LA GIUSTA 'INTESA' (SANPAOLO: MENO MILANO, PIÙ TORINO, MENO PASSERA, PIÙ BENESSIA – DIREZIONE GENERALE AUTONOMA A TORINO – MODELLO “BANCA DEI TERRITORI” E NON “BANCA DI SISTEMA” – FORSE SARANNO CONFERMATI I VERTICI…

BenessiaBenessia

Marco Panara per “Affari&Finanza di Repubblica”

Angelo Benessia è un uomo di carattere. Da quando, il 9 giugno del 2008 è stato nominato presidente della Compagnia San Paolo, fortissimamente voluto dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino, la sua missione è stata di costruire un nuovo equilibrio tra Torino e Milano all'interno della unica, importantissima, partecipata dalla Compagnia, la Banca Intesa San Paolo.

A Torino quello che molti pensano è che la fusione tra San Paolo e Intesa sia andata nettamente a vantaggio di quest'ultima e se non parlano di ‘scippo' poco ci manca. La classe dirigente della città la mette invece in un altro modo: l'operazione è stata giusta ed opportuna.

Alessandro Profumo (Unicredit) e Corrado Passera (Intesa Sanpaolo)Alessandro Profumo (Unicredit) e Corrado Passera (Intesa Sanpaolo)

Perché ha evitato che due grandi banche italiane finissero una Intesa nelle braccia del francese Credit Agricole e l'altra il San Paolo in quelle dello spagnolo Santander. Gli sviluppi però, a tre anni dalla fusione, richiedono un aggiustamento, e anche sostanziale. Angelo Benessia, nel suo ruolo di presidente della Compagnia, che ha in portafoglio il 10% di Intesa San Paolo, è l'uomo che deve portare a termine questa missione.

Se però, almeno a Torino, la percezione dello squilibrio è chiara già da molto tempo, alla definizione di cosa si intenda per ‘nuovo equilibrio' ci si è arrivati per approssimazioni successive.

Dopo settimane in cui sembrava che i target della Compagnia fossero il presidente del consiglio di Gestione di Intesa San Paolo Enrico Salza o addirittura l'amministratore delegato Corrado Passera, l'aria che oggi si respira a Torino è più pacata. La guerra sui nomi è quantomeno sopita, rinviata, quello di cui si parla sono due cose strettamente legate tra di loro: la direzione generale e il modello di banca.

SERGIO CHIAMPARINO - copyright PizziSERGIO CHIAMPARINO - copyright Pizzi

La prima è a Torino, ma dopo l'uscita dal gruppo del direttore generale per la rete Pietro Modiano e la sua sostituzione con Francesco Micheli, la sensazione è che lo sia solo formalmente. Micheli è vicinissimo all'amministratore delegato Corrado Passera, è un uomo più di struttura che di rete e infine esercita la sua funzione da Roma più che da Torino.

Credit Agricole e Generali logoCredit Agricole e Generali logo

La città si sente un po' orfana, se le decisioni si prendono altrove, le professioni, le consulenze, le attività economiche collegate ai processi decisionali si svolgono altrove. Torino quindi chiede che la forma sia accompagnata dalla sostanza e quindi che a Torino ci sia una direzione generale vera e dotata di una propria autonomia. E qui siamo al secondo punto, che è ancora più importante e finisce per assorbire il primo: una direzione generale per fare cosa?

Corrado Passera con Enrico SalzaCorrado Passera con Enrico Salza

La risposta è: la banca dei territori, il modello sul quale aveva prosperato il San Paolo. L'impressione che hanno a Torino è che la concentrazione dei poteri decisionali a Milano abbia un po' snaturato la vocazione della banca, che sia diventata toppo ‘banca di sistema' e poco banca dei territori, «troppo Alitalia, Zalesky e Zunino e troppo poco l'imprenditore Pautasso».

La banca dei territori in questo periodo va di moda, la teorizza un giorno sì e l'altro pure il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, spesso usandola come una clava nella sua battaglia privata contro le grandi banche e i loro vertici, tra i quali ovviamente Corrado Passera.

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E in effetti è stato notato un certo avvicinamento tra la Compagnia e il ministro, tra Benessia e Tremonti, avvicinamento che i buoni interpretano con la condivisione dell'idea che l'Italia abbia bisogno di banche più attente alle esigenze delle piccole e medie imprese e del territorio, i cattivi rispolverando il classico «il nemico del mio nemico è mio amico» ove il nemico comune sarebbe l'amministratore delegato di Intesa San Paolo, e i maliziosi come una sorta di assicurazione sul futuro nel caso in cui il Piemonte e Torino dovessero passare in futuro al centrodestra.

ZALESKY E GERONZI - copyright PizziZALESKY E GERONZI - copyright Pizzi

La questione del rapporto tra le banche e i tessuti economici locali è comunque assai seria e diventa serissima in fasi di crisi come quella che stiamo attraversando, con i pagamenti dei clienti che non arrivano, ordini che crollano, fabbriche e fabbrichette che chiudono ogni giorno e tanti imprenditori che lottano allo stremo per tenerle in piedi.

La discussione su cosa debba fare una banca sana in questi frangenti non si è però sviluppata in una maniera lineare. E' stata condizionata dal braccio di ferro permanente imposto da Tremonti al sistema creditizio in generale e alle grandi banche in particolare, accusate di non prestare soldi alle imprese e, le grandi, anche di non aver voluto emettere i Tremonti bond.

