di migliaia di operai americani.
Jaky Elkann
4 - LA MOGLIE DI COPPOLA FINANZIA "FINANZA & MERCATI"
Danilo Coppola, il palazzinaro romano di Borgata Finocchio che il 10 febbraio è stato condannato a sei anni per la bancarotta da 130 milioni, si ritira dall'editoria.
Per il 42enne furbetto che nel 2007 vantava una fortuna di 3,5 miliardi, la passione per i giornali è sempre stata qualcosa di più serio delle avventure di Stefano Ricucci. È questo il motivo per cui due anni fa entrò nel gruppo editoriale che pubblica "Finanza & Mercati" e "Borsa & Finanza" dicendo: "voglio un giornale autorevole, come quello inglese, quello colorato...".
L'allusione era al "Financial Times" ma l'ambizione si estese anche a mettere 25mila euro nel quotidiano sportivo "Il Romanista" che in questi giorni ha chiuso i battenti.
Adesso Coppola fa un passo indietro e come spiega un commento di 17 righe pubblicato sabato dal settimanale "Borsa & Finanza" nella casa editrice è entrato come azionista all'80% la signora Silvia Necci, cioè la moglie di Coppola.
Già nel dicembre scorso si era posto per le testate economico-finanziarie il problema di una ricapitalizzazione e a provvedere arriva con 4 milioni di euro la donna che negli ultimi due anni ha vissuto il dramma dell'immobiliarista romano.
5 - POSTE, CERCASI COMUNICATORE
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che Massimo Sarmi, l'amministratore delegato delle Poste dalle orecchie generose, sta finalmente cercando un uomo per la comunicazione. La poltrona è vacante da quando Maria Elena Caporaletti è stata estromessa dalla sua funzione. Sarmi vorrebbe al suo fianco una persona in grado di controllare le voci che continuano a circolare sui suoi contrasti con Maurizio Gasparri, e rilanciare la comunicazione di PosteMobile, la società di servizi per il cellulare che ha toccato 700mila utenti, ma soffre di visibilità".









