I ROMPIWEB - PER AVERE ATTENZIONE MEDIATICA FONDANO GRUPPI VIOLENTI SU FACEBOOK - SI FANNO CHIAMARE 'TROLL' E LA LORO È PURA GOLIARDIA - OVVIAMENTE UN GRUPPO CHIAMATO 'GLI EROI FALCONE E BORSELLINO' NON FA NOTIZIA - MA SE SI SCRIVE ‘FALSI EROI', I GIORNALISTI ANNOIATI ABBOCCANO – E SE UN TG RIPRENDE LA NOTIZIA IL GIOCO È FATTO…

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Fabio Chiusi per "l'Espresso"

Strane creature si aggirano per la Rete. Creature che intasano i forum di discussione di insulti, i blog di commenti sopra le righe e Facebook di gruppi come 'Picchiamo i cani', 'Adotta un bambino haitiano morto' e il più recente (e noto) 'Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down'. Sono i troll.

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La parola 'troll' deriva da un particolare tipo di pesca in cui si agita e trascina l'amo dove si pensa sia più probabile che il pesce abbocchi. Una immagine che descrive alla perfezione le dinamiche del troll in Rete, che (come il pescatore) sceglie con cura il luogo dove investire i propri sforzi.

Una volta deciso, lo studia con attenzione: ne comprende i rapporti gerarchici, le abitudini, le condizioni di sopravvivenza. Solo allora agisce. Facendosi passare per un novellino ('newbie'), intasa le bacheche di domande estenuanti su argomenti di nessun interesse.

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Se scorge un tema sensibile vi si getta a capofitto, cercando di scatenare le ire dei partecipanti e ostacolando il normale svolgersi della conversazione. Più in generale, il troll ha successo quando tutti parlano di lui. Non c'è però nessun interesse per il dialogo: i troll non ascoltano e non imparano.

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Nello stile di Epimenide che, da cretese, affermava "tutti i Cretesi sono bugiardi", i troll si muovono sulla paradossale cresta del doppio gioco, della finzione e del caos. Un buon troll è come un pessimo autista che non viene mai coinvolto dagli incidenti che causa, ma li osserva solo nello specchietto retrovisore. Sghignazzando, naturalmente.

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Oggi però le cose si sono terribilmente complicate. Da un lato la Rete è diventata un luogo di conversazione, dove gli utenti non si limitano semplicemente a fruire di contenuti ma diventano parte determinante della loro creazione.

Ciò comporta un investimento emotivo di gran lunga superiore rispetto al passato: ormai sul Web c'è buona parte della nostra vita privata, dei nostri affetti e delle nostre amicizie. In questo habitat i troll proliferano, dato che è proprio di reazioni emotive che si nutrono (pur senza a loro volta investirne). Dall'altro gli obiettivi e le modalità operative dei troll si sono diversificate, non sempre con esiti provocatori.

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I cento uomini che hanno risposto all'annuncio di una donna "a caccia di un dominatore sessuale" hanno in realtà trovato le loro foto, i loro profili biografici e addirittura i numeri di telefono sul blog di Jason Fortuny, quello che secondo il 'New York Times' è uno dei troll più famosi al mondo. Due di questi hanno perso il loro lavoro e uno la ragazza.

Oltre alla privacy, naturalmente. Peggio è andata a Megan Meier, una tredicenne del Missouri che si è impiccata dopo essere stata 'trollata' da quello che lei credeva essere un adolescente con cui flirtava da tempo su MySpace. E che in realtà era la madre di una delle sue amiche, che l'aveva coperta di attenzioni solo per scaricarla all'improvviso dopo essersi sincerata che Megan non stesse parlando alle spalle della figlia.

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Da ultimo, certi troll non si sono fatti scrupoli nemmeno a inondare di flash luminosi il sito di una fondazione per l'epilessia. Questo sarebbe moralmente giustificato, secondo Fortuny, dal fatto che "se sei epilettico e navighi in Rete dovresti prendere delle precauzioni". Solo per poi, in perfetto stile trollesco, postare un manuale per la navigazione sicura per epilettici qualche giorno dopo.

La maggior parte dei troll si nasconde dietro l'anonimato e il silenzio, ma c'è chi non teme di parlare. Come Proinsias Cassidy, che 'L'espresso' ha raggiunto tramite la chat di Facebook, teatro delle sue scorribande: "Intanto diciamo che non siamo una società segreta e non esistono gerarchie precise, per cui in generale,ognuno può fare quello che gli pare.

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Io però penso che non tutto sia lecito e che le nostre provocazioni siano volte a far emergere la stupidità, la superficialità, l'ignoranza e l'ipocrisia delle persone. E mi piace esprimerle con il linguaggio dell'ironia e del sarcasmo". Incalzato sul fatto che augurarsi il 'tiro al bersaglio' per i bambini down non faccia affatto ridere, Cassidy rivela - dopo aver confermato la natura prettamente 'trollesca' del gruppo che tante polemiche ha suscitato - di non avere condiviso il modo con cui si è cercato di "portare al centro dell'attenzione, almeno per una volta, i problemi dei bambini down".

