FERRARA MINACCIATO - "SE UN DISGRAZIATO COMUNISTA COMBATTENTE MI DOVESSE UN GIORNO AMMAZZARE, E' SU MANDATO LINGUISTICO DI TABUCCHI E COLOMBO."

L'editoriale dell'Elefantino sul Foglio del lunedì, non è uno scherzo. Ferrara teme davvero un possibile attentato alla sua vita. Non a caso è scappato tre mesi a New York e adesso gira con una pistola in tasca.


Giuliano Ferrara per Il Foglio

L'Italia non è un paese normale. Ogni tanto ammazzano qualcuno per ragioni ideologiche. Qualcuno legato al governo, non importa se un governo di destra o di sinistra. Biagi, D'Antona... l'importante è che si tratti di persone indifese, e che sia chiaro il messaggio. Si sono specializzati, fin dal tempo in cui fecero fuori Tarantelli, l'economista di Craxi che era contro la scala mobile, in giuslavoristi o comunque persone che si occupano del mercato del lavoro e del welfare state. Ma chissà che non ci siano anche altri bocconcini in cottura.

Se mi ammazzano, ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo, in concorso tra loro. Ricordatelo per metterci una pezza e per impedire che sia rovesciata come al solito la frittata: non vorrei morire anch'io come un martire della sinistra perbene, visto che il Papa in carica di questa sinistra, il mio vecchio amico-nemico Piero Fassino, mi ha usato la cortesia di scrivere nelle sue memorie che nonostante il mio caratteraccio e il mio lavoro passato di analista per l'intelligence americana resto "uno dei loro". Poi però perdonateli, perché sono due povere anime in pena.

Ho detto "mandato linguistico", perché non sono specializzato in moralismo e dunque non capisco il concetto di concorso morale. Da tempo Antonio Tabucchi, che è appunto uno scrittore e usa il linguaggio, mi accosta in modo sghembo e minaccioso (minaccioso per gli altri, per la comunità dei liberi) al nome di Silvio Berlusconi. Mi accosta alla P2, a progetti di golpe, a una impresa autoritaria dai contorni per il momento indefiniti, a concetti vilificanti che prendono tanto più spessore in ragione del fatto che da vent'anni io, che lo proclamo con una certa sprezzatura e una buona dose di sincerità, sono l'ex comunista e il traditore additato a varie specie di linciaggi. Offre della persona più trasparente del mondo, fino al grottesco, la versione onirica di un mestatore che lavora nell'ombra. Un invito a nozze? No, un invito a uccidere. Senza rilevanza penale, ma di decisiva importanza linguistica.



L'altro giorno il Cav. mi ha invitato a pranzo a casa sua, a Roma, per fare due chiacchiere dopo un paio di mesi che non ci eravamo visti. Due minuti prima che arrivassi, mi raggiunge telefonicamente in motorino e gentilmente mi preavverte (ho accostato non sono in multa) che c'erano anche Gianfranco Fini e Franco Frattini. "Bene", gli dico. Ottimo. "Che problema c'è?". Sono state un paio d'ore interessanti, si è parlato di politica, qualche barzelletta, e basta così perché su quel che succede in privato si mantiene il riserbo (a meno che non si tratti del mio amico Claudio Velardi, circondato da persone simpaticamente ciarliere che impongono dettagliate rettifiche).

Il risultato di quella colazione piuttosto innocente è l'aggettivo "strano" nel titolo di prima pagina dell'Unità, e il mio povero nome seguito dai tre canonici puntini di sospensione in un altro titolo. I puntini... fatti per lasciare immaginare il resto. L'articolo di Mariella Ciarnelli non era malaccio, faceva ridere, non piangere: ipotizzava che fossi andato a prendere ordini per lanciare una grande campagna di comunicazione sulle pensioni attraverso La7, il broadcaster di nicchia su cui vado in onda in virtù di un contratto che ho firmato e rinnovato e del quale il mio amico Berlusconi ha saputo com'è giusto dalle agenzie di stampa. L'idea che il Foglio o La7 possano funzionare come grancasse della comunicazione del governo è veramente forte, vibra di umorismo da tutti i lati.

Ma il pranzo era "strano", e strano è parente di "inquietante", un famoso aggettivo di sinistra, erede di altri aggettivi come "oggettivo" riferito al sostantivo "nemico". Non c'è aggettivo migliore per definire un "nemico oggettivo" che il termine strano, stampato in bella evidenza su un giornale che mi dà di "squadrista" perché non sopporta le nostre ironie sulla coiffure del suo direttore, rinominato per diletto dai nostri maestri satirici Madame Verdurin, l'eroina del demi monde di Marcel Proust. La definizione del nemico è d'altra parte la principale preoccupazione di quel giornale, e tra una tabucchiata e l'altra si compie il massacro detto del character assassination.

Perciò, se un disgraziato comunista combattente mi dovesse un giorno ammazzare, ricordate che non è "strano", è solo normale, normale come quel tizio che al semaforo mi ha detto con aria truce "ma non sei ancora morto?". Sarà un delitto linguisticamente normale, è la grammatica ideologica di Tabucchi Antonio, che i maestri satirici del Foglio ribattezzarono Gianvittorio (ci ha fatto anche causa, il pazzo delle giuncaie) e di Colombo Furio in Verdurin.


Dagospia.com 6 Ottobre 2003