PROFUMO DI LIBIA – SOCI E AZIONISTI DI UNICREDIT (ALLIANZ E FONDAZIONI) DIMENTICANO L’ATTUALE STATO PATRIMONIALE DI UNICREDIT (DA CONSOLIDARE), E STRILLANO TERRORIZZATI PER LA PREVISTA CRESCITA AL 9% DI TRIPOLI – BEN AMMAR, FACCENDIERE DI SILVIO E DEL RAìS, FA IL FINTO TONTO: “NON SI CAPISCE PERCHÉ I SOLDI NON ARABI NON SIANO SOSPETTI E INVECE QUELLI ARABI LO SIANO”…
Paola Pica per il "Corriere della Sera"
Saranno di sicuro quei migliori investitori possibili descritti da Cesare Geronzi alla vigilia della kermesse di Muammar Gheddafi in Italia. Gli azionisti di Tripoli non hanno mai interferito con la lunga carriera al vertice di Banca di Roma-Capitalia dell'attuale presidente delle Generali .
BERLUSCONI NON ASCOLTA PIU GHEDDAFI
E c'è da credere a Tarak Ben Ammar, «ambasciatore» in Italia della finanza araba, socio in affari della Fininvest e amico di Silvio Berlusconi, partner nella produzione televisiva di un gruppo libico, nonché consigliere di amministrazione di Mediobanca dove, insieme a Vincent Bolloré, rappresenta la componente francese della prima banca d'affari italiana, crocevia di interessi economici primari, a partire dalle Generali.
Con grande puntualità, anche l'imprenditore franco-tunisino ha voluto assicurare che non ci sarebbe stata alcuna «scalata» ostile a Unicredit che è non soltanto un grande gruppo del credito italiano, o meglio italo-tedesco avendo assorbito la seconda banca tedesca (Hvb), ma è il principale azionista della stessa Mediobanca. «Non si capisce perché i soldi non arabi non siano sospetti e invece quelli arabi lo siano», aveva osservato Ben Ammar.
ALESSANDRO PROFUMO JONELLA LIGRESTI
Le pur autorevoli rassicurazioni poco hanno potuto tra soci e stakeholder della banca guidata da Alessandro Profumo e presieduta da Dieter Rampl. La tensione già alta al Nord, con la Lega sul piede di guerra contro l'intraprendenza libica, è salita ai livelli di guardia dopo lo show di Gheddafi. Un cocktail, quello offerto dal governo di Tripoli, difficile da mandar giù anche per il più compassato tra gli azionisti. Cavalli berberi, richieste di denaro all'Europa e dottrina islamica hanno finito per allarmare i più.
Nella compagine di Unicredit figurano soci extraeuropei, arabi e americani, ma pure le Fondazioni ex bancarie, Cariverona e la torinese Crt sono le principali, oltre ai soci privati e agli alleati tedeschi, con Allianz in prima fila. E sull'asse Verona-Torino-Monaco di Baviera il mondo cattolico è largamente rappresentato e la preoccupazione tangibile. Tanto che ieri è toccato al ministro degli Esteri, Franco Frattini, assicurare che il governo intende «garantire la massima trasparenza in tutte le partecipazioni e le procedure».
SILVIO BERLUSCONI DORMIENTE
«Lo abbiamo sempre fatto, con il Qatar, con il Kuwait e lo faremo anche con la Libia», ha aggiunto Frattini ricordando il comitato strategico di monitoraggio dei fondi sovrani istituito alla Farnesina.
Fin qui, i fondi di Gheddafi hanno messo insieme un 7% di Unicredit, una quota da primo socio costata tra i 2,3 e i 2,5 miliardi di euro e spalmata tra il 4,98% in capo alla Banca Centrale della Libia (azionista "ereditato" da Capitalia, incorporata nel gruppo di Piazza Cordusio) e il 2% circa di acquistato a sorpresa a fine luglio dal fondo sovrano di Tripoli (la Libyan investment authority). Un blitz che potrebbe essere seguito da nuovi arrotondamenti (l'obiettivo è il 9%) e che ha spiazzato un po' tutti. La Banca d'Italia, che non sarebbe stata avvisata dell'operazione, avrebbe chiesto conto delle possibili ricadute sulla governance a Rampl.
Tarak Ben Ammar
Il presidente di Unicredit starebbe a sua volta ricostruendo le dinamiche di un'operazione a forte impatto: lo Statuto della banca prevede un tetto del 5% al voto di ogni socio in assemblea. Ma il limite, formalmente rispettato dalla Libia, è in realtà anche troppo facilmente aggirabile con la distribuzione delle azioni a soggetti diversi. A differenza dell'amministratore delegato Profumo, Rampl non ha presenziato alle celebrazioni nella caserma di Tor di Quinto, né alla cena offerta in serata. Non va dimenticata l'appartenenza all'aerea cattolica del bavarese Rampl, ma anche il fatto che la Germania di Angela Merkel è attraversata da molte riflessioni sull'integrazione degli islamici, compreso il no alla Turchia nell'Ue.
DIETER RAMPL - copyright Pizzi
Più di una domanda sulla questione libica sarà posta nei prossimi giorni ai vertici della banca dagli azionisti, mentre nelle ultime ore incontri informali si sono già svolti su più livelli. Tra i soci e con gli amministratori, tenuto conto che uno dei quattro vicepresidenti della banca è proprio il governatore della Banca centrale di Tripoli, Farhat Omar Bengdara. È vero che Bengdara ha concesso l'autorizzazione a Unicredit di aprire una banca nel Paese che non vede al momento altre istituzioni finanziarie straniere.
Angela Merkel Ma cosa accadrà adesso, si chiedono i soci. Si può accettare uno schieramento di voto del 7%? Saranno chiesti altri posti in consiglio? Se sì, con quale effetto? Se anche il fondo sovrano di Abu Dhabi dovesse avanzare richieste, peraltro legittime in virtù del suo 4,99%, il consiglio di amministrazione andrebbe incontro a un rimpasto e a un fronte mediorientale che pesa per il 12%. Con buona pace del sindaco di Verona, Flavio Tosi, che dopo aver gridato all'assalto alla banca, ha lanciato l'allarme sul rischio di «strategie più ciniche» con i libici sulla plancia di comando.







