SPUTO SULLO SCUDO - SUL RIENTRO DEI CAPITALI IL FRENO DELLE BANCHE ESTERE - FINO A 10 MILA PER CHIUDERE IL CONTO E disguidi, lungaggini, perdite di tempo. Calpestando contratti e regole - L’OBIETTIVO È SCORAGGIARE IL RIMPATRIO IN ITALIA DI 100 MILIARDI - ECCO TUTTI I TRUCCHI...
Umberto Mancini per "Il Messaggero"
svizzeraFino a 10 mila euro per chiudere il conto all'estero. Attese interminabili, anche 60 giorni, per riavere i soldi investititi in Fondi e celati oltre confine. E ancora disguidi, lungaggini, perdite di tempo. Calpestando contratti e regole. Con uno scopo ben preciso. Ritardare il rientro in patria dei capitali italiani.
Facendo così lo sgambetto allo scudo fiscale e alle banche «made in Italy». In queste ore l'ostracismo degli istituti esteri - non tutti per la verità - sta crescendo. In ballo ci sono miliardi di euro, oltre 100 secondo i dati dell'associazione italiana di private banking.
Risorse che - almeno in piccola parte - stanno per lasciare i paradisi fiscali in Svizzera o a San Marino, con un danno enorme per gli "gnomi" della finanza che fino ad oggi hanno fatto affari, dribblando le tasse tricolori. Ed è quindi quasi scontato che qualcuno giochi sporco.
Agitando lo spettro del rischio-Italia, dell'imminente caduta del governo e della deriva Argentina. Ne sanno qualcosa gli operatori italiani che raccontano - in maniera riservata - i trucchi messi in campo per scoraggiare chi ha deciso di mettersi in regola, approfittando della sanatoria che punta a portare nelle casse dello Stato un gettito da 3-5 miliardi.
san marino
«Ad un cliente - spiegano da un primaria banca milanese - una banca svizzera ha chiesto circa 10 mila euro per chiudere il rapporto. E di fronte alle proteste l'istituto di credito ha invitato a sporgere denuncia, contando sul fatto che nessuno, ovviamente, può protestare o reclamare».Ma ci sono tecniche più raffinate e subdole.
Come quella di mandare in Italia una documentazione incompleta o errata, ritardando ad arte gli adempimenti burocratici. «Ci hanno dato i codici sbagliati dei titoli da rimpatriare o, peggio, giurato di non riuscire a liquidare assets in Fondi entro la fine dell'anno». Il caso limite è però un altro. Un istituto estero ha chiesto addirittura una manleva scritta da parte del cliente per gli eventuali ritardi nella liquidazione della posizione. Assurdo.
L'intento è di scoraggiare, fare melina, temporeggiare. «Un immagine emblematica - sottolinea un top banker italiano - dà il senso della situazione: a Lugano, la scorsa settimana, una lunga fila di italiani è stata fatta attendere per ore sotto la pioggia davanti alla filiale di un colosso del credito. Qualcuno è tornato a Como, molti hanno preteso di chiudere la posizione».
Insomma, in vista della scadenza di dicembre, la battaglia sta salendo di tono. Al momento comunque sarebbero circa 60 i miliardi che hanno varcato il confine, soprattutto liquidità in euro, mentre le operazioni più complesse sono ancora incagliate. Bruno Zanaboni, segretario generale Aipb, l'associazione italiana private banking, dice al Messaggero che «si sta procedendo alla compilazione delle dichiarazioni ad un ritmo che sicuramente confermerà ampiamente le stime rese note dal ministro Tremonti».
Giulietto Tremonti
«A questo punto - aggiunge - il dubbio principale resta il grado di fattibilità entro i termini di scadenza ritenuti troppo stretti, soprattutto là dove le posizioni patrimoniali detenute all'estero comprendano non solo immobili, ma anche per gli investimenti considerati illiquidi. Le gestioni off shore sono infatti più aggressive e diversificate rispetto alle corrispondenti domestiche dal momento che tradizionalmente il gestore internazionale è portato a fare maggior ricorso a strumenti azionari, strutturati e fondi».
In sostanza una proroga dei termini, a giudizio degli operatori made in Italy, sarebbe quanto mai opportuna sia in considerazione della complessità delle procedure di rimpatrio che le manovre dilatorie attuate delle banche estere. Per riportare a casa anche più di 100 miliardi.