Luigi Zunino ex re del mattoneLuigi Zunino ex re del mattone

E invece un dibattito serio e sereno sarebbe stato opportuno, perché se non si può chiedere alle banche di usare i soldi dei risparmiatori per prestarli a chi non sarà in grado di restituirli, è invece giusto spronarle a valutare in maniera più avanzata e meno meccanica il merito di credito di molte che meriterebbero di essere aiutate a restare in piedi per riprendere a crescere terminata la crisi.

Se le banche non possono fungere da ammortizzatore sociale per le imprese morenti, non devono però neanche essere quelle che negano l'ossigeno a chi se ben curato potrebbe presto guarire. C'è da ragionare anche su come il paese vuole uscire da questa crisi, se con tutti in piedi ma deboli e traballanti, banche comprese, oppure dopo una selezione ‘intelligente' che renda più forte chi ce la può fare e accompagni all'uscita meno dolorosa possibile chi invece non può.

TREMONTI E PRESTIGIACOMOTREMONTI E PRESTIGIACOMO

E, ove si scegliesse questa seconda strada, c'è da ragionare anche su come fare questa selezione, come renderla la più ‘intelligente' rapida ed efficace possibile. Si discute invece di buoni e cattivi, troppo grandi o troppo piccoli e quant'altro di sicuro effetto sulla platea si possa immaginare.

Da questo confuso marasma la Compagnia di San Paolo mostra di voler uscire, tenendo fermo il punto, banca dei territori, ma con l'intenzione di discutere seriamente il come.
La base di partenza dovrebbero essere i numeri di intesa San paolo. Su 386 miliardi di euro di impieghi (al 30 giugno 2009) 187,9, poco meno del 50%, sono erogati dalla banca dei territori mentre a 104,4, poco più del 25% del totale, ammontano le erogazioni dell'area Corporate, che gestisce la clientela imprese con oltre 150 milioni di fatturato.

Gustavo Zagrebelsky foto La PresseGustavo Zagrebelsky foto La Presse

Metà al retail è poco? Un quarto al corporate è troppo? Da questo punto comincerà la discussione, che dovrà tenere conto anche della redditività di ciascuna area di business (quella corporate è più redditizia) così come della rischiosità. Si dovrà entrare nel merito, gli azionisti di Intesa San Paolo dovranno confrontarsi su modelli e obiettivi e, al momento, la disponibilità a discutere c'è da parte di tutti.

Definito con maggiore chiarezza il modello e il ‘nuovo equilibrio' tra banca dei territori e banca di sistema, si passerà a parlare di governance. Quello di cui si discuterà è la concentrazione dei poteri di gestione, che Torino ritiene essere troppo verticistica e troppo concentrata su Milano e sulla figura dell'amministratore delegato.

Si arriva così al direttore generale, tra qualche mese Francesco Micheli andrà in pensione e si dovrà sostituirlo. La Compagnia non fa nomi, fa sapere però che vorrebbe un direttore generale basato a Torino e con una sostanziale autonomia nella gestione della banca dei territori. Quanta autonomia è oggetto di discussione e probabilmente sarà la parte più delicata, c'è tuttavia la sensazione che tra gli azionisti, non solo quelli piemontesi, si veda di buon occhio una gestione con un amministratore delegato forte ma con una prima linea di manager dotati di maggiore autonomia di quanta non ne abbiano oggi.

Una volta definito il modello, trovato il ‘nuovo equilibrio' operativo e territoriale e definita governance si arriverà alla questione finale, gli uomini. Con l'assemblea del prossimo aprile terminerà il primo triennio di Intesa San Paolo e dei suoi organi, che dovranno essere interamente rinnovati. Le posizioni chiave sono tre: la presidenza del consiglio di sorveglianza ricoperta da Giovanni Bazoli, quella del comitato di gestione affidata ad Enrico Salza e il ruolo di amministratore delegato di Corrado Passera. Bazoli gode della stima di tutti e a Corrado Passera, benché poco amato a Torino, viene riconosciuto uno standing di banchiere e una credibilità presso i mercati che è assai difficile mettere in discussione. L'anello debole del trio sembrerebbe Enrico Salza, l'uomo della fusione, che secondo molti non avrebbe difeso abbastanza la visione di Torino nelle scelte della banca. E tuttavia Salza è Torino, incarna la città e sostituirlo è difficile anche per chi lo vorrebbe. E' noto che Benessia non lo ama, soprattutto dopo che Salza lanciò la candidatura di Gustavo Zagrebelski per la presidenza della Compagnia in alternativa allo stesso Benessia. Ma gli equilibri a Torino sono delicati, nessuno ha in mano un candidato alternativo che metta d'accordo tutti, non ce l'ha il sindaco Chiamparino e non ce l'ha Benessia e allora, almeno ad oggi, l'impressione è che il ‘nuovo equilibrio' sarà gestito dagli stessi tre che hanno gestito quello vecchio.
Lo scontro è più probabile che avvenga nella formazione dei consigli, nei quali questa volta ciascun grande azionista dovrà pesare per le azioni che ha, e far contenti tutti, anche se i posti sono tanti, richiederà un'opera da certosino.