‘IN ITALIA CI SONO QUATTRO MILIONI DI POSTI DI LAVORO CHE NON SI RIESCONO AD ASSEGNARE’ - SEMBRA FOLLE? PER DAVIDE DATTOLI (26 ANNI) INVECE MANCANO I CANDIDATI CON LE GIUSTE COMPETENZE: ‘È ANCHE COLPA DEI GENITORI, CHE INDIRIZZANO I FIGLI VERSO LAUREE ‘TRADIZIONALI’ E CREANO SOLO NUOVI DISOCCUPATI. IL 75% DEI NEOLAUREATI IN LEGGE NON HA LAVORO’ - LA SUA ‘TALENT GARDEN’ PROVA A COMBATTERE IL FENOMENO

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DAVIDE DATTOLI DAVIDE DATTOLI

 

Marco Zatterin per ‘La Stampa

 

 

Ha detto quattro milioni? Davide Dattoli non ha dubbi e ripete che «sì, i posti disponibili in Italia che non si riesce ad assegnare per mancanza di candidati con le giuste competenze sono valutabili in quattro milioni». È un numero da brividi, quello offerto dal fondatore dei Talent Garden. Batte anche i senza lavoro certificati Istat e diventa misura impietosa della debolezza strutturale che inquina il potenziale economico del Paese. Parla di voglia di crescere zavorrata dal malfunzionamento di scuola, imprese e amministrazione.

 

«Do anche la colpa ai genitori», insiste il giovane che cinque anni fa ha creato la più grande rete europea di co-working: «Dicono ai figli “prendi una laurea tradizionale che sei tranquillo” e alla fine creano solo nuovi disoccupati».

 

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Davide problemi di impiego non ne ha. I suoi Tag, i giardini dei Talenti organizzati su 18 campus in sei paesi si intersecano 150 aziende, sono «piattaforme fisiche per talenti digitali» per giovani, professionisti e grandi imprese come Uber, Deliveroo e Tesla. Per un ventiseienne «orgogliosamente bresciano» è un risultato da incorniciare. Soprattutto perché la maggioranza dei coetanei, se va bene, naviga fra il secondo e al terzo stage.

 

Come nascono i posti che non trovano autore?

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«La causa principale è il rapido cambiamento delle professioni. Una volta studiavi Legge e pensavi di avere lo stesso lavoro tutta la vita. Ora devi accettare di rinnovarti quattro o cinque volte. I mestieri digitali cambiano ogni dieci anni. Poco tempo fa tutti cercavano esperti per i social media, ci sono state opportunità per migliaia di persone, ma in futuro sarà diverso. Il pubblico farà da solo. E loro dovranno riciclarsi».

 

Quali le offerte senza risposta?

«Sono diversificate, ce ne sono anche nei settori tradizionali. Vedo richiedere sviluppatori di software, esperti di marketing digitale, di e-commerce e user experience, di design digitale. Sono profili ricercati. Ce ne chiedono a decine. Ma non ci sono».

 

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Tutti a giurisprudenza?

«Il 75% dei giovani neolaureati in Legge è ancora disoccupato. In Italia sono 13 mila».

 

Invece voi?

«Abbiamo lanciato una scuola di formazione professionale sul digitale. Lo scorso anno abbiamo avuto 250 studenti a Milano. Il 98% ha trovato lavoro».

 

Un lavoro decente?

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«Il grosso degli ingaggi è stato a tempo indeterminato. Quando un’azienda trova la persona che cerca, ha ogni interesse a tenersela stretta».

 

Cosa fare per la formazione?

«La sfida è connettere il mondo del lavoro con la formazione. Ad esempio, col numero chiuso sulle università, così per produrre solo i laureati che servono e orientare meglio i fondi per lo studio, così si sostiene non chi fa più corsi, ma chi sforna più studenti preparati».

 

È anche questione di tempi?

«Andrebbe accorciata la preparazione al mondo del lavoro, con percorsi formativi brevi, proprio perché nella tua vita dovrai cambiare tante volte e non c’è tempo da perdere».

 

Chi paga il training continuo?

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«Siamo sommersi di borse di studio private. Le imprese sono pronte ad investire se sanno che questo farà loro trovare le persone giuste. Abbiamo offerto 20 borse e sono arrivate 1800 richieste. La selezione è stata massacrante. È una questione culturale: se non ci rendiamo conto del problema non possiamo investire». 

 

Vede anche lei, come l’ex presidente Obama, il rischio che l’Economia 4.0 crei opportunità ma anche nuove diseguaglianze aumentando il divario fra chi corre e chi no?

«Assolutamente sì».

 

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Come se ne esce?

«Cominciamo a cambiare i servizi e dare alla gente quello che vuole, altrimenti si muore. Il digitale aiuta».

 

Molti mestieri svaniranno con la quarta rivoluzione industriale.

«Fra cinque anni sarà di nuovo tutto diverso. Nella Silicon Valley si comincia a parlare tanto di centralità della persona. Non ho una risposta. La sfida è capire che la popolazione deve essere più creativa che manuale. La crescita deve essere un tema culturale più che industriale».

 

Scuola da rifare?

«Inevitabile. In Italia abbiamo talento. Tuttavia l’intero sistema deve smettere di investire nel passato e ragionare sul futuro, aprendo il sistema formativo nella consapevolezza che la tendenza non cambierà. Deve prepararsi per il mondo che cambia».

 

L’Italia lo fa?

«Il piano Economia 4.0 di Calenda è stato un gran lavoro, però non tutti conoscono i super ammortamenti. Insisto, è un fatto culturale. La digitalizzazione è un fattore di trasformazione del modo di fare affari e non sono uno strumento di marketing. La Francia ha varato un piano pluriennale per capire dove va il Venture capital. In meno di cinque anni è diventata la prima meta d’investimenti innovativi e digitali. Ha investito 600 milioni solo nel 2016. Noi abbiamo messo la stessa cifra per salvare quelli di Alitalia che dovremmo salvare ancora».

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