FALCONE E BORSELLINOFALCONE E BORSELLINO

Vale a dire? "è stato il rischio censura a dividerci, e a mettere parte di noi contro il fondatore del gruppo". Cassidy avrebbe preferito qualcosa di diverso: "I bambini down sono uguali agli altri, non discriminiamoli: picchiamo ANCHE loro!", ad esempio.

In sostanza alcuni troll ragionano a questo modo. Aprire un gruppo su Facebook chiamato 'Gli eroi Falcone e Borsellino' non fa notizia. Come fare a concentrare l'attenzione della stampa e dei cittadini sul tema della lotta alla mafia? Creando, come è stato fatto, il gruppo 'Falcone e Borsellino falsi eroi'.

Un'esca perfetta trascinata nel luogo adatto, e cioè in uno ad altra concentrazione di quei giornalisti che, tra l'annoiato e il furbesco, stazionano in attesa di un amo. Facebook, ad esempio. Il gruppo viene diffuso sulle bacheche di ciascuna delle svariati identità che un troll assume sul social network e il gioco è fatto. Il giornalista si indigna e ne fa un pezzo da prima pagina.

falcone borsellinofalcone borsellino

Con un po' di fortuna i tg lo riportano ('Gruppo choc su Facebook'), e così il messaggio giunge finalmente a destinazione: il grande pubblico. In questo modo il troll vince due volte: la prima perché ha effettivamente riportato al centro dell'attenzione il tema della lotta alla mafia (seppure in modo invertito, cioè lodandola); la seconda perché poi può pure divertirsi a farsi beffe di quelli che chiama 'ipocriti'.

E cioè delle centinaia di utenti di Facebook che si riversano sul gruppo in questione (gonfiandone i numeri - così che i giornali possono parlare di "enorme aumento degli iscritti") per insultare i 'difensori della mafia', quando la stragrande maggioranza di essi non ha mai mosso un dito per combatterla realmente. E qui secondo i troll nasce l'ipocrisia.

Una logica perversa, che non tiene conto nè delle ovvie obiezioni etiche né di quelle legali. In Italia gli autori di condotta del genere sono responsabili, a seconda dei casi, di atti di bullismo o almeno dell'istigazione a compierli o a compierne di peggiori. Insomma, azioni di rilevanza penale.

falcone e borsellinofalcone e borsellino

Poco importa se la finalità sia quella 'trollesca' provocatoria oppure no. I troll, convinti di essere protetti dalle loro identità fasulle (Il Vendicatore Mascherato, Sigismundo Brass, Eva Kant sono alcuni tipici nomi troll su Facebook), non sembrano impensieriti. E continuano a proliferare, al punto che Cracked.com scrive che a causa loro nel Web del futuro l'anonimato sarà solo un ricordo.

Tuttavia il legame fra 'trolling' e anonimato non è affatto chiaro. Prima di tutto perché i troll impazzano anche su FriendFeed, dove gli utenti di norma ci mettono la faccia. In proposito Michael Arrington di 'TechCrunch' ha ipotizzato che il social network "sarà costretto a evolversi in qualcosa di meno pericoloso o si autodistruggerà".

giovanni falcone paolo borsellino lapgiovanni falcone paolo borsellino lap

E poi perché non è del tutto vero che un troll non si può scovare. Un esempio? Il recente caso di Hermione Way, imprenditrice britannica nel settore della produzione di video per la Rete che, vittima degli attacchi molto personali (e molto ben calibrati) di un troll, ha deciso di non abboccare e iniziare invece un silenzioso processo di ricerca che l'ha portata in breve tempo a inchiodare il guastatore e metterlo pubblicamente alla berlina.

Il troll in quel caso non aveva commesso reati, ma ci ha comunque rimesso in termini 'sociali': gli amici non potevano certo gradire che Declan, questo il suo vero nome, con una mano fosse affabile e gentile e con l'altra (peraltro abilmente nascosta) distribuisse odio e insulti.

In ogni caso, al di là delle intenzioni più o meno 'artistiche' o provocatorie dei troll, l'effetto che hanno sulla Rete è devastante. Perché quando un telegiornale con milioni di telespettatori cade nella loro trappola - o ci si butta apposta - si diffonde nella gran parte delle persone l'idea che Internet sia un posto pericoloso, malfamato e mal frequentato. E così si porta acqua al mulino di quanti, per ragioni politiche o per interessi economici, vogliono limitare la libertà di espressione in Rete e la diffusione del Web come strumento alternativo alla televisione.

 

 

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