E MENO MALE CHE I BENETTON ERANO GRANDI COMUNICATORI – L’AZIENDA HA SFRUTTATO PER I SUOI SPOT TRAGEDIE DI OGNI TIPO (AIDS, GUERRE, NAUFRAGI) MA PER IL CROLLO DEL PONTE DI GENOVA NON SI È DEGNATA DI DIRE UNA PAROLA - IL CROLLO DEL RANA PLAZA, GLI OPERAI TURCHI E LE POLEMICHE PER I BACI TRA I POTENTI: TUTTE LE VOLTE CHE I BENETTON SONO SCIVOLATI SULLA COMUNICAZIONE...

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1 – PONTE MORANDI, QUANTO PESA IL SILENZIO DEI SEMPRE ‘MEDIATICI’ BENETTON

Mimmo Lombezzi per www.ilfattoquotidiano.it

luciano benetton e oliviero toscani luciano benetton e oliviero toscani

 

La velocità con cui, rubando il mestiere ai magistrati, i Benetton sono stati additati come i colpevoli della catastrofe di Genova, conferma l’unico tipo di dinamismo mostrato sino ad oggi, dal “governo del cambiamento”: la ricerca immediata di un capro espiatorio, dall’ “invasione dei migranti” al “complotto dei mercati”.

 

Detto ciò, c’è quasi una nemesi mediatica nel fragoroso silenzio di un’azienda che si è fatta conoscere a livello mondiale per i suoi spot su tragedie di ogni tipo: dall’Aids alla pena di morte, dalla guerra in Bosnia ai naufragi dei migranti.

la famiglia benetton su vanity fair la famiglia benetton su vanity fair

 

La finalità dichiarata di certe operazioni, ossia “richiamare l’attenzione su un problema” – che non bastò a placare la rabbia di alcuni parenti, ad esempio dei condannati a morte che sarebbero stati giustiziati poco dopo, quando il logo dell’azienda venne impresso da Oliviero Toscani a fianco dei ritratti dei loro congiunti – suscita ancora più domande in queste ore di fronte all’imbarazzante “afasia” dei Benetton di fronte a una catastrofe di dimensioni europee.

 

i meme sui benetton e il crollo del ponte di genova i meme sui benetton e il crollo del ponte di genova

Sabato, per l’ennesima volta, è stato mandato allo sbaraglio il povero Stefano Marigliani, il direttore del tronco genovese dell’autostrada. Il meno telegenico, dal fare fantozziano, stretto nella cravatta e nel cappio del lessico aziendale, si è auto-immolato ancora una volta, con un coraggio da leone, ripetendo a La7 il mantra del “monitoraggio costante” del ponte e anticipando che la sua personale testa cadrà, insieme a molte altre, se l’Azienda accerterà delle responsabilità sulla manutenzione.

 

vignetta krancic oliviero toscani difende i benetton vignetta krancic oliviero toscani difende i benetton

Si racconta che, dopo il fallimento dell’assedio di Vienna, il Pascià, al comando dell’armata turca, fu raggiunto da un messaggero a cavallo partito da Istanbul, che, inchinatosi, gli consegnò, su un cuscino di velluto, un nastro di seta con cui farsi strangolare da un famiglio. Sabato è avvenuto qualcosa del genere, in diretta tv. Ma nel paese che venera i “Capitani Coraggiosi”, da un leader della comunicazione mondiale come Benetton ci si aspetterebbe ben altro comportamento, magari ispirato ai giapponesi.

 

Dopo la catastrofe di Fukushima, il premier Naoto Kan si inchinò davanti alle telecamere dei tg nipponici dicendo che la responsabilità dell’incidente era del gestore, Tepco, ma anche del governo e si autosospese lo stipendio da primo ministro fino al giorno in cui sarebbe stato risolto il problema dell’impianto.

 

2 – LE ALTRE CRISI COMUNICATIVE DI BENETTON OLTRE A GENOVA

Da www.lettera43.it

spot benetton con i migranti spot benetton con i migranti

 

Per la famiglia Benetton la comunicazione non è mai stata una cosa semplice. Solitamente siamo abituati a pensare al gruppo trevigiano come fonte di polemiche per le pubblicità provocatorie e graffianti.

 

Come quando nel 2011 fece arrabbiare il Vaticano per i manifesti in cui il pontefice Benedetto XVI baciava l'imam di Al Azhar sotto il simbolo della campagna Unhate. La polemica era riesplosa a fine giugno 2018 quando l'azienda ha scelto di usare la foto di un gommone con a bordo decine di migranti soccorsi dalla Organizzazione non governativa (Ong) Sos Méditerranée.

 

campagna pubblicitaria benetton campagna pubblicitaria benetton

La decisione fece scattare la rabbia soprattutto della Lega Nord-Liga Veneta che lanciò un boicottaggio. Ma il crollo del viadotto Morandi di Genova ha riaperto una vecchia ferita per i Benetton, un problema di gestione della comunicazione.

 

Se non del gruppo, almeno delle sue controllate, in particolare di Autostrade per l'Italia. In questo senso non è la prima volta che una società dalla famiglia trevigiana non riesce a contenere una crisi d'immagine.

 

IL CROLLO DI RANA PLAZA IN BANGLADESH E LA MEZZA AMMISSIONE

TOSCANI BENETTON TOSCANI BENETTON

Nell'aprile del 2013 una palazzina di otto piani si ripiegò su se stessa a Dacca, in Bangladesh, causando la morte di quasi 400 operai. L'edificio, noto come Rana Plaza, ospitava circa 3 mila persone e quasi tutte lavoravano in cinque aziende di abbigliamento per l’esportazione.

 

Quelle aziende, che operavano senza rispettare le più semplici regole di sicurezza, lavoravano soprattutto per multinazionali straniere: tra queste Benetton. Il gruppo smentì, ma poi, dopo la pubblicazione di alcune foto delle magliette tra le macerie del palazzo, fu costretto a correre ai ripari.

imam Ahmed Al Tayyeb e ratzinger nella campagna benetton imam Ahmed Al Tayyeb e ratzinger nella campagna benetton

 

In un tweet Benetton ribadì che nessuna delle aziende coinvolte era un loro fornitore, ma aggiunse anche che «un ordine era stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti, ma prima dell'incidente. Da allora il fornitore è stato rimosso».

 

I BABY-OPERAI TURCHI E LA CAUSA AL CORRIERE NEL 1998

BENETTON ALBANESI 1 BENETTON ALBANESI 1

C'è però un altro caso che ha scosso la comunicazione del gruppo, anche se allora non esistevano i social network e in teoria era più semplice contenere una crisi. Nel 1998 sulle pagine del Corriere della sera venne pubblicata un'inchiesta su alcune fabbriche terziste turche che impiegavano manodopera infantile, aziende che sarebbero state tra i fornitori di Benetton.

 

La rivelazione scatenò violente polemiche e un'eco nazionale e internazionale che causò un danno d'immagine notevole. Subito l'azienda rigettò le accuse e fece causa al quotidiano di via Solferino. Cinque anni dopo il tribunale di Milano condannò il giornalista Riccardo Orizio e il direttore del Corriere della sera Ferruccio De Bortoli per diffamazione aggravata e omesso controllo, colpevoli secondo i giudici di aver affiancato la produzione turca al marchio "made in Italy".

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